PROLOGO
(Conversazione tra l’autore e l’editore)
-Non so...
-Cosa?
-Non so, c’è qualcosa che non mi convince.
-Cosa?
-Non so dirti esattamente cosa...
-Provaci, non abbiamo più molto tempo.
-Il titolo è bello. Mi piace. Semplice, incisivo, attraente.
-Allora?
-Non so, Marco. E’ che forse... insomma... non mi sento tanto sicuro...insomma ho un problema...vabbè, lo dico: ho un problema con il sottotitolo.
-Lo sapevo. Lo sapevo, ci avrei giurato che alla fine ti saresti cagato sotto. Sei un codardo di merda.
-Marco, scusa, e se la gente lo prende sul serio? Mi sembra un approccio un po’ negativo. Non è proprio il massimo dal punto di vista marketing.
-Ne abbiamo parlato mille volte: si regge tutto su quel sottotitolo. Se manca quello, va tutto a farsi fottere. Eri d’accordo anche tu, brutto stronzo.
-Lo so, lo so, Marco. Ma ci ho ripensato, capita. E poi...
-E poi?
-L’ho fatto vedere anche a mia moglie. Mi fido molto di mia moglie, su queste cose. E lei sai cos’ha detto?
-Sto provando a immaginarlo, ma preferisco se me lo dici tu.
-Ha detto: “Se scrivete Un romanzo scritto male, la gente penserà che è un libro scritto male e non lo comprerà.
-Lorenzo, vai a cagare. E manda a cagare anche la tua signora da parte mia, per favore.
Le storie ci accompagnano. In tutti i momenti della nostra vita c'è sempre qualcuno che ce ne racconta una. Alcune sono belle, alcune brutte. Allegre, tristi, buffe, sinistre. O anche semplicemente noiose. Ma persino quando diciamo: "Dai, non raccontarmi storie", in fondo per noi le storie non sono mai abbastanza. C'è un modo personale di parlare di cose universali?
sabato 10 marzo 2012
martedì 12 luglio 2011
Storytelling in comunicazione
Questa non è una storia come tutte le altre. Questa è una storia sul raccontare storie. Sull'appassionarsi al raccontare storie, imparare a raccontarle, acquisire gli skill e gli strumenti necessari. In una parola: sull'avventura del comunicare. Qui c'è il Master in Copywriting che l'Università IULM ha avviato per la prima volta, e di cui sarò il coordinatore didattico. Nel link tutte le informazioni e il programma. Per iscriversi c'è tempo fino al 21 ottobre.
lunedì 20 giugno 2011
Rimozione
Non so resistere a una bella rimozione. Così quando sono fortunato e mi capita, non me la lascio di certo scappare. E’ uno spettacolo raro quanto sublime.
Vedere come il carro attrezzi si avvicina lentamente alla sua vittima, un’auto parcheggiata in un posto riservato ai portatori di handicap. Come il vigile, seduto accanto al posto di guida, scende e prima di tutto scrive la multa, poi con cura sistema il foglietto sul parabrezza dell’auto poi appoggia bene il tergicristalli sopra la notifica della multa in modo che non cada.
Se ci pensate, dal punto di vista pratico, tutto ciò è inutile, dal momento che l’auto verrà rimossa e con essa la multa.
Ma questa non è una procedura. Questa è una liturgia.
E’ la sacra liturgia del rispetto delle leggi. E’ uno dei momenti più alti di una democrazia in azione. Non è sopruso, non è arbitrio. E’ la vera libertà. Quella libertà di tutti che per non essere conculcata necessita del fatto che tutti rispettino le regole. E’ l’essenza del vivere sociale, ciò che infine ci distingue dalle bestie e da Capezzone (Filiberto Capezzone, un mio compagno di liceo che tirava sempre le caccole addosso alla prof. di matematica quando essa scriveva alla lavagna).
Vedere come il carro attrezzi si avvicina lentamente alla sua vittima, un’auto parcheggiata in un posto riservato ai portatori di handicap. Come il vigile, seduto accanto al posto di guida, scende e prima di tutto scrive la multa, poi con cura sistema il foglietto sul parabrezza dell’auto poi appoggia bene il tergicristalli sopra la notifica della multa in modo che non cada.
Se ci pensate, dal punto di vista pratico, tutto ciò è inutile, dal momento che l’auto verrà rimossa e con essa la multa.
Ma questa non è una procedura. Questa è una liturgia.
E’ la sacra liturgia del rispetto delle leggi. E’ uno dei momenti più alti di una democrazia in azione. Non è sopruso, non è arbitrio. E’ la vera libertà. Quella libertà di tutti che per non essere conculcata necessita del fatto che tutti rispettino le regole. E’ l’essenza del vivere sociale, ciò che infine ci distingue dalle bestie e da Capezzone (Filiberto Capezzone, un mio compagno di liceo che tirava sempre le caccole addosso alla prof. di matematica quando essa scriveva alla lavagna).
lunedì 13 giugno 2011
Le chiavi di casa
-Ciao, non ho riconosciuto il numero, da dove stai chiamando?
-Da una cabina telefonica. Anzi per l’esattezza da un Posto telefonico pubblico, non hai idea di cosa ho dovuto fare per trovarne uno. Ormai sono introvabili. Ti ricordi di quando le cabine del telefono erano a ogni angolo di strada?
-Sì, e di quando c’era la carta carbone, e le video cassette e il Carousel della Kodak, adesso non cominciare ti prego.
-Ok, ok, non ti scaldare. Ritarda l’accensione delle polveri ancora per un attimo.
-Che vuoi dire? (pausa) Ora che ci penso, perché non mi hai chiamato dal cellulare?
-E’ una storia lunga. Hai tempo e voglia di sentirla?
-Né l’uno né l’altra, veramente. Ma mi sa che mi toccherà ascoltarla comunque la tua storia. Cerca almeno di non tirarla troppo per le lunghe come tuo solito. Dunque? Te l’hanno rubato?
-Magari.
-Perché magari?
-Ne uscirei meglio. Un po’ meglio ai tuoi occhi intendo. Vittima innocente di un sopruso.
-Che palle con questa storia, Marco. Lo sapevo che finiva così. Se ti va di dirmi cosa è successo, dimmelo. Altrimenti facciamola finita subito. Ne ho le palle piene del tuo vittimismo.
-Lo sai quella specie di tombino che c’è proprio davanti al portone di casa? Quel cazzo di tombino di marmo con le fessure che mi ha sempre spaventato dal primo giorno che siamo arrivati lì?
-Non è un tombino. Altrimenti non ci sarebbero le fessure, e ho idea che se fosse un tombino non sarei qui a sentire questa storia. Allora, come ha fatto il tuo cellulare a finire dentro una fessura? L’avevi in mano e ti è scivolato, come ti scivola tutto da quelle mani di burro?
-Capisci perché ho risposto magari quando mi hai chiesto se me l’avevano rubato? Comunque no, era in tasca e mi è scivolato fuori dalla tasca. Che sfiga.
-E adesso dimmi perché non mi hai chiamato da casa, e sei andato a cercare un posto telefonico pubblico, ormai quasi introvabile.
-(silenzio)
-Ci sei ancora Marco? Guarda che non ho tutta la sera. Siamo appena tornati dal mare, quei due devono ancora fare la doccia e io non ho ancora cominciato a preparare la cena.
-Ha a che fare con il motivo per il quale mi è scivolato il telefono dalla tasca.
-Cioè?
-Non avevo il telefono in mano perché avevo le chiavi di casa, in mano. Stavo per aprire il portone. Quelle, mi sono scivolate dalle mani di burro.
-Non ci credo.
Mi sono buttato giù di colpo nel tentativo di prenderle al volo, e nel movimento mi è uscito il telefono dalla tasca. Le chiavi in una fessura, il telefono in un’altra.
-Non ci credo.
-E’ così. Ora puoi cominciare a sparare. Sono pronto.
-Non ci credo. Non puoi essere così coglione. E adesso?
-Dimmelo tu, adesso. Il palazzo è vuoto. Milano è vuota, non c’è un cane che mi possa ospitare, sono partiti tutti. E comunque non è che mi ricordi i numeri di telefono di tutti a memoria. Il biglietto del treno è in casa, la valigia è in casa, e io non ci posso entrare.
-Ok, mi fa veramente schifo buttare i nostri soldi così, ma l’unica cosa che puoi fare è andarti a cercare un albergo e poi domani mattina ricomprare il biglietto direttamente alla stazione. Come se navigassimo nell’oro, in questo momento.
-Non posso.
-Anche a me fa schifo buttare così i soldi che non abbiamo, come ho detto, ma non vedo altra soluzione.
-No, è che non posso proprio… avevo voglia di un gelato, così ho preso solo cinque euro e sono uscito. Senza portafoglio. Quindi senza documenti, senza carte di credito. E meno male che non ho trovato nemmeno una gelateria aperta, così ho risparmiato i soldi del gelato e ti ho potuto telefonare…
-(silenzio)
-Ci sei ancora, Raffaella? Ora non è che possa pensare di chiederti di mollare tutto e partire per venire a soccorrermi, dalla Puglia fino a Milano, con due bambini, il 13 agosto. Lo so perfettamente. E’ solo che mi sembra che stia andando tutto in malora, dentro la mia testa. Mi sembra di non riuscire a fare più niente. Che tutto mi sia precluso. Che tutto sia per me un ostacolo insormontabile. Ho paura di tutto. Come questa storia delle chiavi. E del telefono. Ogni volta che mi avvicinavo a casa ero ossessionato da quelle cazzo di fessure, pensavo cazzo, pensa se mi cadessero le chiavi lì dentro, magari in un momento che Raffaella non c’è, magari in un momento in cui il palazzo è vuoto, tipo verso ferragosto. E più ci pensavo più le mie mani tremavano, si facevano di burro. E stasera mi tremavano talmente forte che è successo. Non so neanche perché ti ho telefonato. Forse solo per sentire la tua voce. Per avere un po’ di conforto. Mi capisci?
-La mia pazienza e la mia comprensione sono esaurite, coglione. Vai a chiedere rifugio alla Caritas o all’Opera di San Francesco. Buonanotte. (click)
-Da una cabina telefonica. Anzi per l’esattezza da un Posto telefonico pubblico, non hai idea di cosa ho dovuto fare per trovarne uno. Ormai sono introvabili. Ti ricordi di quando le cabine del telefono erano a ogni angolo di strada?
-Sì, e di quando c’era la carta carbone, e le video cassette e il Carousel della Kodak, adesso non cominciare ti prego.
-Ok, ok, non ti scaldare. Ritarda l’accensione delle polveri ancora per un attimo.
-Che vuoi dire? (pausa) Ora che ci penso, perché non mi hai chiamato dal cellulare?
-E’ una storia lunga. Hai tempo e voglia di sentirla?
-Né l’uno né l’altra, veramente. Ma mi sa che mi toccherà ascoltarla comunque la tua storia. Cerca almeno di non tirarla troppo per le lunghe come tuo solito. Dunque? Te l’hanno rubato?
-Magari.
-Perché magari?
-Ne uscirei meglio. Un po’ meglio ai tuoi occhi intendo. Vittima innocente di un sopruso.
-Che palle con questa storia, Marco. Lo sapevo che finiva così. Se ti va di dirmi cosa è successo, dimmelo. Altrimenti facciamola finita subito. Ne ho le palle piene del tuo vittimismo.
-Lo sai quella specie di tombino che c’è proprio davanti al portone di casa? Quel cazzo di tombino di marmo con le fessure che mi ha sempre spaventato dal primo giorno che siamo arrivati lì?
-Non è un tombino. Altrimenti non ci sarebbero le fessure, e ho idea che se fosse un tombino non sarei qui a sentire questa storia. Allora, come ha fatto il tuo cellulare a finire dentro una fessura? L’avevi in mano e ti è scivolato, come ti scivola tutto da quelle mani di burro?
-Capisci perché ho risposto magari quando mi hai chiesto se me l’avevano rubato? Comunque no, era in tasca e mi è scivolato fuori dalla tasca. Che sfiga.
-E adesso dimmi perché non mi hai chiamato da casa, e sei andato a cercare un posto telefonico pubblico, ormai quasi introvabile.
-(silenzio)
-Ci sei ancora Marco? Guarda che non ho tutta la sera. Siamo appena tornati dal mare, quei due devono ancora fare la doccia e io non ho ancora cominciato a preparare la cena.
-Ha a che fare con il motivo per il quale mi è scivolato il telefono dalla tasca.
-Cioè?
-Non avevo il telefono in mano perché avevo le chiavi di casa, in mano. Stavo per aprire il portone. Quelle, mi sono scivolate dalle mani di burro.
-Non ci credo.
Mi sono buttato giù di colpo nel tentativo di prenderle al volo, e nel movimento mi è uscito il telefono dalla tasca. Le chiavi in una fessura, il telefono in un’altra.
-Non ci credo.
-E’ così. Ora puoi cominciare a sparare. Sono pronto.
-Non ci credo. Non puoi essere così coglione. E adesso?
-Dimmelo tu, adesso. Il palazzo è vuoto. Milano è vuota, non c’è un cane che mi possa ospitare, sono partiti tutti. E comunque non è che mi ricordi i numeri di telefono di tutti a memoria. Il biglietto del treno è in casa, la valigia è in casa, e io non ci posso entrare.
-Ok, mi fa veramente schifo buttare i nostri soldi così, ma l’unica cosa che puoi fare è andarti a cercare un albergo e poi domani mattina ricomprare il biglietto direttamente alla stazione. Come se navigassimo nell’oro, in questo momento.
-Non posso.
-Anche a me fa schifo buttare così i soldi che non abbiamo, come ho detto, ma non vedo altra soluzione.
-No, è che non posso proprio… avevo voglia di un gelato, così ho preso solo cinque euro e sono uscito. Senza portafoglio. Quindi senza documenti, senza carte di credito. E meno male che non ho trovato nemmeno una gelateria aperta, così ho risparmiato i soldi del gelato e ti ho potuto telefonare…
-(silenzio)
-Ci sei ancora, Raffaella? Ora non è che possa pensare di chiederti di mollare tutto e partire per venire a soccorrermi, dalla Puglia fino a Milano, con due bambini, il 13 agosto. Lo so perfettamente. E’ solo che mi sembra che stia andando tutto in malora, dentro la mia testa. Mi sembra di non riuscire a fare più niente. Che tutto mi sia precluso. Che tutto sia per me un ostacolo insormontabile. Ho paura di tutto. Come questa storia delle chiavi. E del telefono. Ogni volta che mi avvicinavo a casa ero ossessionato da quelle cazzo di fessure, pensavo cazzo, pensa se mi cadessero le chiavi lì dentro, magari in un momento che Raffaella non c’è, magari in un momento in cui il palazzo è vuoto, tipo verso ferragosto. E più ci pensavo più le mie mani tremavano, si facevano di burro. E stasera mi tremavano talmente forte che è successo. Non so neanche perché ti ho telefonato. Forse solo per sentire la tua voce. Per avere un po’ di conforto. Mi capisci?
-La mia pazienza e la mia comprensione sono esaurite, coglione. Vai a chiedere rifugio alla Caritas o all’Opera di San Francesco. Buonanotte. (click)
domenica 16 gennaio 2011
Il primo del 2011 (Caldo e freddo)
C'è un po' di sudore sotto il tuo piede, e mi piace. Sì, mi piace, perché mi dice, mi ricorda che questo calduccio ci protegge. Mi sveglio piano piano con una grande sensazione di beatitudine. Il mondo è fuori e noi siamo qui. Niente ci può toccare, niente ci può ferire. Siamo al sicuro, io e te. Ma tu chi sei? Così al buio, così all'improvviso, non saprei rispondere. Per quanti sforzi faccia non riesco a ricordarmi chi sei. Non ricordo dove ti ho incontrata né quando, non ricordo di averti parlato, né di averti scopata, ma evidentemente tutto questo è successo, visto che siamo insieme in questo letto. Che mal di testa, devo aver bevuto troppo anche se non ricordo nemmeno questo. Ho ancora sonno, e vorrei tanto girarmi dall'altra parte per godermi ancora un po' di riposo. Tocco di nuovo il tuo piede con il mio, e sento che è leggermente meno caldo di prima, anzi direi quasi freddo. Cerco di non rendermene conto, mentre il dolore alla bocca dello stomaco riprende a farsi sentire. Giocherello con il tuo piede inerte ancora per qualche minuto. Poi mi decido ad accendere la luce, e devo trattenermi per non vomitare. Ora ricordo tutto.
giovedì 30 dicembre 2010
Eventi
Siamo in macchina, Leandro ed io, ad aspettare che Serena e Gorka escano di casa, per cercare insieme di lenire questa noia che ci prende ogni anno, in questo periodo.
- Sai che oggi stavo per mettermi a lavorare? - mi dice Leandro - Ma sì, mi sono detto, tanto non c'è niente da fare. Aspetto sempre di trovare un po' di tempo libero per rilassarmi, poi quando sono in ferie non resisto. Inutile, mi rompo i coglioni.
Leandro piega il ginocchio sul cruscotto e con lo sguardo attraversa i vetri appannati dal freddo, poi dice:
- Minchia il giorno di Natale è peggio della Domenica, Cristo.
Non vediamo Serena e Gorka da più di un anno, il lavoro ci ha sparsi tutti in città diverse. E il Natale finisce per essere uno dei pochi momenti dell'anno per ritrovarci.
- Auguri! - sorridono venendoci incontro Gorka e Serena - Che si fa?
- Mah, un giro in macchina e una birra all' Anfora? - propongo. Illuso che possa bastare a far passare la serata. Serena sorride a Gorka che alza un sopracciglio, poi mi dice:
- Passiamo a prendere le sigarette.
Usciamo dal complesso di palazzine tutte rosa e ci dirigiamo verso il centro.
- Allora? Che ci raccontate? - domanda Serena.
- Gossip, nessuno. - rispondo io - Ma da quando sono arrivato, tutti mi parlano di un vulcano sommerso tornato in attività, a largo di Salina o Panarea, non ho ben capito. I pescatori delle Eolie hanno ritrovato centinaia di pesci morti, a galla, lungo un tratto di mare dove l'acqua bolle. Inoltre - dicono - che il 28 dicembre è previsto un mare moto, con onde alte 20, 30 metri. Tanto che - dicono - la protezione civile ha già acquistato migliaia di sacchi neri per imballare i morti del disastro.
- E anche i vivi. - si dice Leandro.
Gorka mima i movimenti di un surfista e dice: - Il mare moto, il mare moto.
- Ma tu ci credi? - mi domanda Serena.
- Ma quale mare moto, sono tutte minchiate. - mi anticipa Leandro.
- Io dico che una cosa del genere, oggi, si può prevedere. Poi, se non ci avvertono in tempo per evacuare, allora proprio non c'è speranza. Comunque, una mia amica laureata in scienze ambientali dice che il peggio può accadere solo se erutta l'isola di Vulcano. Perché non è in attività da tempo ed ha la bocca tappata. Se salta Vulcano, noi non esistiamo più.
- Un po' come con la Raffineria di Milazzo. - incalza Leandro, dopo aver acceso una sigaretta - O la Centrale Enel, che dicono produca solo vapore acqueo, ma qui la gente continua a morire di malattie polmonari, come se nulla fosse.
E sbuffa una nuvola di fumo, seguita da un leggero fremito alle palpebre, diventato cronico almeno quanto la mia tosse.
Accostiamo all'altezza di un distributore automatico di sigarette.
- Tu cosa vuoi? - domanda Serena a Leandro che con due dita rovista il fondo di un portamonete e dice:
- Diana, morbide. Eh, senti paga tu che poi ti offro la birra.
Poi si volta verso di me e un lampione gli illumina la fronte madida: - Guarda qua, ho un pugno di monetine di resto che se arriva un colpo di vento se ne volano via. Hanno più peso che valore.
- Puoi farci un cuscino. - gli rispondo io - Almeno ci dormi su.
Il tempo che Serena rientri in macchina, distribuisca i pacchetti, e ripartiamo, tutti sulla stessa barca. - Centro? - dico io.
- No dai, - si scazza Leandro - fumiamoci quest'altra sigaretta e poi andiamo a berci una birra.
Serena si aggrappa ai due sedili anteriori ed emerge fra me e Leandro:
- Avete sentito al telegiornale di quella pioggia di pesci?
- Dove? - la guardo nello specchietto retrovisore.
- Non ricordo. - poi si volta: - Gorka dov'è successo?
- Credo in un paesino del nord Italia.
Continua Serena: - Praticamente c'è stato un temporale, e una tromba d'aria ha risucchiato i pesci dal mare, o da un fiume, o forse da un lago. Vabbè, sta il fatto che dopo questa tromba d'aria si è riversata sul paese una pioggia di pesci. Al telegiornale facevano vedere le casalinghe che riempivano le ceste con i pesci piovuti dal cielo.
Svoltiamo sulla strada panoramica, lungo il mar di ponente, dove di giorno si vedono le Eolie che dormono sul filo dell'orizzonte. Adesso è notte e in fondo al buio le piccole luci delle case di Lipari si confondono con le stelle.
- A proposito di trombe d'aria, riprendo io, avete mai visto delle code di ratto?
- Che schifo. - fa Serena con una smorfia.
- Sono delle piccole trombe d'aria che a distanza sembrano delle vere e proprie code di topo che piroettano. Spesso d'inverno se ne vedono lungo la costa. Dicono che i pescatori di queste parti conoscono delle filastrocche per tagliare in due le code di ratto. Saranno rimasti in pochi, ma ci sono. Immaginatevi delle code di ratto lungo la spiaggia di ponente e i vecchi pescatori che vanno in spiaggia a cantargli contro. E il bello è che funziona. Vi giuro, una volta ero a correre in spiaggia, a un certo punto alzo gli occhi e vedo a distanza una, due, tre code di ratto. Una paura. Mi sono detto: minchia e adesso? Se mi risucchiano chissà dove cazzo vado a finire. A un certo punto vedo che una coda di ratto si strozza in due e piano piano si ritira verso l'alto. Vi dico una di quelle cose che nel mentre dici: vaffanculo tutto. Poi mi hanno raccontato dei pescatori e delle filastrocche. Io non è che ci credo, ma ho molta più fiducia e speranza in un vecchio pescatore di novant'anni che non nelle previsioni del tempo.
Parcheggiamo, ed entriamo all'Anfora per berci una birra. Uno di quei posti dove c'è sempre la stessa atmosfera. Dove puoi stare sicuro che il tempo non passerà mai a cambiare le cose. Ma ci rompiamo subito, decidiamo di tornare in macchina e farci un ultimo giro, prima di salutarci.
Lentamente, vaghiamo, lungo un rettilineo d'asfalto che per chilometri costeggia la spiaggia di ponente, in silenzio, a respirare nicotina a pieni polmoni.
- Sapete, - dice Leandro - una decina di anni fa una specie di mare moto ha spazzato via proprio questa strada. Era in corso una gara di pesca con canna da riva. Minchia, quell'anno si sono pescate le aiole più grosse che io abbia mai visto.
Poi più niente, nessuna parola. Fino a quando arriva il momento di salutarci. Dopodomani, il 27, Serena e Gorka tornano a Milano.
Ci abbracciamo. Poi, con l'alba di un sorriso in volto, Gorka mi dice:
- Mi raccomando, attento al mare moto.
E se mi trovassi davanti una di quelle onde di 20 metri?
Chissà se mi basterebbe una tavola da surf?
Quell'onda potrei cavalcarla. E rimanere a galla il più a lungo possibile.
- Sai che oggi stavo per mettermi a lavorare? - mi dice Leandro - Ma sì, mi sono detto, tanto non c'è niente da fare. Aspetto sempre di trovare un po' di tempo libero per rilassarmi, poi quando sono in ferie non resisto. Inutile, mi rompo i coglioni.
Leandro piega il ginocchio sul cruscotto e con lo sguardo attraversa i vetri appannati dal freddo, poi dice:
- Minchia il giorno di Natale è peggio della Domenica, Cristo.
Non vediamo Serena e Gorka da più di un anno, il lavoro ci ha sparsi tutti in città diverse. E il Natale finisce per essere uno dei pochi momenti dell'anno per ritrovarci.
- Auguri! - sorridono venendoci incontro Gorka e Serena - Che si fa?
- Mah, un giro in macchina e una birra all' Anfora? - propongo. Illuso che possa bastare a far passare la serata. Serena sorride a Gorka che alza un sopracciglio, poi mi dice:
- Passiamo a prendere le sigarette.
Usciamo dal complesso di palazzine tutte rosa e ci dirigiamo verso il centro.
- Allora? Che ci raccontate? - domanda Serena.
- Gossip, nessuno. - rispondo io - Ma da quando sono arrivato, tutti mi parlano di un vulcano sommerso tornato in attività, a largo di Salina o Panarea, non ho ben capito. I pescatori delle Eolie hanno ritrovato centinaia di pesci morti, a galla, lungo un tratto di mare dove l'acqua bolle. Inoltre - dicono - che il 28 dicembre è previsto un mare moto, con onde alte 20, 30 metri. Tanto che - dicono - la protezione civile ha già acquistato migliaia di sacchi neri per imballare i morti del disastro.
- E anche i vivi. - si dice Leandro.
Gorka mima i movimenti di un surfista e dice: - Il mare moto, il mare moto.
- Ma tu ci credi? - mi domanda Serena.
- Ma quale mare moto, sono tutte minchiate. - mi anticipa Leandro.
- Io dico che una cosa del genere, oggi, si può prevedere. Poi, se non ci avvertono in tempo per evacuare, allora proprio non c'è speranza. Comunque, una mia amica laureata in scienze ambientali dice che il peggio può accadere solo se erutta l'isola di Vulcano. Perché non è in attività da tempo ed ha la bocca tappata. Se salta Vulcano, noi non esistiamo più.
- Un po' come con la Raffineria di Milazzo. - incalza Leandro, dopo aver acceso una sigaretta - O la Centrale Enel, che dicono produca solo vapore acqueo, ma qui la gente continua a morire di malattie polmonari, come se nulla fosse.
E sbuffa una nuvola di fumo, seguita da un leggero fremito alle palpebre, diventato cronico almeno quanto la mia tosse.
Accostiamo all'altezza di un distributore automatico di sigarette.
- Tu cosa vuoi? - domanda Serena a Leandro che con due dita rovista il fondo di un portamonete e dice:
- Diana, morbide. Eh, senti paga tu che poi ti offro la birra.
Poi si volta verso di me e un lampione gli illumina la fronte madida: - Guarda qua, ho un pugno di monetine di resto che se arriva un colpo di vento se ne volano via. Hanno più peso che valore.
- Puoi farci un cuscino. - gli rispondo io - Almeno ci dormi su.
Il tempo che Serena rientri in macchina, distribuisca i pacchetti, e ripartiamo, tutti sulla stessa barca. - Centro? - dico io.
- No dai, - si scazza Leandro - fumiamoci quest'altra sigaretta e poi andiamo a berci una birra.
Serena si aggrappa ai due sedili anteriori ed emerge fra me e Leandro:
- Avete sentito al telegiornale di quella pioggia di pesci?
- Dove? - la guardo nello specchietto retrovisore.
- Non ricordo. - poi si volta: - Gorka dov'è successo?
- Credo in un paesino del nord Italia.
Continua Serena: - Praticamente c'è stato un temporale, e una tromba d'aria ha risucchiato i pesci dal mare, o da un fiume, o forse da un lago. Vabbè, sta il fatto che dopo questa tromba d'aria si è riversata sul paese una pioggia di pesci. Al telegiornale facevano vedere le casalinghe che riempivano le ceste con i pesci piovuti dal cielo.
Svoltiamo sulla strada panoramica, lungo il mar di ponente, dove di giorno si vedono le Eolie che dormono sul filo dell'orizzonte. Adesso è notte e in fondo al buio le piccole luci delle case di Lipari si confondono con le stelle.
- A proposito di trombe d'aria, riprendo io, avete mai visto delle code di ratto?
- Che schifo. - fa Serena con una smorfia.
- Sono delle piccole trombe d'aria che a distanza sembrano delle vere e proprie code di topo che piroettano. Spesso d'inverno se ne vedono lungo la costa. Dicono che i pescatori di queste parti conoscono delle filastrocche per tagliare in due le code di ratto. Saranno rimasti in pochi, ma ci sono. Immaginatevi delle code di ratto lungo la spiaggia di ponente e i vecchi pescatori che vanno in spiaggia a cantargli contro. E il bello è che funziona. Vi giuro, una volta ero a correre in spiaggia, a un certo punto alzo gli occhi e vedo a distanza una, due, tre code di ratto. Una paura. Mi sono detto: minchia e adesso? Se mi risucchiano chissà dove cazzo vado a finire. A un certo punto vedo che una coda di ratto si strozza in due e piano piano si ritira verso l'alto. Vi dico una di quelle cose che nel mentre dici: vaffanculo tutto. Poi mi hanno raccontato dei pescatori e delle filastrocche. Io non è che ci credo, ma ho molta più fiducia e speranza in un vecchio pescatore di novant'anni che non nelle previsioni del tempo.
Parcheggiamo, ed entriamo all'Anfora per berci una birra. Uno di quei posti dove c'è sempre la stessa atmosfera. Dove puoi stare sicuro che il tempo non passerà mai a cambiare le cose. Ma ci rompiamo subito, decidiamo di tornare in macchina e farci un ultimo giro, prima di salutarci.
Lentamente, vaghiamo, lungo un rettilineo d'asfalto che per chilometri costeggia la spiaggia di ponente, in silenzio, a respirare nicotina a pieni polmoni.
- Sapete, - dice Leandro - una decina di anni fa una specie di mare moto ha spazzato via proprio questa strada. Era in corso una gara di pesca con canna da riva. Minchia, quell'anno si sono pescate le aiole più grosse che io abbia mai visto.
Poi più niente, nessuna parola. Fino a quando arriva il momento di salutarci. Dopodomani, il 27, Serena e Gorka tornano a Milano.
Ci abbracciamo. Poi, con l'alba di un sorriso in volto, Gorka mi dice:
- Mi raccomando, attento al mare moto.
E se mi trovassi davanti una di quelle onde di 20 metri?
Chissà se mi basterebbe una tavola da surf?
Quell'onda potrei cavalcarla. E rimanere a galla il più a lungo possibile.
martedì 30 novembre 2010
Romanzo completo
(Si può trovare anche su Facebook in Romanzi Brevi di Luca Lorenzini)
Questo è un romanzo completo. Ha un inizio, una parte centrale e una fine. L'inizio presenta la struttura del romanzo: inizio, parte centrale e fine. La parte centrale chiarisce il ruolo introduttivo svolto dall'inizio e il ruolo esplicativo svolto dalla parte centrale.
La fine arriva improvvisa.
Questo è un romanzo completo. Ha un inizio, una parte centrale e una fine. L'inizio presenta la struttura del romanzo: inizio, parte centrale e fine. La parte centrale chiarisce il ruolo introduttivo svolto dall'inizio e il ruolo esplicativo svolto dalla parte centrale.
La fine arriva improvvisa.
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