giovedì 21 maggio 2009

Faccia di Cera

1.
In un vecchio film di fantascienza americano, quel film che alcuni di noi chiamano familiarmente il "baccellone" per il fatto che l'alieno si presenta originariamente appunto come un grosso baccello, c'è una scena che si svolge più o meno così: due uomini e una donna osservano il cadavere di quello che credono essere un uomo. In esso scorgono qualcosa di strano che in un primo momento non riescono a spiegare. All'improvviso, uno dei due uomini capisce:
- Guardate! Guardate il suo viso! E' privo di espressione, privo di rughe, sembra una faccia normalissima eppure allo stesso tempo non ha nulla di umano. Sembra una faccia di cera.



2.
Il piccolo drappello di persone vestite di scuro sosta silenzioso. Aspettano. Due bambini fra loro, un maschio e una femmina, capiscono poco di quello che gli succede intorno, e anche loro tacciono. Alla bambina, più piccola di due anni del bambino, scappa la pipì ma non lo dice. Ma si vede benissimo, per come si muove e saltella e non sta ferma un momento. La bambina viene accompagnata da una zia a fare la pipì. Un'altra zia si avvicina al bambino e prendendolo per mano gli dice:
-Vuoi venire a salutare il tuo papà?
Il bambino vorrebbe tanto dire di no, poi pensa che potrebbe sembrare maleducato, e lui non vuole sembrare maleducato perché è un bravo bambino, quindi non dice di no e non dice di sì ma si lascia semplicemente trascinare da quella mano giù giù fino in fondo alla discesa, dove sono tutti gli altri. Gli sembra che tutti stiano guardando lui. Quando arriva in mezzo agli altri, gli altri si scostano, e lui vede la bara. Non è affatto come se la immaginava, non è una di quelle classiche austere bare di legno scuro con un crocefisso attaccato in cima. E' una bara di metallo, grigia chiara, tutta cromata e lucente come una Cadillac: viene dall'America. Il bambino pensa a come sono più avanti di noi, anche in queste cose. Il bambino spera che sia finita lì, ma non è così. La bara tecnologica ha un optional molto significativo: il coperchio si può sollevare dividendosi in varie parti, e infatti ne viene aperta solo la parte superiore. Ora il bambino viene sollevato anche lui, cosicché possa salutare quello che resta di suo padre. Intorno a lui la gente dice:
-Com'è sereno! Guarda, sembra che stia sorridendo.
Al bambino non sembra che stia sorridendo. Si sente invadere dall'orrore e dalla rabbia, si sente privato per sempre del ricordo di suo padre vivo, e non vuole credere che quello è suo padre. Quella è un'altra cosa, non ditemi che è papà. Chiede:
- Cosa gli hanno fatto?
Gli spiegano che in America, dove sono molto più avanti, si usa così. Per conservarli meglio gli fanno delle iniezioni. E' una specie di imbalsamazione, gli dicono. E' quello che rende la pelle così lucida, come fosse di cera.

Spiaggia Libera

Che meraviglia, pensò Marco guardando la spiaggia deserta davanti a lui. Non riusciva a capire. Certo, era la fine di Marzo. Certo, era un giorno infrasettimanale lontano da ponti e festività. Un giorno normale, anonimo. Ma una fortuna così grande era qualcosa che andava aldilà delle sue più rosee aspettative. Calcolò circa cinquecento metri alla sua sinistra e altrettanti se non di più alla sua destra, e in tutto quell'enorme spazio non c'era alcun essere umano né la minima traccia di esistenza. Il suo cuore era pieno di riconoscenza (anche se non sapeva nei confronti di chi avrebbe dovuto essere riconoscente) e per la prima volta dal giorno in cui lui e sua moglie si erano lasciati, circa tre mesi prima, si abbandonò cautamente all'ottimismo.
Forse è scoppiata la bomba atomica mentre dormivo e sono morti tutti. -pensò- Se è così, sia benedetta la bomba, ora e per tutti i secoli dei secoli, amen.
La sabbia era bianca e pulita, non troppo calda. Si spogliò senza togliersi la maglietta, si sdraiò sull'asciugamano e si mise a leggere il suo libro.
Dopo circa venti minuti sentì delle voci alla sua destra. Sollevò lo sguardo dalla pagina e vide che poco lontane da lui erano apparse due persone, un uomo e una donna. Erano ferme, e si stavano guardando intorno. Poi cominciarono a dirigersi verso di lui. Marco cercò di mantenere la calma, ma sentì che la parte posteriore della sua gamba destra, in corrispondenza del ginocchio, cominciava a sudare. Non era un buon segno. Come se si fossero trovati sulla stipatissima spiaggia di Rimini a mezzogiorno del 15 di Agosto, i nuovi arrivati stesero gli asciugamani a non più di un metro da Marco. Allora Marco notò che possedevano un gigantesco radioregistratore portatile.
Non lo sapete che nel frattempo è stato inventato l'iPod?, pensò Marco. Si spogliarono. Lui aveva un tanga giallo canarino e una pesante catena d'oro al collo. Lei un minuscolo due pezzi di leopardo, ma il pezzo di sopra se lo tolse senza perdere tempo. L'uomo prese una cassetta, sulla cui copertina Marco vide scritto "Mike Francis, greatest hits", la introdusse nel registratore e accese, a volume molto alto.
Ma da che epoca venite? Da dove siete usciti?
Marco era disorientato, non riusciva a capacitarsi che tutto questo stesse capitando proprio a lui. Di carattere timido e indole più che prudente, valutò l'ipotesi di alzarsi e andare dall'altro capo della spiaggia, lontano da quel condensato di orrore. Ma poi capì che non era possibile. In tutta la sua vita non aveva fatto altro che spostarsi. Questa volta no. Così, dopo un pensiero fugace dedicato a quella dannata bomba atomica che ancora una volta non era scoppiata, si rivolse cortesemente, anche se a voce un po' alta per via della musica, ai suoi vicini:
-Scusatemi tanto. Come potete vedere questa spiaggia è molto grande, e per un caso fortunato, più unico che raro a dire il vero, oggi è completamente deserta. A occhio e croce ci saranno circa cinquecento metri liberi alla nostra sinistra, e almeno altrettanti se non di più alla nostra destra. Ora, io non arrivo a dire che dovevate per forza sdraiarvi lontani da qui, anche se ad essere sincero sarebbe stato auspicabile. Viviamo in un paese democratico, come suol dirsi, e voi avete il diritto di sdraiarvi dove vi pare. Siamo su una spiaggia libera. Però anch'io credo di avere qualche diritto, per esempio quello di stare in santa pace, per cui vi chiedo: se volete sentire la musica per favore allontanatevi, o se proprio volete stare qui spegnetela o come minimo di abbassate il volume.
Si congratulò con se stesso per la tranquilità e il tono assolutamente ragionevole ed educato che aveva mantenuto.
Nel frattempo i due, che avevano preso a darsi da fare come se Marco non esistesse, sentendolo parlare si interruppero e lo guardarono come se lo vedessero per la prima volta. L'uomo smise di leccare il seno di lei e fissò Marco negli occhi con aria truce. Quando Marco ebbe finito di parlare l'uomo sbraitò:
-Senti stronzetto, vedi un po' di andare a fare in culo, con quell'aria da checca sifilitica. Noi qui stiamo bene e non spostiamo il culo di un millimetro, ficcatelo in quella testa di cazzo che ti ritrovi. E sentiamo la musica quanto ci pare al volume che ci pare, hai capito? E tu faresti meglio a sgommare, se non ti sta bene, invece di stare qui a guardarci e a sbavare.
-Guardone di merda! concluse la donna, con aria disgustata.
Marco si sentì soffocare. Fu molto rapido, come non era mai stato in vita sua. Senza quasi rendersene conto si alzò, afferrò il radioregistratore e cominciò a correre verso il mare. La spiaggia era piuttosto profonda, così quando arrivò sul bagnasciuga aveva raggiunto una discreta velocità, e il lancio fu decisamente spettacolare. Il radioregistratore fece un bel tuffo in acqua ad una decina di metri di distanza. Alle sue spalle sentì la voce dell'uomo che gridava:
-Figlio di puttana, io t'ammazzo!
Girandosi, vide l'uomo che si avventava su di lui. Era nudo, aveva il cazzo eretto che sballonzolava nella corsa, e in mano aveva un grosso pugnale da sub. Una scena comica.
Istintivamente Marco si gettò di lato e allo stesso tempo assestò un violento calcio nei coglioni dell'altro. Quando si rialzò sentì dolore ad un fianco, e vide che era stato colpito di striscio. Sanguinava, ma non copiosamente. L'altro stava riprendendo fiato, preparandosi ad attaccare di nuovo.
Questa volta non mi colpirà di striscio. Questa volta mi finirà. pensò Marco.
In quel momento si sentì afferrare da dietro. La donna aveva affondato le unghie nelle sue braccia e lo teneva fermo, affinché il suo compagno avesse un bersaglio più facile. L'uomo era in piedi e avanzava verso di lui. Marco vedeva la lama del pugnale correre verso il suo cuore e la sentiva già bruciare nella sua carne. All'ultimo momento ruotò violentemente su se stesso, voltando le spalle all'assalitore. La lama si conficcò nella schiena della donna, all'altezza dei polmoni. Lei emise un gemito, poco più di un soffio, e crollò nella sabbia vomitando sangue. Marco approfittò dello stupore dell'uomo, si lanciò su di lui e conficcò i suoi denti nella mano che teneva il pugnale, facendolo cadere.
Quello che l'uomo lesse nello sguardo di Marco non doveva essere niente di buono perché cominciò a scappare, inciampando sui suoi passi. Marco raccolse con calma il pugnale, lo pulì, raggiunse facilmente l'uomo che arrancava, lo fece cadere con la faccia nella sabbia e si inginocchiò sulla sua schiena. Poi, con molta tranquillità, afferrò l'uomo per i capelli sollevandogli leggermente la testa, quel tanto che bastava per tagliargli la gola da orecchio a orecchio.
Per una durata di tempo indefinibile restò seduto fissando il vuoto, come ipnotizzato. Poi si scosse e si guardò: era coperto di sangue dalla testa ai piedi, sangue suo e sangue non suo, che si stava raggrumando. Aveva caldo e si sentiva sporco. Decise di affrontare il mare di marzo. L'acqua fredda cominciò subito a tonificarlo. Lavò via il sangue con calma e attenzione. Tutt'intorno era tornato il meraviglioso silenzio post-atomico di pochi minuti prima.

martedì 12 maggio 2009

Sigla

Laura uscì di corsa dal palazzone grigio dove era stata sostituita al microfono da Cinzia. Le facevano un po' male le orecchie, più che altro le ronzavano, come ogni volta alla fine del suo turno. Poi: le bruciava la gola, aveva una leggera fitta che le percorreva tutta la schiena e si sentiva le natiche indolenzite. Ma siccome era una persona semplice e ottimista, decise di fare quattro passi nell'aria frizzante dell'alba. Il turno di notte allo 06 3570 era quello che le piaceva di più, anzi aveva una vera passione per il turno di notte, odiato da tutte le altre colleghe. Il fatto era che spesso, nel suo grande letto solitario, sotto la grande trapunta a fiori che le aveva regalato sua madre, Laura soffriva di insonnia, e alla fine, dopo aver guardato l'ennesimo DVD e finito l'ennesimo giallo, si ritrovava a chiedersi perché quel grande letto era sempre così solitario.
Lì in centrale, invece, la notte passava dolce e rilassata. La tensione del giorno si scioglieva lentamente, il traffico si diradava pian piano, le chiamate diventavano più rare e tranquille. Laura amava chiacchierare un po' con i colleghi attraverso la radio, scambiare impressioni e battute superando l'abituale freddezza e impersonalità che i ritmi del giorno imponevano. Di giorno quasi odiava la sua voce, le sembrava di essere capace soltanto di ripetere all'infinito quell'unica parola, "Sigla", "Sigla", "Sigla", nella continua ricerca di qualcuno che all'altro capo del filo si degnasse di rispondere Modena 6 o Genova 15 e la sollevasse un attimo da quell'ansia nella quale ripiombava un secondo dopo. Le sembrava anche una metafora un po' crudele della sua vita, spesa in quell'isterico lanciare domande verso il mondo, domande che ottenevano raramente risposta. La notte invece erano spesso i colleghi che la chiamavano, la cercavano, dimostravano di avere voglia e piacere di scambiare due parole con lei, così, tanto per passare il tempo. E lei li amava tutti e si sentiva meno sola, e le bastava questo per non pensare al suo letto vuoto e ritrovarsi a sorridere.
Così si sentiva quella mattina, leggera e allegra con tutti i suoi acciacchi, e così piacevolmente stanca che era sicura di addormentarsi come un sasso appena si fosse sdraiata sul letto. Prometteva di essere una bella giornata di sole, l'aria stava cambiando lentamente colore, da nero a grigio, da grigio a rosa, mentre la nebbia si alzava. Laura ormai era vicina a casa, e camminava senza fretta e senza difese. Così, quando si trovò improvvisamente davanti quell'uomo che la afferrò e la spinse violentemente nell’ombra di un vicolo, fu talmente sorpresa che rimase completamente senza parole.
E questo, come vedremo, la salvò.
-Se dici una parola sei morta, puttana! sibilò l'uomo nel suo orecchio, e lei provò un brivido di raccapriccio. Era confusa e terrorizzata, ma non solo per quello che le stava accadendo: c'era qualcos'altro che Laura non riusciva a capire. L'uomo tirò fuori dalla tasca un grosso coltello a serramanico e lo aprì, mostrandole la lama affilatissima. Parlò ancora, con voce più calma, reso sicuro nel vedere che Laura seguiva le sue istruzioni e non accennava ad aprire bocca.
-Brava, puttanella, continua così e vedrai che andremo d'accordo, e forse se non fai scherzi porterai a casa la pelle.
Tagliò accuratamente la camicia di Laura, il reggiseno, le strappò la gonna e le tirò via le mutande. Poi la buttò per terra e le allargò le gambe. Laura restò in silenzio mentre le lacrime scendevano dalle sue guance, e da un angolo del suo cervello arrivava l'informazione, ancora incerta nei confini, di quanto fosse fondamentale in quel momento mantenere il silenzio. L'uomo invece era molto loquace e diceva "Fammi godere puttana" o "Quanto sei bella" e grugniva e sospirava pesantemente.
Finalmente, quando l'uomo cominciò a venire dentro di lei, Laura sentì il pensiero, ora pienamente formato, emergere come un fulmine dalle profondità della memoria, volare leggero verso la superficie della mente, per poi imporsi in tutta la sua luminosa chiarezza. E il pensiero le stava comunicando: “Padova 9. Questa è la voce di Padova 9. Non ci sono dubbi.”

martedì 5 maggio 2009

Quello che so

Sedicesima puntata

39.
Come al solito, il vecchio condizionatore non voleva saperne di partire. Come al solito, il dottor Calogero Moiano da Benevento gli assestò un potente calcione in un punto ben preciso, facilmente individuabile perché portava il segno di tutti i precedenti calcioni. Come al solito, il vecchio condizionatore partì sferragliando. Calogero Moiano allentò la cravatta, sollevò la cornetta del telefono e disse:
“Ok, possiamo cominciare.”
Dopo alcuni secondi entrò la donna, scortata dal giovane assistente di Moiano. Era sorridente e rilassata. La prima notte in carcere della sua vita non sembrava averla minimamente impressionata.
Anche se non è da escludere che la signora avrebbe potuto persino gradire, non ci fu bisogno di alcuna tortura per farla parlare. Quello che aveva deciso di raccontare lo raccontò tranquillamente. Quello che doveva rimanere nascosto, non ci sarebbe stata nessuna tortura capace di portarlo alla luce.
Moiano le indicò una sedia.
“Si accomodi. Posso offrirle una caffè?”
“Grazie. Dottor Moiano, prima che lei cominci a farmi le sue domande, posso farne io una a lei?”
“Prego.”
“Quando le avete messe, le nuove telecamere?”
Il dottor Moiano la guardò in silenzio.
“E’ così che mi avete scoperto, no?”
“Non sarei tenuto a risponderle, ma le rispondo. Le abbiamo installate il giorno dopo la morte di Francesco M. Non pensavo che avrebbero potuto esserci utili. Invece...”
“Che stupida a non averci pensato. Mi sentivo così sicura di me stessa perché mi muovevo nel mio ambiente, conoscevo l’esatta ubicazione di tutte le telecamere di controllo. Quello che si dice l’eccesso di sicurezza.”
“Doveva essere maledettamente importante recuperare quel libro, ma soprattutto quello che c’era dentro. Così importante da giustificare qualche rischio. Dopo averci dormito sopra, ora mi vuol dire cosa c’era, nel libro?”
“E’ un libro molto inspiring, come diciamo noi pubblicitari. Un libro che avevo voglia di rileggere, e non trovavo più la mia copia. Così ho pensato di farmelo prestare da Francesco. Tanto a lui non serviva più.”
“Non credo che così faremo tanta strada.”
Calogero Moiano aprì un cassetto della sua scrivania, e tirò fuori il diario di Francesco M. Lo appoggiò davanti alla donna, rivolto verso di lei.
“Io un’idea me la sono fatta. Lo riconosce?”
La donna non rispose. Calogero Moiano aprì il quaderno e lo sfogliò. Poi lo lasciò aperto davanti alla donna.
“Nota qualcosa di strano?”
“Manca una pagina.”
“E non una pagina qualsiasi.”
“No. Sembra proprio mancare l’ultima pagina.”
Ci fu qualche attimo di silenzio. Poi la donna decise che era arrivato il momento di smettere di giocare.
“Non la troverà mai. Si metta il cuore in pace.”
“Ci sono centinaia di sue impronte digitali su questo quaderno, e dappertutto nell’ufficio di Francesco M.”
“Certo. Ma sul corpo? Sul corpo di Francesco avete trovato le mie impronte?”
Calogero Moiano scosse lentamente il capo.
“Perché io Francesco non l’ho toccato. Ammetto che la notte in cui è stato ucciso, dopo che è stato ucciso, io sono andata nel suo ufficio a fare il mio lavoro. A pulire. Ho strappato quella pagina per portarla via, ma quando stavo per uscire dall’ufficio ho sentito dei rumori nel corridoio. Così l’ho nascosta dentro quel libro pensando di recuperarla in un secondo momento.“
“E’ tutto?”
“E’ tutto quello che sono disposta a raccontarle, dottor Moiano.”

40.
Calogero Moiano fissava la chiave senza decidersi a infilarla nella serratura. Gli era diventato ormai insopportabile rientrare a casa. Stava pregando intensamente che sua moglie fosse andata a giocare a bridge con le amiche, al cinema, a teatro, a una delle sue intollerabili feste di beneficenza, a scopare con qualcun altro. Dovunque, basta che non fosse in casa. Finita la preghiera, si decise. La casa era immersa nel buio. Era stato esaudito. Sul tavolo in cucina c’era un foglietto, con su scritto: “Pizza nel congelatore.”
Moiano se ne andò a letto velocemente, temendo che la donna potesse rientrare trovandolo ancora alzato.

domenica 3 maggio 2009

UN GIORNO, DUE RAGAZZE, DUE VECCHI

Sono le nove del mattino, è il giorno che precede la primavera, e il treno è appena partito.
Laura è seduta, un libro nuovo nuovo tra le mani, in un vagone completamente vuoto. I pendolari hanno affollato il treno precedente, e così per Laura è stato facile trovare un vagone deserto dove i pensieri del mattino abbiano spazio sufficiente per vagabondare senza ostacoli.

Sono le nove del mattino, è il giorno che precede la primavera, e Valeria non deve andare al lavoro. Prepara la sua colazione con calma, e si accuccia sul divano con il televisore sintonizzato sul canale numero sette. Oggi, pensa, mentre infila nella tazza un biscotto bianco e nero, potrebbe trascorrere un po’ di tempo con sua nonna.

Osserva le casette rosa che macchiettano i campi scorrere oltre il finestrino, Laura, e immagina le vite degli inquilini che le popolano, cercando di indovinarne il volto, il nome e la professione in base alla forma degli edifici. Il libro, tra le sue mani, è aperto a pagina sette.

Valeria scende le scale, abita al secondo piano di una villetta rosa che spunta come un fungo tra i campi. Al primo vivono sua madre e suo padre, mentre la nonna materna se ne sta solitaria al pian terreno. Valeria stringe tra le mani una scatola di cioccolatini: sua madre gli impedirebbe di regalarli alla nonna, ma questa mattina sua madre non c’è.

“La vuoi una caramella?” dice il vecchio sedendosi proprio di fronte a Laura. Il suo alito puzza di marcio e di alcol. Laura lo osserva frugarsi le tasche della giacca marrone, risponde “No, grazie” ma spera che il vecchio capisca “Mi lasci in pace, la prego”.

“Grazie, ma lo sai che la mamma non vuole!” dice la nonna. Dice proprio “la mamma”, anche se in realtà si tratta di sua figlia. “Un cioccolatino o due non ti manderanno mica all’ospedale” dice Valeria con gli occhi rivolti al cielo. “Oggi non lavori?” domanda la nonna, seduta al tavolo della cucina, scartando il primo cioccolatino.

“Senti” dice il vecchio senza tirare fuori le mani dalle tasche “se mi dici il tuo nome ti do una caramella”. Il taglio che nasconde dietro la barba si inarca ad imitazione di un sorriso. Laura cerca con gli occhi la presenza di qualcun altro tra i sedili, invano: “Le ho detto che non la voglio”.

Valeria e sua nonna sono sedute al tavolo della cucina, una di fronte all’altra. Tra un cioccolatino e l’altro parlano dell’arrivo della primavera, dei peschi che sono già in fiore, e dei prezzi del Conad, sempre più alti. Ogni tanto qualche parola proveniente dal televisore, rimasto acceso in salotto, riesce a farsi strada fino alla cucina, e s’infila nei loro discorsi.

Laura valuta il tempo che manca alla prossima fermata. Proprio nel momento in cui, raccolte le sue forze, è decisa ad alzarsi e infilarsi subito in un altro vagone, il vecchio le afferra un braccio fulmineo: “Dove vai?” le dice con quel taglio che si ritrova al posto di una bocca “Non vorrai mica andartene prima che ti abbia dato la mia caramella!”

A quanto pare sta andando in onda uno di quei programmi orribili, dove le persone mettono in piazza le loro tragedie, vere o presunte. Sembra che una donna stia raccontando il dramma di una violenza subita. Ma Valeria e sua nonna non si lasciano distrarre che per un istante. “Voglio darti una cosa” dice ad un certo punto la nonna, illuminata dalla luce della primavera.

Laura tira, cerca di divincolarsi, ma il vecchio ha più forza di lei. “Vieni qui!” le dice, tirandola a sé. “No!” grida Laura, “Mi lasci!” grida anche, “Mi lasci subito!” grida chiudendo gli occhi.

“Chiudi gli occhi” dice la nonna. Valeria ubbidisce e sente che le viene messo in mano qualcosa di freddo. Quando riapre gli occhi scopre nel suo palmo una fede. “Nonna.”, dice, perché è l’unica parola che le viene in mente. “Me l’aveva regalata il nonno, è stato un matrimonio lungo e sereno. Da oggi in poi la terrai tu”. “Ma nonna!” dice Valeria, di nuovo senza sapere cosa aggiungere.
“Spero che ti regali tanti giorni come questo” dice la nonna. Valeria sente gli occhi che le diventano umidi.

Laura piange, piange e grida aiuto. Grida aiuto e finalmente, con uno strattone, riesce a liberarsi dal vecchio. Scatta come una molla e corre via singhiozzando, mentre il treno rallenta placidamente fino a fermasi. Il vecchio raccoglie il libro e se lo ficca in tasca.

mercoledì 29 aprile 2009

Communication breakdown

Marco e Lorenzo erano imbarazzati. Dopo tutto quel tempo avevano perso l’abituale dimestichezza reciproca.
Marco trovava Lorenzo un po’ stempiato. Lorenzo trovava Marco un po’ appesantito. Rimasero qualche minuto in silenzio, facendo finta di guardare il menu dei cocktails.
Fu Marco a parlare per primo:
-Qui chi ci capisce è bravo.
-Mah, io tanto prendo un Negroni.
-Martini cocktail, per me, disse Marco al cameriere. Così ora non avevano più alibi.
-Quanto tempo è passato? Quattro anni? disse Lorenzo.
-Più di quattro e mezzo, quasi cinque.
-Già...
Ci fu un altro lungo intervallo di silenzio. La conversazione era molto faticosa, e come si dice stentava a decollare. Nessuno dei due d’altra parte sembrava particolarmente interessato a vederla decollare.
-Com'è quella cosa? I veri amici si riconoscono nel momento del bisogno.
Lorenzo fissò Marco negli occhi.
-Forse l’aggettivo non c’è. Non ce n’è bisogno. Comunque sì, è proprio così.
-Perché non mi hai risposto?
-Di che cazzo parli?
-Lo sai benissimo di che cazzo parlo. Io ti ho chiesto aiuto, Lorenzo.
-E io ti ho risposto di sì, ti ho detto che ero a tua disposizione. Non fare il furbo.
-Sei tu che stai facendo il furbo. Ma io mi alzo e me ne vado. Per me possono passare altri cinque anni.
-Anche dieci. Fai un po’ come cazzo ti pare.
Marco, che aveva fatto il gesto di alzarsi, si rimise a sedere. Si piegò sul tavolino sporgendosi verso l’ex amico. La fatica di parlare sottovoce mentre aveva voglia di urlare lo stava rendendo paonazzo. Sputacchiava anche un po’.
-Falla finita! Non mi hai mai risposto, cazzo! Più di un mese e mezzo sono stato ad aspettare la tua cazzo di risposta! Ogni cazzo di giorno aprivo la mail e rimanevo lì come uno stronzo a guardare il niente. Ogni cazzo di giorno per un mese e mezzo ho guardato il telefono per vedere se mi mandavi un cazzo di sms, se c’era una cazzo di chiamata non risposta o un cazzo di messaggio nella segreteria, per cui per favore fammi il cazzo di favore di risparmiarmi almeno questa umiliazione, cazzo!
-Senti Marco, vaffanculo, non parlare a me della tua umiliazione. Io cosa dovrei dire, allora, che mi sono messo a tua disposizione e poi non ho più saputo niente di te? Cos’è, il mio aiuto non ti andava bene, non era sufficiente per te? Cercavi qualcos’altro? Qualcosa di diverso? Qualcosa che ti poteva arrivare dai tuoi nuovi cazzo di amici di Facebook?
Marco fece una strana espressione.
-Dove mi hai risposto?
-Cioè?
-Hai fatto reply alla mia mail, o cosa?
-E chi se lo ricorda…No, mi sembra di averti mandato una mail su Facebook. Ci passavi le giornate, ho pensato che fosse il modo più veloce per risponderti.
Marco si appoggiò allo schienale della sedia. Ora non era più rosso. Ora era pallido.
-Mi ero rotto i coglioni, di Facebook. Improvvisamente mi sembrava tutto così…finto. Ho smesso di andarci. Poi dopo un po’ ho cancellato il mio account.
-Io non ho mai capito cosa ci trovassi, in Facebook. E’ una stronzata.
-Ci sono momenti in cui anche un’imitazione di amicizia è meglio di niente.
-Comunque non mi freghi. Quando ti arriva un messaggio su Facebook non ti arriva anche la notifica sulla mail?
-L’indirizzo mail a cui arrivava la notifica mi dava dei problemi. L'ho cambiato.
-E Myspace, e LinkedIn?
-Mi sono tirato fuori da tutti questi cazzo di social network. Erano diventati una specie di ossessione. Potevi telefonarmi però, Lorenzo. Ho dormito con il telefono sotto il cuscino per più di un mese, prima di buttarlo nel Naviglio Grande.
-Cazzo se ti ho chiamato! Ti avrò chiamato due o trecento volte, ho lasciato messaggi su messaggi. Poi francamente mi sono rotto i coglioni. Ho pensato che se non volevi il mio aiuto non te lo meritavi.
Marco ormai parlava con un filo di voce:
-A quale numero mi hai chiamato?
-Al tuo solito numero, quello dove ti ho chiamato oggi per metterci d’accordo sull’appuntamento.
-Quando mi hanno mandato via quel numero è stato disattivato, ed è rimasto inattivo per un paio di settimane. Poi l’ho riattivato facendo un contratto a mio nome.
-E tu, Marco, perché non mi hai chiamato?
-Ero ferito. Arrabbiato. Ti volevo vedere morto. Come potevo chiamarti dopo che mi avevi trattato in quel modo? Io ti chiedo aiuto in un momento faticoso della mia vita e tu non mi degni neanche di una risposta.
Arrivarono i cocktail. Marco e Lorenzo li bevvero velocemente senza parlare. Poi si alzarono e si diedero la mano. Peccato per gli stuzzichini, che in quel bar erano davvero ottimi.

Chi è chi

“Raccontami tutto. Non ho niente da raccontare. Invece sì, sono sicuro che, se vuoi, qualcosa da raccontare lo trovi. Va bene, è solo che non so da che parte cominciare. Comincia dalla fine: stai ancora bene con me? Questa è la cosa più difficile da dire. Difficile, che stronzata. Non ti ho mica chiesto: mi ami? E neanche la versione meno compromettente: mi vuoi bene? Allora c'è da rispondere: ti voglio (tanto, tantissimo, un sacco di, un mondo di) bene. Ti ho chiesto invece una cosa più piccola, concreta. Sicuro, sicuro, troppo. E per te sarebbe una domanda facile? Cosa vuol dire: stai ancora bene con me? Io non sto bene. Con te o senza di te. Niente furbizia per piacere. Forse è meglio lasciar perdere, fermarci qui. Neanche per idea. E allora lasciami parlare senza fare del sarcasmo gratuito. Non faccio del sarcasmo, solo vorrei che non eludessi il problema. Hai capito benissimo cosa ti ho chiesto. Nemmeno io sto bene. Però voglio sapere: ti faccio ridere, ti faccio godere, ti faccio dormire, ti faccio tristezza, ti faccio pensare? Dipende. No che non dipende. Invece sì, e tu lo sai benissimo. Perché tu sei il primo a mettere il proprio umore in cima a tutto il resto. Può darsi, ma non lo accetto. Ah, non lo accetti? Puoi dispensare gioia o dolore a seconda dei tuoi movimenti peristaltici ma non ne accetti le conseguenze. Non accetti che la vita possa essere governata da una legge così brutale, vero? Ma è proprio così. Ieri mi facevi ridere. Ieri mi facevi godere. Oggi no. Domani chi lo sa? O meglio ancora. Dieci minuti fa mi divertivi. Ora mi annoi. Ma fra dieci minuti? Adesso sei tu che mi annoi. Ne ero sicura. Sono io, ma è difficile ammetterlo. Guarda che non è la prima volta che succede. E' banale. Non ho mai preteso di essere eccezionale. Falso. E anche banale. E anche un po' meschino. Oh no, ancora una volta qui. Ancora una volta alla fine del giro, a rifare il biglietto per un'altra corsa. Ma il biglietto costa sempre più caro. Non fare il melodrammatico. Non ti consolerò per il dolore di avermi lasciato. Solo adesso mi rendo conto di quanto ho bisogno di te. Solo adesso mi rendo conto di quanto ti ho sopravvalutato, ma più che per un mio errore di valutazione, proprio per la tua capacità di fingere. Così bene da ingannare anche te stesso. E questa è l'unica attenuante che riesco a concederti. A concedermi. Non mi lasciare. Non mi seccare. Sei tu che mi lasci, stronzo. Fottiti.”