(dodicesima puntata)
32.
“Signor U., perché mi ha chiesto questo incontro?”
Antonio U. era molto agitato, e quando era agitato sudava sempre copiosamente. Uno spettacolo disgustoso, pensò il dott. Moiano.
Antonio U. si trovava nel suo ufficio da più di mezz’ora e lui non aveva ancora capito che cosa volesse.
“Lei lo sa, vostro onore…”
“Non sono un “vostro onore”, la prego.”
“Come devo chiamarla, allora?” Piagnucolò Antonio U.
“Non è necessario che mi chiami, venga al punto per cortesia.”
Calogero Moiano si stava innervosendo. In più, la stanza cominciava pesantemente a puzzare di ascelle sudate.
“Sì ma così mi rende ancora più nervoso di quello che sono…”
(Perlamordiddìo, pensò Moiano, siamo già al limite. Ancora un po’ di nervosismo e ci servirà il salvagente).
“Le ripeto che è stato lei a chiedere questo incontro. Se non ha niente da dirmi vuol dire che stiamo perdendo tempo tutti e due.”
“Va bene, va bene… lei lo sa che da qualche tempo sono diventato il direttore creativo della Altoprofilo, vero?”
“Già, loro non hanno perso tempo.”
Antonio U. decise di non cogliere l’ironia della notazione, e proseguì come se Calogero Moiano non avesse parlato.
“Io ho cercato di farmi rispettare, di far capire fin da subito a tutti chi era il più tosto. Sa, in certi ambienti bisogna fare così, se non si vuole essere divorati.”
Il dott. Moiano continuava ad annuire, ma non stava realmente ascoltando. La solita palla che sono gli altri a volermi così, io in realtà sono un bravo ragazzo, tutta colpa della società. Questa roba non era del minimo interesse, per lui.
“Lei lo sa come mi chiamano, nell’ambiente…sì, insomma, il soprannome che mi hanno dato.”
Come no? Il Giuda. Carino, in fondo. Anche dotato di una sua grandezza tragica. Te lo meriti, omuncolo puzzone?
“No, non lo so, me lo dica lei.”
“Una cosa infamante, mi chiamano Il Giuda. A me, che non ho mai tradito nessuno in vita mia, che sono sempre stato leale con tutti, ricevendone in cambio innumerevoli pugnalate alle spalle…”
“Le dispiacerebbe arrivare al punto?”
“Beh, il punto è che quello è il mio soprannome “ufficiale”, diciamo così, ma poi ce n’è una serie anche di più segreti e nascosti…sembra che lo sport ufficiale qui a Milano sia la gara a chi trova il soprannome più spregevole per chiunque altro, in particolar modo per i professionisti che hanno avuto sempre come loro unico scopo quello di svolgere onestamente il loro lavoro…”
A questo punto il dott. Moiano si alzò in piedi. Aveva deciso che quell’incontro era finito. Ma Antonio U. continuò a parlare, ora con molta foga.
“…Uno dei più grandi inventori di soprannomi lo sa chi era? Proprio Francesco. Ne sfornava in continuazione, e ce n’era per tutti. In questo era imbattibile…
Gli occhi di Antonio U. si muovevano veloci per la stanza, senza rimanere fissi in alcun luogo per più di un istante. Accompagnò la pausa con un sospirò, poi continuò.
“Per esempio, recentemente ho scoperto che ne aveva inventato uno nuovo nuovo, da quando aveva avuto problemi con il suo acquario…Ma sono sicuro che questo non era stato pensato per me…perché mi guarda in quel modo?”
Il magistrato, che aveva già indossato il cappotto, se lo tolse rapidamente e lo riappese all’attaccapanni. Ora guardava Antonio U. con interesse, cercando vanamente di cogliere il suo sguardo.
“Continui, la prego.”
“Lei la sa la storia del Pesce Pulitore?”
Calogero Moiano decise di stare al gioco.
“No, non la so, me la racconti lei.”
“Insomma, sembra che ci sia un pesce, chiamato il Pesce Pulitore appunto, che inizialmente pulisce le pareti dell’acquario con delle specie di ventose che ha sulla pancia, e che poi gradualmente si trasforma in una specie di…cannibale, cibandosi di tutti gli altri pesci dell’acquario, finché non rimane da solo. Insomma, pare che Francesco negli ultimi tempi usasse spesso questo appellativo infamante per definire qualcuno.”
Infamante ma più pertinente di Giuda, direi. Pensò Moiano.
“Perché crede che non fosse rivolto a lei, anzi ne è sicuro? E perché mi sta raccontando tutto questo?”
“E’ strano che mi faccia questa domanda…perché io lo so di non essere il Pesce Pulitore, ma qualcuno potrebbe averle raccontato qualcosa di diverso. L’altro giorno per esempio un giovane creativo in procinto di lasciare l’agenzia, un certo Massimo Serafini, mi ha detto precisamente questa frase: ”Ora finalmente capisco chi era il Pesce Pulitore.”
“Secondo lei l’ha immaginato da solo conoscendola, diciamo così, o può averlo sentito dire da Francesco M.?”
Antonio U. per la prima volta fissò i suoi occhi in quelli di Calogero Moiano.
“Da Francesco non può averlo sentito dire. Per il semplice motivo che il Pesce Pulitore non sono io.”
Il magistrato rimase in silenzio, continuando a chiedersi il motivo per il quale quel tizio gli avesse raccontato questa cosa proprio adesso. Avrà letto il diario di Francesco M.?
“Perché è venuto qui, signor U.?”
Antonio U. sfidava lo sguardo del magistrato, e sembrava aver completamente ripreso il controllo. Alzò le spalle.
“Niente. Volevo solo dirle di non dare credito a tutto quello che le dicono. E’ un ambiente di vipere, altro che Pesce Pulitore. Io non ho mai tramato contro Francesco. Io non l’ho ucciso. Gli volevo bene.”
“Grazie di essere venuto. Arrivederci.”
Le storie ci accompagnano. In tutti i momenti della nostra vita c'è sempre qualcuno che ce ne racconta una. Alcune sono belle, alcune brutte. Allegre, tristi, buffe, sinistre. O anche semplicemente noiose. Ma persino quando diciamo: "Dai, non raccontarmi storie", in fondo per noi le storie non sono mai abbastanza. C'è un modo personale di parlare di cose universali?
giovedì 26 marzo 2009
lunedì 23 marzo 2009
Quello che so
(Tragicommedia ambientata nel magico mondo della pubblicità)
Undicesima puntata
30.
Pendeva dal ramo del platano più grande in cima alla collina. Aveva scelto quel posto perché era un posto che lo aveva sempre messo di buonumore, una volta. A pochi metri dall’albero c’era la casa. La loro casa, il loro rifugio, la loro via di fuga. Ricostruita solo a metà. Loro non avevano fatto in tempo a vederla finita, e non l’avrebbe vista finita neanche lui.
Roberto Benati aveva finalmente elaborato il proprio lutto. Roberto Benati si era liberato di tutti i suoi bagagli.
31.
Troppi moventi e nessuna spiegazione. Nessun senso. Nemmeno la lettura del diario di Francesco M. lo stava aiutando ad avvicinarsi alla soluzione del caso. Lo stava aiutando a capire quell’uomo che inizialmente aveva disprezzato, e forse questa era una parte dell’avvicinamento alla verità. Francesco M. sembrava capire qualcosa della sua vita che nessun altro sospettava. Ma nel suo diario sollevava più domande di quante risposte riuscisse a dare, o avesse voglia di dare. Il dottor Calogero Moiano prese una penna, un foglio di carta e una sigaretta. Ordinò un aperitivo e provò a scrivere un elenco di domande senza risposta. Sapeva che sarebbe stato probabilmente molto frustrante, ma ci provò lo stesso.
1. A cosa voleva provare a rimediare? E cosa voleva dire “Lo so io, vedrai”, la frase detta a Roberto Benati?
2. Chi è il pesce pulitore?
3. Chi sono quelli che hanno rubato il sogno di Francesco M? Chi sono quelli che devono pagare?
4. E a che tipo di pagamento si riferisce? In denaro, o un risarcimento morale? Forse vendetta?
5. …
Il telefono cellulare del dottor Moiano squillò, facendolo come al solito sussultare. Odiava quell’affare, anche se non poteva ormai farne a meno. Sul display c’era il numero dell’ufficio, e lui rispose in modo brusco:
“Spero che sia qualcosa di urgente, avevo detto di non disturbarmi.”
“E’ per via di quel signore che ha incontrato stamattina, dottore. Roberto Benati, se lo ricorda.”
“Certo che me lo ricordo, e allora?” Sapeva già quello che stavano per dirgli, e aveva già cominciato a darsi del coglione.
“E’ morto, dottore.”
“Come?”
“Impiccato. L’hanno trovato appeso a un albero su un terreno di sua proprietà nel territorio del comune di Nibbiano, in provincia di Piacenza. Sembrerebbe proprio un suicidio, dottore.”
“Ho capito. Ci vediamo in ufficio tra poco.”
Camminando verso il tribunale si sentiva sopra le spalle almeno dieci anni di più, e vedendolo camminare improvvisamente così curvo quei dieci anni li avreste visti anche voi. Il suo cervello gli inviava continuamente lo stesso pensiero, come in una loop abbandonata: ‘Tu lo sapevi, testa di cazzo. Perché non hai almeno provato a fermarlo? Tu lo sapevi, testa di cazzo. Perché non hai almeno provato a fermarlo? Tu lo sapevi, testa di cazzo. Perché non hai almeno provato a fermarlo? Tu lo sapevi, testa di cazzo. Perché non hai almeno provato a fermarlo?’
Undicesima puntata
30.
Pendeva dal ramo del platano più grande in cima alla collina. Aveva scelto quel posto perché era un posto che lo aveva sempre messo di buonumore, una volta. A pochi metri dall’albero c’era la casa. La loro casa, il loro rifugio, la loro via di fuga. Ricostruita solo a metà. Loro non avevano fatto in tempo a vederla finita, e non l’avrebbe vista finita neanche lui.
Roberto Benati aveva finalmente elaborato il proprio lutto. Roberto Benati si era liberato di tutti i suoi bagagli.
31.
Troppi moventi e nessuna spiegazione. Nessun senso. Nemmeno la lettura del diario di Francesco M. lo stava aiutando ad avvicinarsi alla soluzione del caso. Lo stava aiutando a capire quell’uomo che inizialmente aveva disprezzato, e forse questa era una parte dell’avvicinamento alla verità. Francesco M. sembrava capire qualcosa della sua vita che nessun altro sospettava. Ma nel suo diario sollevava più domande di quante risposte riuscisse a dare, o avesse voglia di dare. Il dottor Calogero Moiano prese una penna, un foglio di carta e una sigaretta. Ordinò un aperitivo e provò a scrivere un elenco di domande senza risposta. Sapeva che sarebbe stato probabilmente molto frustrante, ma ci provò lo stesso.
1. A cosa voleva provare a rimediare? E cosa voleva dire “Lo so io, vedrai”, la frase detta a Roberto Benati?
2. Chi è il pesce pulitore?
3. Chi sono quelli che hanno rubato il sogno di Francesco M? Chi sono quelli che devono pagare?
4. E a che tipo di pagamento si riferisce? In denaro, o un risarcimento morale? Forse vendetta?
5. …
Il telefono cellulare del dottor Moiano squillò, facendolo come al solito sussultare. Odiava quell’affare, anche se non poteva ormai farne a meno. Sul display c’era il numero dell’ufficio, e lui rispose in modo brusco:
“Spero che sia qualcosa di urgente, avevo detto di non disturbarmi.”
“E’ per via di quel signore che ha incontrato stamattina, dottore. Roberto Benati, se lo ricorda.”
“Certo che me lo ricordo, e allora?” Sapeva già quello che stavano per dirgli, e aveva già cominciato a darsi del coglione.
“E’ morto, dottore.”
“Come?”
“Impiccato. L’hanno trovato appeso a un albero su un terreno di sua proprietà nel territorio del comune di Nibbiano, in provincia di Piacenza. Sembrerebbe proprio un suicidio, dottore.”
“Ho capito. Ci vediamo in ufficio tra poco.”
Camminando verso il tribunale si sentiva sopra le spalle almeno dieci anni di più, e vedendolo camminare improvvisamente così curvo quei dieci anni li avreste visti anche voi. Il suo cervello gli inviava continuamente lo stesso pensiero, come in una loop abbandonata: ‘Tu lo sapevi, testa di cazzo. Perché non hai almeno provato a fermarlo? Tu lo sapevi, testa di cazzo. Perché non hai almeno provato a fermarlo? Tu lo sapevi, testa di cazzo. Perché non hai almeno provato a fermarlo? Tu lo sapevi, testa di cazzo. Perché non hai almeno provato a fermarlo?’
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venerdì 20 marzo 2009
Maramao (perché sei morto)
1.
Ora so perché continuavano ad andare là puntualmente tutte le domeniche come avevano sempre fatto.
Prima ci andavano con due figli, poi ci andavano con un figlio solo. E questa era l'unica differenza.
Per il resto la ritualità della passeggiata al parco era rispettata fin nei minimi particolari.
Esternamente, quindi, niente era cambiato, ma è meglio non guardare dentro di loro, perché sarebbe troppo straziante scoprire la montagna di dolore seppellita sotto la consuetudine.
Da quella mattina di due anni prima vivevano come in una specie di trance, un sonno ad occhi aperti riempito di obblighi, compiti e doveri rigidamente scadenzati che non lasciavano il minimo spazio al silenzio, al pensiero, e soprattutto al ricordo.
Quella specie di sonnolento torpore iperattivo in cui erano volontariamente scivolati era rotto violentemente di quando in quando dal loro incolpevole figlio più piccolo (il loro unico figlio) che con la crudele innocenza dei bambini si fermava a volte nel bel mezzo di una partita a pallone con il papà, della lettura di un libro, della visione di una videocassetta di Winnie the Pooh, e con un'espressione un po' triste sotto la zazzera bionda chiedeva: "Quando torna Alberto?"
Allora era difficile non scoppiare a piangere, ma era obbligatorio continuare a sopravvivere per lui, per quello che restava, dopo tutto. Gli avevano detto, due anni prima, che Alberto era partito per un lungo viaggio, sperando che almeno nel ricordo del piccolo Pietro la presenza di Alberto illanguidisse piano piano nel tempo, come non avrebbe mai potuto accadere per loro.
Ma non avevano fatto i conti con il carattere sensibile e profondo di quella piccola persona e con la passione e la complicità che avevano fatto già in tempo a cementarsi fra i due fratellini. Una complicità che Pietro non avrebbe mai più ritrovato da nessun'altra parte.
2.
Due anni prima, giorno più giorno meno, era domenica. In questa città triste, puzzolente e anonima dove viviamo, capita ogni tanto una giornata di sole terso, di luce trasparente che ci stupisce e quasi ci spaventa.
Loro non erano spaventati però quella mattina andando al parco con i loro due figli pestiferi, Alberto di 4 anni e Pietro di 2. Era la classica giornata in cui sarebbe stato assolutamente impossibile tenerli a casa.
Il parco era pieno di gente, come non accadeva spesso durante l'inverno, e questa fu una delle cose fatali. Alberto era intraprendente, Alberto era estroverso, Alberto era socievole e un po' ribelle. Alberto faceva prevedere e sognare per lui un futuro pieno di sole e di conquiste. Alberto era la luce dei loro occhi, e il più grande eroe del suo fratellino.
Pietro, più timido, emotivo e sensibile, viveva già da qualche tempo l'intenso dolore della separazione, della perdita. Lo viveva ogni mattina quando Alberto usciva di casa col papà per andare all'asilo, mentre lui restava a casa con la mamma. Era straziante vederlo così irrimediabilmente disperato chiamare fra le lacrime il nome di Alberto, ed era consolante riuscire a consolarlo e vederlo affrontare ogni giorno la sua mattinata senza Alberto. Chissà se si consolerà mai di quest'ultima definitiva separazione.
Alberto faceva amicizia facilmente, e forse il solo motivo per il quale oggi piangiamo un solo lutto è che quel giorno, per Pietro, la sottana della mamma fu più forte dell'idolatria nei confronti del fratello.
Come sempre accade, fu questione di un attimo. E' sempre in fondo questione di un attimo: l'attimo di disattenzione in cui finisci sotto una macchina o fuori strada, l'attimo in cui quel vaso cade e tu ci passi proprio sotto. La distrazione, o la fatalità, non durano mai più di un attimo, e per tutto il resto della tua vita sei condannato a riviverlo senza fine, quell'attimo, a rivivere la morte infinite volte, ogni volta invocando che arrivi la morte.
Un attimo prima Alberto era lì, a capo di un gruppetto di cinque o sei bambini che giocavano ai pirati con le spade di plastica, poco oltre il baracchino del cantastorie che snocciolava le sue nenie tristi sempre uguali. Sarà stato a non più di quindici metri dalla sua mamma. Si sorrisero. Papà era andato a comprare il giornale. Pietro mangiava il gelato impiastrandosi tutto di cioccolato. La mamma si chinò su di lui per pulirgli un po' il maglione, poi gli passò il fazzoletto di carta sulla bocca e sulle mani. Ecco fatto.
Quando rialzò gli occhi e guardò in direzione del gruppetto di bambini, Alberto non c'era più, e non ci sarebbe stato mai più.
3.
Hanno cercato di spiegarmelo, quello che si prova. Hanno cercato di descrivere la qualità e le dimensioni di quel vuoto che non si può descrivere. Un vuoto e una perdita resi infiniti e inconsolabili dal senso di colpa, dal non riuscire a farsene una ragione, ad assolversi.
Hanno cercato, ma credo che non riuscirò mai a capirlo fino in fondo, a sentire la perdita di un figlio. Credo che possa sentirlo solo chi perde un figlio, e credo che questo sia uno dei motivi principali per cui non ho figli.
Se non ci fosse stato Pietro non sarebbero sopravvissuti nemmeno loro, e invece sopravvissero. Sopravvissero alla prima disperazione, alle ricerche infruttuose, all'affievolirsi delle speranze, all'idea che non lo avrebbero mai più rivisto vivo, e infine all'idea che non lo avrebbero rivisto più neanche morto.
In sogno, questo sì, lo rivedevano spesso, quasi ogni notte, e quasi ogni mattina si svegliavano con gli occhi pieni di lacrime e si raccontavano reciprocamente i loro sogni. Cercavano febbrilmente il dolore, avevano bisogno di soffrire per sentire il loro bambino un po'più vicino, perché fosse in qualche modo presente.
Forse è per questo stesso motivo (ora comincio a capire) che continuavano ad andare in quel parco con agghiacciate regolarità. Strano a dirsi, non avevano sentito il bisogno di cambiare. Io avrei cambiato parco, città, stato, continente, pianeta. Loro invece avevano circoscritto sempre di più la zona del parco in cui si fermavano, a costo di costringere lo scalpitante Pietro in pochi metri quadrati con suo grande scontento.
Non sapevano perché, non si erano mai parlati in proposito, e non avrebbero saputo spiegarlo, ma si sentivano attratti da quel luogo, quasi come se lì dove era scomparso aleggiasse ancora in qualche modo la presenza di Alberto.
Naturalmente non se lo sarebbero mai confessato, non volevano finire in manicomio, ma segretamente tutti e due sentivano Alberto lì in quel posto esatto, solo lì in quei cento metri quadrati e non un centimetro più in là.
Ma non solo. Questo è ancora più difficile spiegarlo, ma se lui o lei avessero potuto articolare in parole quell'orrendo peso che artigliava il loro cuore ogni domenica mattina, avrebbero detto che in quel luogo, e solo in quel luogo al mondo, sentivano Alberto soffrire, piangere, chiamare disperatamente la mamma.
4.
Lui aveva provato a sentirsi madre, e a provare il distacco di un pezzo della sua carne, ma nemmeno questo gli era concesso. Così gli restava solo il senso di colpa, la domanda senza risposta che gli folgorava la mente ogni mattina alzandosi dal letto: perché sono andato a comprare il giornale proprio in quel momento?
Da allora non aveva mai più letto una parola scritta su un pezzo di carta, lui che era stato fino a quella mattina di due anni prima un avido lettore di qualunque cosa gli capitasse sott'occhio.
5.
La polizia non aveva saputo cosa dire. Non avevano trovato tracce, indizi, scie di alcun genere. Non c'erano sospetti né indiziati né testimoni. Movente, manco a parlarne. Naturalmente le prime ricerche si erano concentrate nei diversi campi nomadi della periferia, ma senza alcun risultato. D'altra parte nessuno aveva visto nomadi o altri personaggi sospetti aggirarsi nella zona all'ora della sparizione. Il parco, ironicamente, era considerato una zona sicura. Tutto il possibile era stato tentato, tutto inutilmente.
Il bel volto aperto e sorridente di Alberto aveva fatto capolino per un certo periodo di tempo sui manifesti nei dintorni del parco, e anche sulle buste di latte della centrale, con il solo risultato di stringere ulteriormente il cuore di quei due poveri genitori. Poi era tutto finito, intendo tutta la mobilitazione del lutto intorno a loro, e loro erano tornati a vagare nella loro mezza vita senza sole.
E come due rabdomanti pazzi ogni domenica tornavano là senza sapere perché, e ogni domenica restavano sempre più a lungo, e ogni domenica i loro movimenti si facevano sempre più lenti e il loro raggio d'azione più limitato. Infine avevano deciso che era una inutile sofferenza per Pietro portarlo al parco e mummificarlo lì per delle ore, così la domenica mattina lo affidavano ad una baby sitter che lo portava in un'altra zona del parco, e loro potevano liberamente varcare la soglia del loro particolarissimo inferno, sedersi su di una panchina, e rimanere per ore assolutamente immobili senza una parola mentre il sole si alzava per poi tornare ad abbassarsi, la vita scorreva intorno a loro, il parco si riempiva di voci colori e carrozzine e poi tornava a svuotarsi.
6.
L'unica eco del mondo esterno, ma remotissima,come se provenisse dal fondo di un mare profondo, era la monotona litania del cantastorie, che si ripeteva negli anni sempre uguale a se stessa. Il repertorio del vecchietto era limitatissimo: tre quattro canzoni al massimo, ripetute ossessivamente. Ma il suo vero cavallo di battaglia era Maramao perché sei morto, e nella versione del vecchio cantastorie la canzonetta bambinesca acquistava una mellifua e ipnotica mollezza. Data l'esiguità del repertorio, a loro che restavano per ore semisvenuti sulle panchine poteva capitare anche di ascoltarla una trentina di volte ogni domenica, questa canzone. E fu sentendo il cantastorie cantare per l'ennesima volta Maramao perché sei morto che una mattina accadde.
Si svegliarono insieme dal loro trance, insieme cominciarono a guardare il cantastorie per la prima volta, e non solo ad ascoltarlo. Insieme videro la buffa scimmietta di peluche appesa per il collo ad un trespolo e mossa dalla sorridente vecchietta al ritmo delle canzoni cantate dal marito. Insieme osservarono il rozzo teatrino in cui si muovevano quatto soldatini di legno, anch'essi al ritmo di Maramao perché sei morto.
Insieme, senza aprire bocca, si comunicarono l'un l'altro quella strana voglia che era arrivata improvvisa, nel medesimo istante, e aveva bussato imperiosamente al cuore di tutti e due, senza lasciargli la minima possibilità di scelta.
7.
Quando ormai il silenzio si era impadronito del parco, quando le voci dei bimbi si erano dileguate per rifugiarsi al caldo delle loro case ancora felici, quando gli ultimi passanti infreddoliti si affrettavano verso le uscite, il cantastorie cominciò a smontare tutto il suo apparato scenografico, aiutato dalla sua fedele compagna. Con infinito amore e infinita cura smontarono il trespolo con la scimmietta, il teatrino con i soldatini, che vennero riposti ad uno ad uno in robuste custodie. Un'onda di tenerezza riscaldò per un istante i due intirizziti seduti sulla panchina nel vedere questa scena. Ma la strana voglia in loro era più forte che mai.
Restarono in attesa seduti nell'ombra fino a quando i due vecchietti ebbero finito di raccogliere tutto il loro armamentario e lentamente cominciarono a dirigersi verso l'uscita. Allora si alzarono anche loro, e come due bimbi paurosi si presero per mano, un gesto che non facevano più da tempo. Il freddo che sentivano era più gelido o profondo di quello che li circondava. Se avessero potuto scegliere, in quel momento, sono sicuro che avrebbero voluto entrare in un lettone insieme al piccolo Pietro, tirare su la coperta fin sopra la testa e tenersi stretti per scacciare il freddo invincibile. Ma non potevano scegliere, e cominciarono a camminare seguendo discretamente a debita distanza i due vecchietti.
L'Apecar si avviò baldanzosamente verso la grande periferia della città, percorrendo strade viali e piazze per loro assolutamente sconosciuti. Più andavano avanti, e più la loro sicurezza veniva meno. Ognuno per conto suo, in perfetto silenzio, cominciarono a chiedersi cosa stavano facendo, a dubitare. Ma ogni volta che stavano per tornare indietro, là davanti riappariva l'Apecar che loro vedevano circondato da un'aura di luce rossastra, e la voglia ritornava ad affacciarsi.
8.
La casa era appartata e silenziosa. Sorprendente, per certi aspetti. Ti saresti aspettato di vedere arrivare i due vecchietti in uno di quei condomini sterminati della periferia, non in una villetta unifamiliare all’estremità di un viale alberato. Il sole era ormai tramontato da tempo ma i lampioni della via non erano stati ancora accesi. Così loro non vedevano perfettamente, anche perché si erano fermati ad una certa distanza dall’Apecar parcheggiato nel vialetto. Gli sembrò di vedere i due vecchietti caricarsi sulle spalle tutto il loro apparato scenografico e sparire sotto la casa, in quello che immaginarono essere un ripostiglio, una cantina. Rimasero in attesa per una buona mezz’ora ma non li videro riemergere, quindi immaginarono che la cantina avesse una scala interna che portava direttamente in casa . Per prudenza attesero ancora diversi minuti, poi lui la guardò negli occhi e ci vide dipinta la sua stessa muta apprensione. Sperando che all’ultimo momento lei avesse cambiato idea le chiese:
-Andiamo?
Ma purtroppo lei rispose semplicemente:
-Andiamo.
Le loro ginocchia scrocchiarono rumorosamente quando si tirarono su da dietro il cespuglio per incamminarsi verso la casa. Simultaneamente portarono l’indice alla bocca per fare shhh! e sorrisero come due ragazzi, come facevano da ragazzi nella loro vita precedente. So di questo particolare perché lei me lo ha raccontato centinaia di volte, e ancora oggi quando ogni domenica vado a trovarla lei mi racconta questo insignificante dettaglio. Chissà che significato ha per lei.
Il resto del racconto invece ha un significato ben preciso. Dice che si avvicinarono pianpiano alla casa come due ladri, spie, agenti segreti. Dice che la porta d’accesso alla cantina aveva un lucchetto pesante e solido. Mentre lui tornava alla macchina per cercare qualcosa con cui rompere il lucchetto lei prese a battere i denti dal freddo, dice. Il momentaneo calore di quel sorriso complice si era già dissolto. La luce della camera da letto si accese d’improvviso, e per un attimo lui si trovò come nudo illuminato dal fascio che proveniva dalla finestra. Istintivamente si buttò di lato e nella caduta si sbucciò la pelle sul gomito (destro). Nel racconto che mi ha fatto la prima volta (e che mi ripete ogni volta sempre identico) si perde e si dilunga in una miriade di particolari tipo gomiti sbucciati, gambe che scrocchiano, lucchetti arcigni, finestre illuminate. Come se non volesse arrivare alla fine del racconto, come se disseminasse il percorso di subdoli chiodi . Là in fondo, però, c’è sempre un’unica porta.
Dice che lo schiocco sordo del lucchetto rotto colpì le loro orecchie come uno sparo, e dalle orecchie penetrò nella testa e lungo il collo e il petto fino al cuore. Che non riuscivano più a far arrivare l’aria nei polmoni, dice. Si avventurarono così nella cantina come in apnea.
9.
In un primo momento quel che videro li rassicurò. Così dopo, quando capirono, fu infinitamente peggio. Non si fidarono ad accendere la luce così perlustrarono la cantina al debole chiarore della torcia elettrica mezza scassata che avevano buttato in macchina. Sembrava di essere stati catapultati nel film Pinocchio, mi dice sempre. Nella bottega di Geppetto, per l’esattezza. I burattini di legno destinati a diventare soldatini nel piccolo teatro del cantastorie erano appoggiati alla rinfusa sul bancone, alcuni finiti e pronti per essere pitturati e vestiti, altri senza un braccio, una gamba, la testa…
10.
Quella sera papà e mamma non tornarono a casa, e per tanti anni non li rividi più. La zia cominciò a preoccuparsi , poi cominciò a fare telefonate su telefonate, poi cominciò a piangere e io non capivo un cavolo di quello che stava succedendo. Andai a vivere con gli zii e nessuno mi disse niente fino a quando ebbi compiuto 18 anni, e anche allora furono molto reticenti.
La fine della storia, il destino di mio fratello Alberto e della mia famiglia l’ho saputo solo quando ho rivisto mia madre ormai vecchia nella clinica (una volta li chiamavano manicomi, poi li hanno chiusi)dov’è rinchiusa da allora. Entrando nella sua camera la trovai voltata verso la finestra. Non mi riconobbe, ma devo dire che questo di per sé non sarebbe sintomo sufficiente di labilità mentale, dal momento che anch’io faticai non poco a riconoscere lei. Non rispose al mio abbraccio né alle mie domande, così mi sedetti e rimasi in silenzio. Come mi avevano preannunciato, di lì a poco lei cominciò a parlare, sempre rivolta alla finestra. Faceva sempre così da anni, giorno dopo giorno, mi avevano detto. Ripeteva sempre la stessa storia, sempre uguale dalla prima all’ultima parola. Poi faceva una pausa di un’ora, e quindi ricominciava da capo. Incessantemente, spietatamente. La bellissima voce che mi aveva cullato nelle notti faticose dei miei primi giorni quella sì che la riconobbi al volo. Era rimasta intatta,miracolosamente dolce e serena come una volta. La storia cominciava così:
-So che è difficile crederlo, ma questa è la vicenda vera capitata proprio a me e alla mia disgraziata famiglia…
Potevo alzarmi e andarmene, quando ormai era chiaro che in fondo a quel tunnel non ci sarebbe stata luce, ma solo una tenebra ancora più fitta e profonda. Potevo farlo, lei non se ne sarebbe accorta e io sarei rimasto con il ricordo di Alberto che mi derivava dalle foto che mi aveva dato la zia anni fa. Potevo, ma non potei. Ero diventato di piombo, e rimasi appiccicato alla sedia mentre lei finiva di raccontare:
-Non so chi se ne è accorto prima, ma comunque sarà stata una frazione di secondo. Il mio cervello l’aveva già capito mentre il mio cuore rifiutava di accettarlo. Nell’istante preciso in cui ho capito che quelli non erano burattini di legno ma burattini di carne seppi anche tutto quello che era successo ad Alberto. Capii perché eravamo così intensamente attratti da quel posto, quell’angolo di parco, il cantastorie-orco che cantava Maramao perché sei morto, il suo sinistro teatro di soldatini, quel soldatino in particolare, mio figlio, il mio bambino, mio dio. Nello stesso istante deve averlo capito anche mio marito, perché ha sbarrato gli occhi ed è caduto per terra senza dire niente. Siccome era piuttosto vicino al muro si è appoggiato con la schiena ed è rimasto seduto così, con gli occhi aperti, ma con la testa tutta spostata in avanti. Sembrava quasi che si rimirasse il pisello ma non era vero naturalmente. Guardandomi intorno alla luce della torcia scoprii diversi pezzi di corpi di bambini, mi sembravano strani e non capivo perché, finché non mi resi conto che erano più piccoli del normale,miniaturizzati. Già, pensai, devono entrare nel teatrino in veste di piccoli soldati. Trovai fra tanti il mio Alberto in miniatura e lo presi tra le braccia. Odorava di vernice fresca. Lo baciai e rimasi così per un po’. Non so se ho pianto, non credo. La prego di credermi, Commissario, è tutto vero. So che è difficile crederlo ma è tutto vero.
Lei restò in silenzio, dopo aver finito di recitare tutta la storia con voce piatta e cantilenante. Io restai seduto incapace di qualunque movimento per alcuni minuti. Pensavo che sarei morto lì,fulminato come mio padre, invece mi alzai e me ne andai dopo averla abbracciata. Per dovere di completezza devo dire che mia madre venne trovata dopo sei giorni che si aggirava in un bosco. Iniziò subito a raccontare la sua storia con monotonia e cocciutaggine, ma naturalmente quando dopo molte ricerche la polizia individuò una villa che poteva rispondere ai requisiti i due vecchietti si erano volatilizzati, facendo sparire con loro qualunque traccia. In cantina, simpatico scherzetto, lasciarono solo a marcire la carcassa del mio povero padre. Di loro nessuno ha mai saputo più niente, ormai saranno morti da anni serenamente di vecchiaia visto che erano già un po’ avanti negli anni. Io sono ancora vivo, e questo è tutto.
Ora so perché continuavano ad andare là puntualmente tutte le domeniche come avevano sempre fatto.
Prima ci andavano con due figli, poi ci andavano con un figlio solo. E questa era l'unica differenza.
Per il resto la ritualità della passeggiata al parco era rispettata fin nei minimi particolari.
Esternamente, quindi, niente era cambiato, ma è meglio non guardare dentro di loro, perché sarebbe troppo straziante scoprire la montagna di dolore seppellita sotto la consuetudine.
Da quella mattina di due anni prima vivevano come in una specie di trance, un sonno ad occhi aperti riempito di obblighi, compiti e doveri rigidamente scadenzati che non lasciavano il minimo spazio al silenzio, al pensiero, e soprattutto al ricordo.
Quella specie di sonnolento torpore iperattivo in cui erano volontariamente scivolati era rotto violentemente di quando in quando dal loro incolpevole figlio più piccolo (il loro unico figlio) che con la crudele innocenza dei bambini si fermava a volte nel bel mezzo di una partita a pallone con il papà, della lettura di un libro, della visione di una videocassetta di Winnie the Pooh, e con un'espressione un po' triste sotto la zazzera bionda chiedeva: "Quando torna Alberto?"
Allora era difficile non scoppiare a piangere, ma era obbligatorio continuare a sopravvivere per lui, per quello che restava, dopo tutto. Gli avevano detto, due anni prima, che Alberto era partito per un lungo viaggio, sperando che almeno nel ricordo del piccolo Pietro la presenza di Alberto illanguidisse piano piano nel tempo, come non avrebbe mai potuto accadere per loro.
Ma non avevano fatto i conti con il carattere sensibile e profondo di quella piccola persona e con la passione e la complicità che avevano fatto già in tempo a cementarsi fra i due fratellini. Una complicità che Pietro non avrebbe mai più ritrovato da nessun'altra parte.
2.
Due anni prima, giorno più giorno meno, era domenica. In questa città triste, puzzolente e anonima dove viviamo, capita ogni tanto una giornata di sole terso, di luce trasparente che ci stupisce e quasi ci spaventa.
Loro non erano spaventati però quella mattina andando al parco con i loro due figli pestiferi, Alberto di 4 anni e Pietro di 2. Era la classica giornata in cui sarebbe stato assolutamente impossibile tenerli a casa.
Il parco era pieno di gente, come non accadeva spesso durante l'inverno, e questa fu una delle cose fatali. Alberto era intraprendente, Alberto era estroverso, Alberto era socievole e un po' ribelle. Alberto faceva prevedere e sognare per lui un futuro pieno di sole e di conquiste. Alberto era la luce dei loro occhi, e il più grande eroe del suo fratellino.
Pietro, più timido, emotivo e sensibile, viveva già da qualche tempo l'intenso dolore della separazione, della perdita. Lo viveva ogni mattina quando Alberto usciva di casa col papà per andare all'asilo, mentre lui restava a casa con la mamma. Era straziante vederlo così irrimediabilmente disperato chiamare fra le lacrime il nome di Alberto, ed era consolante riuscire a consolarlo e vederlo affrontare ogni giorno la sua mattinata senza Alberto. Chissà se si consolerà mai di quest'ultima definitiva separazione.
Alberto faceva amicizia facilmente, e forse il solo motivo per il quale oggi piangiamo un solo lutto è che quel giorno, per Pietro, la sottana della mamma fu più forte dell'idolatria nei confronti del fratello.
Come sempre accade, fu questione di un attimo. E' sempre in fondo questione di un attimo: l'attimo di disattenzione in cui finisci sotto una macchina o fuori strada, l'attimo in cui quel vaso cade e tu ci passi proprio sotto. La distrazione, o la fatalità, non durano mai più di un attimo, e per tutto il resto della tua vita sei condannato a riviverlo senza fine, quell'attimo, a rivivere la morte infinite volte, ogni volta invocando che arrivi la morte.
Un attimo prima Alberto era lì, a capo di un gruppetto di cinque o sei bambini che giocavano ai pirati con le spade di plastica, poco oltre il baracchino del cantastorie che snocciolava le sue nenie tristi sempre uguali. Sarà stato a non più di quindici metri dalla sua mamma. Si sorrisero. Papà era andato a comprare il giornale. Pietro mangiava il gelato impiastrandosi tutto di cioccolato. La mamma si chinò su di lui per pulirgli un po' il maglione, poi gli passò il fazzoletto di carta sulla bocca e sulle mani. Ecco fatto.
Quando rialzò gli occhi e guardò in direzione del gruppetto di bambini, Alberto non c'era più, e non ci sarebbe stato mai più.
3.
Hanno cercato di spiegarmelo, quello che si prova. Hanno cercato di descrivere la qualità e le dimensioni di quel vuoto che non si può descrivere. Un vuoto e una perdita resi infiniti e inconsolabili dal senso di colpa, dal non riuscire a farsene una ragione, ad assolversi.
Hanno cercato, ma credo che non riuscirò mai a capirlo fino in fondo, a sentire la perdita di un figlio. Credo che possa sentirlo solo chi perde un figlio, e credo che questo sia uno dei motivi principali per cui non ho figli.
Se non ci fosse stato Pietro non sarebbero sopravvissuti nemmeno loro, e invece sopravvissero. Sopravvissero alla prima disperazione, alle ricerche infruttuose, all'affievolirsi delle speranze, all'idea che non lo avrebbero mai più rivisto vivo, e infine all'idea che non lo avrebbero rivisto più neanche morto.
In sogno, questo sì, lo rivedevano spesso, quasi ogni notte, e quasi ogni mattina si svegliavano con gli occhi pieni di lacrime e si raccontavano reciprocamente i loro sogni. Cercavano febbrilmente il dolore, avevano bisogno di soffrire per sentire il loro bambino un po'più vicino, perché fosse in qualche modo presente.
Forse è per questo stesso motivo (ora comincio a capire) che continuavano ad andare in quel parco con agghiacciate regolarità. Strano a dirsi, non avevano sentito il bisogno di cambiare. Io avrei cambiato parco, città, stato, continente, pianeta. Loro invece avevano circoscritto sempre di più la zona del parco in cui si fermavano, a costo di costringere lo scalpitante Pietro in pochi metri quadrati con suo grande scontento.
Non sapevano perché, non si erano mai parlati in proposito, e non avrebbero saputo spiegarlo, ma si sentivano attratti da quel luogo, quasi come se lì dove era scomparso aleggiasse ancora in qualche modo la presenza di Alberto.
Naturalmente non se lo sarebbero mai confessato, non volevano finire in manicomio, ma segretamente tutti e due sentivano Alberto lì in quel posto esatto, solo lì in quei cento metri quadrati e non un centimetro più in là.
Ma non solo. Questo è ancora più difficile spiegarlo, ma se lui o lei avessero potuto articolare in parole quell'orrendo peso che artigliava il loro cuore ogni domenica mattina, avrebbero detto che in quel luogo, e solo in quel luogo al mondo, sentivano Alberto soffrire, piangere, chiamare disperatamente la mamma.
4.
Lui aveva provato a sentirsi madre, e a provare il distacco di un pezzo della sua carne, ma nemmeno questo gli era concesso. Così gli restava solo il senso di colpa, la domanda senza risposta che gli folgorava la mente ogni mattina alzandosi dal letto: perché sono andato a comprare il giornale proprio in quel momento?
Da allora non aveva mai più letto una parola scritta su un pezzo di carta, lui che era stato fino a quella mattina di due anni prima un avido lettore di qualunque cosa gli capitasse sott'occhio.
5.
La polizia non aveva saputo cosa dire. Non avevano trovato tracce, indizi, scie di alcun genere. Non c'erano sospetti né indiziati né testimoni. Movente, manco a parlarne. Naturalmente le prime ricerche si erano concentrate nei diversi campi nomadi della periferia, ma senza alcun risultato. D'altra parte nessuno aveva visto nomadi o altri personaggi sospetti aggirarsi nella zona all'ora della sparizione. Il parco, ironicamente, era considerato una zona sicura. Tutto il possibile era stato tentato, tutto inutilmente.
Il bel volto aperto e sorridente di Alberto aveva fatto capolino per un certo periodo di tempo sui manifesti nei dintorni del parco, e anche sulle buste di latte della centrale, con il solo risultato di stringere ulteriormente il cuore di quei due poveri genitori. Poi era tutto finito, intendo tutta la mobilitazione del lutto intorno a loro, e loro erano tornati a vagare nella loro mezza vita senza sole.
E come due rabdomanti pazzi ogni domenica tornavano là senza sapere perché, e ogni domenica restavano sempre più a lungo, e ogni domenica i loro movimenti si facevano sempre più lenti e il loro raggio d'azione più limitato. Infine avevano deciso che era una inutile sofferenza per Pietro portarlo al parco e mummificarlo lì per delle ore, così la domenica mattina lo affidavano ad una baby sitter che lo portava in un'altra zona del parco, e loro potevano liberamente varcare la soglia del loro particolarissimo inferno, sedersi su di una panchina, e rimanere per ore assolutamente immobili senza una parola mentre il sole si alzava per poi tornare ad abbassarsi, la vita scorreva intorno a loro, il parco si riempiva di voci colori e carrozzine e poi tornava a svuotarsi.
6.
L'unica eco del mondo esterno, ma remotissima,come se provenisse dal fondo di un mare profondo, era la monotona litania del cantastorie, che si ripeteva negli anni sempre uguale a se stessa. Il repertorio del vecchietto era limitatissimo: tre quattro canzoni al massimo, ripetute ossessivamente. Ma il suo vero cavallo di battaglia era Maramao perché sei morto, e nella versione del vecchio cantastorie la canzonetta bambinesca acquistava una mellifua e ipnotica mollezza. Data l'esiguità del repertorio, a loro che restavano per ore semisvenuti sulle panchine poteva capitare anche di ascoltarla una trentina di volte ogni domenica, questa canzone. E fu sentendo il cantastorie cantare per l'ennesima volta Maramao perché sei morto che una mattina accadde.
Si svegliarono insieme dal loro trance, insieme cominciarono a guardare il cantastorie per la prima volta, e non solo ad ascoltarlo. Insieme videro la buffa scimmietta di peluche appesa per il collo ad un trespolo e mossa dalla sorridente vecchietta al ritmo delle canzoni cantate dal marito. Insieme osservarono il rozzo teatrino in cui si muovevano quatto soldatini di legno, anch'essi al ritmo di Maramao perché sei morto.
Insieme, senza aprire bocca, si comunicarono l'un l'altro quella strana voglia che era arrivata improvvisa, nel medesimo istante, e aveva bussato imperiosamente al cuore di tutti e due, senza lasciargli la minima possibilità di scelta.
7.
Quando ormai il silenzio si era impadronito del parco, quando le voci dei bimbi si erano dileguate per rifugiarsi al caldo delle loro case ancora felici, quando gli ultimi passanti infreddoliti si affrettavano verso le uscite, il cantastorie cominciò a smontare tutto il suo apparato scenografico, aiutato dalla sua fedele compagna. Con infinito amore e infinita cura smontarono il trespolo con la scimmietta, il teatrino con i soldatini, che vennero riposti ad uno ad uno in robuste custodie. Un'onda di tenerezza riscaldò per un istante i due intirizziti seduti sulla panchina nel vedere questa scena. Ma la strana voglia in loro era più forte che mai.
Restarono in attesa seduti nell'ombra fino a quando i due vecchietti ebbero finito di raccogliere tutto il loro armamentario e lentamente cominciarono a dirigersi verso l'uscita. Allora si alzarono anche loro, e come due bimbi paurosi si presero per mano, un gesto che non facevano più da tempo. Il freddo che sentivano era più gelido o profondo di quello che li circondava. Se avessero potuto scegliere, in quel momento, sono sicuro che avrebbero voluto entrare in un lettone insieme al piccolo Pietro, tirare su la coperta fin sopra la testa e tenersi stretti per scacciare il freddo invincibile. Ma non potevano scegliere, e cominciarono a camminare seguendo discretamente a debita distanza i due vecchietti.
L'Apecar si avviò baldanzosamente verso la grande periferia della città, percorrendo strade viali e piazze per loro assolutamente sconosciuti. Più andavano avanti, e più la loro sicurezza veniva meno. Ognuno per conto suo, in perfetto silenzio, cominciarono a chiedersi cosa stavano facendo, a dubitare. Ma ogni volta che stavano per tornare indietro, là davanti riappariva l'Apecar che loro vedevano circondato da un'aura di luce rossastra, e la voglia ritornava ad affacciarsi.
8.
La casa era appartata e silenziosa. Sorprendente, per certi aspetti. Ti saresti aspettato di vedere arrivare i due vecchietti in uno di quei condomini sterminati della periferia, non in una villetta unifamiliare all’estremità di un viale alberato. Il sole era ormai tramontato da tempo ma i lampioni della via non erano stati ancora accesi. Così loro non vedevano perfettamente, anche perché si erano fermati ad una certa distanza dall’Apecar parcheggiato nel vialetto. Gli sembrò di vedere i due vecchietti caricarsi sulle spalle tutto il loro apparato scenografico e sparire sotto la casa, in quello che immaginarono essere un ripostiglio, una cantina. Rimasero in attesa per una buona mezz’ora ma non li videro riemergere, quindi immaginarono che la cantina avesse una scala interna che portava direttamente in casa . Per prudenza attesero ancora diversi minuti, poi lui la guardò negli occhi e ci vide dipinta la sua stessa muta apprensione. Sperando che all’ultimo momento lei avesse cambiato idea le chiese:
-Andiamo?
Ma purtroppo lei rispose semplicemente:
-Andiamo.
Le loro ginocchia scrocchiarono rumorosamente quando si tirarono su da dietro il cespuglio per incamminarsi verso la casa. Simultaneamente portarono l’indice alla bocca per fare shhh! e sorrisero come due ragazzi, come facevano da ragazzi nella loro vita precedente. So di questo particolare perché lei me lo ha raccontato centinaia di volte, e ancora oggi quando ogni domenica vado a trovarla lei mi racconta questo insignificante dettaglio. Chissà che significato ha per lei.
Il resto del racconto invece ha un significato ben preciso. Dice che si avvicinarono pianpiano alla casa come due ladri, spie, agenti segreti. Dice che la porta d’accesso alla cantina aveva un lucchetto pesante e solido. Mentre lui tornava alla macchina per cercare qualcosa con cui rompere il lucchetto lei prese a battere i denti dal freddo, dice. Il momentaneo calore di quel sorriso complice si era già dissolto. La luce della camera da letto si accese d’improvviso, e per un attimo lui si trovò come nudo illuminato dal fascio che proveniva dalla finestra. Istintivamente si buttò di lato e nella caduta si sbucciò la pelle sul gomito (destro). Nel racconto che mi ha fatto la prima volta (e che mi ripete ogni volta sempre identico) si perde e si dilunga in una miriade di particolari tipo gomiti sbucciati, gambe che scrocchiano, lucchetti arcigni, finestre illuminate. Come se non volesse arrivare alla fine del racconto, come se disseminasse il percorso di subdoli chiodi . Là in fondo, però, c’è sempre un’unica porta.
Dice che lo schiocco sordo del lucchetto rotto colpì le loro orecchie come uno sparo, e dalle orecchie penetrò nella testa e lungo il collo e il petto fino al cuore. Che non riuscivano più a far arrivare l’aria nei polmoni, dice. Si avventurarono così nella cantina come in apnea.
9.
In un primo momento quel che videro li rassicurò. Così dopo, quando capirono, fu infinitamente peggio. Non si fidarono ad accendere la luce così perlustrarono la cantina al debole chiarore della torcia elettrica mezza scassata che avevano buttato in macchina. Sembrava di essere stati catapultati nel film Pinocchio, mi dice sempre. Nella bottega di Geppetto, per l’esattezza. I burattini di legno destinati a diventare soldatini nel piccolo teatro del cantastorie erano appoggiati alla rinfusa sul bancone, alcuni finiti e pronti per essere pitturati e vestiti, altri senza un braccio, una gamba, la testa…
10.
Quella sera papà e mamma non tornarono a casa, e per tanti anni non li rividi più. La zia cominciò a preoccuparsi , poi cominciò a fare telefonate su telefonate, poi cominciò a piangere e io non capivo un cavolo di quello che stava succedendo. Andai a vivere con gli zii e nessuno mi disse niente fino a quando ebbi compiuto 18 anni, e anche allora furono molto reticenti.
La fine della storia, il destino di mio fratello Alberto e della mia famiglia l’ho saputo solo quando ho rivisto mia madre ormai vecchia nella clinica (una volta li chiamavano manicomi, poi li hanno chiusi)dov’è rinchiusa da allora. Entrando nella sua camera la trovai voltata verso la finestra. Non mi riconobbe, ma devo dire che questo di per sé non sarebbe sintomo sufficiente di labilità mentale, dal momento che anch’io faticai non poco a riconoscere lei. Non rispose al mio abbraccio né alle mie domande, così mi sedetti e rimasi in silenzio. Come mi avevano preannunciato, di lì a poco lei cominciò a parlare, sempre rivolta alla finestra. Faceva sempre così da anni, giorno dopo giorno, mi avevano detto. Ripeteva sempre la stessa storia, sempre uguale dalla prima all’ultima parola. Poi faceva una pausa di un’ora, e quindi ricominciava da capo. Incessantemente, spietatamente. La bellissima voce che mi aveva cullato nelle notti faticose dei miei primi giorni quella sì che la riconobbi al volo. Era rimasta intatta,miracolosamente dolce e serena come una volta. La storia cominciava così:
-So che è difficile crederlo, ma questa è la vicenda vera capitata proprio a me e alla mia disgraziata famiglia…
Potevo alzarmi e andarmene, quando ormai era chiaro che in fondo a quel tunnel non ci sarebbe stata luce, ma solo una tenebra ancora più fitta e profonda. Potevo farlo, lei non se ne sarebbe accorta e io sarei rimasto con il ricordo di Alberto che mi derivava dalle foto che mi aveva dato la zia anni fa. Potevo, ma non potei. Ero diventato di piombo, e rimasi appiccicato alla sedia mentre lei finiva di raccontare:
-Non so chi se ne è accorto prima, ma comunque sarà stata una frazione di secondo. Il mio cervello l’aveva già capito mentre il mio cuore rifiutava di accettarlo. Nell’istante preciso in cui ho capito che quelli non erano burattini di legno ma burattini di carne seppi anche tutto quello che era successo ad Alberto. Capii perché eravamo così intensamente attratti da quel posto, quell’angolo di parco, il cantastorie-orco che cantava Maramao perché sei morto, il suo sinistro teatro di soldatini, quel soldatino in particolare, mio figlio, il mio bambino, mio dio. Nello stesso istante deve averlo capito anche mio marito, perché ha sbarrato gli occhi ed è caduto per terra senza dire niente. Siccome era piuttosto vicino al muro si è appoggiato con la schiena ed è rimasto seduto così, con gli occhi aperti, ma con la testa tutta spostata in avanti. Sembrava quasi che si rimirasse il pisello ma non era vero naturalmente. Guardandomi intorno alla luce della torcia scoprii diversi pezzi di corpi di bambini, mi sembravano strani e non capivo perché, finché non mi resi conto che erano più piccoli del normale,miniaturizzati. Già, pensai, devono entrare nel teatrino in veste di piccoli soldati. Trovai fra tanti il mio Alberto in miniatura e lo presi tra le braccia. Odorava di vernice fresca. Lo baciai e rimasi così per un po’. Non so se ho pianto, non credo. La prego di credermi, Commissario, è tutto vero. So che è difficile crederlo ma è tutto vero.
Lei restò in silenzio, dopo aver finito di recitare tutta la storia con voce piatta e cantilenante. Io restai seduto incapace di qualunque movimento per alcuni minuti. Pensavo che sarei morto lì,fulminato come mio padre, invece mi alzai e me ne andai dopo averla abbracciata. Per dovere di completezza devo dire che mia madre venne trovata dopo sei giorni che si aggirava in un bosco. Iniziò subito a raccontare la sua storia con monotonia e cocciutaggine, ma naturalmente quando dopo molte ricerche la polizia individuò una villa che poteva rispondere ai requisiti i due vecchietti si erano volatilizzati, facendo sparire con loro qualunque traccia. In cantina, simpatico scherzetto, lasciarono solo a marcire la carcassa del mio povero padre. Di loro nessuno ha mai saputo più niente, ormai saranno morti da anni serenamente di vecchiaia visto che erano già un po’ avanti negli anni. Io sono ancora vivo, e questo è tutto.
lunedì 16 marzo 2009
Quello che so
(Tragicommedia ambientata nel magico mondo della pubblicità)
Decima puntata
28.
Roberto Benati esce di casa prima dell’alba, quando la città è ancora deserta. Non ci farà mai più ritorno. Prima di sparire per sempre, telefona al dottor Moiano e gli chiede se può andare a trovarlo un attimo. Il dottor Moiano gli risponde ma certo lei è sempre il benvenuto.
Quando si siede davanti al magistrato ha la faccia grigia e due occhiaie molto profonde. Il dottor Moiano, uomo discreto e riservato, non può fare a meno di chiedergli se si sente bene.
“Benissimo, è solo che ultimamente non dormo molto bene.” risponde Benati con aria assente.
“Vuole un caffè?”
“Mi scusi se la disturbo a quest’ora del mattino.”
“Non si preoccupi, anch’io sono molto mattiniero, ultimamente. Questo caso non mi lascia dormire.”
“Già, il caso. Come va, dottore? Sta seguendo qualche pista?”
“Sa che non potrei parlarne con lei, anche se volessi.”
“Perché sono un indiziato?”
“Questo conta poco, a dire la verità. Questo è il caso con il maggior numero di indiziati che mi sia mai capitato. Non ne posso parlare semplicemente perché l’inchiesta è ancora in corso, e come lei sa esiste il segreto istruttorio.”
“Allora forse può starmi ad ascoltare cinque minuti, se gliene parlo un po’ io.”
Benati non può vederle, ma le antenne del dottor Calogero Moiano si drizzano al massimo in una frazione di secondo.
“L’ascolto volentieri.”
“In realtà non credo di doverle dire niente di straordinario, o qualcosa che le possa dare una mano a risolvere il suo caso. Io…lei sa che ho perso da poco tutta la mia famiglia…”
“Sì lo so, mi dispiace, ma non capisco come…”
“Infatti non c’entra proprio niente. Mi viene in mente solo perché l’unico che sembrava essersi reso conto di quello che mi era capitato era Francesco M. Capisce? Uno così stronzo e spietato, una merda integrale…Voglio dire, non so bene neanch’io cosa voglio dire, non è che importi molto a questo punto. Però, ecco, Francesco non era quello che sembrava, o quantomeno non era soltanto quello che sembrava. Era molto di moda considerarlo e definirlo il perfetto stronzo perché lui per primo voleva essere considerato così. Ma insomma, la realtà era un po’ più complicata.”
“Perché mi dice questo? Perché adesso?”
“Non lo so…Voglio che lei sappia che non l’ho ucciso io, non avrei mai potuto. Mi ha dato una mano, ha cercato di aiutarmi a sopravvivere, e io mi vergogno di aver detto quelle cose su di lui quando ci siamo visti la prima volta. L’unica giustificazione che posso darmi e che probabilmente a lui avrebbe fatto piacere sentirsi dipingere così.”
Moiano vorrebbe rispondere che lo sa già, che ha dapprima cominciato a sospettarlo e poi a capirlo. Invece dice:
“E’ proprio sicuro di stare bene?”
L’altro lo guarda come se facesse fatica a riconoscerlo.
“Come? Oh, certo, le ho già detto che sto benissimo, mi sento anche un po’ più leggero adesso, ho depositato tutti i bagagli. Mi scusi ancora per il disturbo, arrivederci.”
Fa per alzarsi, ma il dottor Calogero Moiano lo trattiene con una mano appoggiata sul braccio. Vuole che quell’uomo sofferente resti ancora un po’ con lui.
“Non ho mai pensato che lei avesse ucciso Francesco M.” dice mentendo. “Comunque la ringrazio di avermi voluto dire queste cose. Senta, non ha proprio nient’altro da raccontarmi, è sicuro?”
C’è una pausa piuttosto lunga, di quel genere che ad un certo punto diventano imbarazzanti e senti il bisogno di schiarirti la gola o dire qualcosa sul tempo per riempire il silenzio. Il dottor Calogero Moiano ha già aperto la bocca per dire qualcosa, anche se non sa ancora cosa potrebbe dire, quando invece Roberto Benati risponde.
“Non era felice. Era spesso nervoso o cupo. Poi a volte diceva delle cose che non capivo, ma che evidentemente gli davano un po’ di sollievo.”
“Quali cose? Se ne ricorda qualcuna?”
“Beh, sì…negli ultimi tempi quando pranzavamo insieme o eravamo soli lui a volte mi diceva: “Roberto, forse sono ancora in tempo.” oppure “forse posso ancora farcela a rimediare.”
“E a cosa si riferiva?”
“Chi lo sa? Quando glielo chiedevo lui sorrideva e rispondeva “Lo so io, vedrai.”
29.
Quello che so, pagina 25:
‘Qualche giorno fa mi accorgo che l’acqua dentro il mio piccolo acquario in salotto è diventata torbida. Di nuovo. Che palle, non ho il tempo né la voglia di stare lì a pulire con la spazzola tutta quella merda.
Così vado al negozio dove l’ho comprato, e scopro l’esistenza del Pesce Pulitore. Ha delle piccole ventose nella parte inferiore del corpo, con le quali rimuove lo sporco dalle pareti dell’acquario. Tu guarda la natura cosa è un grado di inventare. Lo compro.
Quando lo libero dentro l’acquario tutti gli altri pesci corrono a nascondersi dietro le rocce o la vegetazione. Chissà perché, hanno paura. Ma forse è solo una mia impressione.
Il suo nome è gentile, singolarmente ingannevole. Farebbe pensare ad un timido esserino che svolga con diligenza l’umile mestiere di tenere l’acquario sgombro dalle alghe.
Non cadere in questa trappola, il pesce pulitore è un mostro, l’essenza stessa del male.
I condor e le iene sentono morire gli altri animali e arrivano a spazzare via tutto, ma non vivono insieme alle antilopi, non condividono le stesse passioni dei leoni, non bevono nel fiume fianco a fianco degli elefanti.
Il pesce pulitore vive con gli altri pesci, è uno di loro. Sembra uno di loro.
Si nasconde fra le piante, gioca a rincorrersi, e all’ora del rancio sbocconcella placidamente la sua razione.
Poi un giorno uno dei pesci manca all’appello, e noti che il pesce pulitore è impercettibilmente cresciuto, tanto impercettibilmente che stenti ad accorgertene, e più ancora a crederci.
Ci credi qualche giorno dopo, quando un altro pesce tropicale scompare dalla circolazione e vedi il pesce pulitore adagiato sul fondo, immobile.
Guardi meglio e capisci che il pesce pulitore non è adagiato proprio sul fondo, bensì su una lisca tropicale, ormai quasi completamente spolpata.
E’ cresciuto ancora un po’, ed è anche un po’ ingrassato. Intanto le pareti dell’acquario non sono più così limpide come i primi tempi, è subentrata un po’ di sciatteria nel modo in cui tiene pulita la casa.
Un giorno, quando dentro l’acquario da dieci che erano sono rimasti solo in due, lui e un nervosissimo pesciolino neon che ormai non è grande nemmeno un quinto del pesce pulitore, lo guardi in faccia con attenzione e ti sembra di vederlo sorridere, e non è un sorriso gentile e rassicurante come il suo nome farebbe pensare. Il suo sorriso ti fa rabbrividire. Ora sai chi è, sai qual è la sua natura, sai dove vuole arrivare.’
Decima puntata
28.
Roberto Benati esce di casa prima dell’alba, quando la città è ancora deserta. Non ci farà mai più ritorno. Prima di sparire per sempre, telefona al dottor Moiano e gli chiede se può andare a trovarlo un attimo. Il dottor Moiano gli risponde ma certo lei è sempre il benvenuto.
Quando si siede davanti al magistrato ha la faccia grigia e due occhiaie molto profonde. Il dottor Moiano, uomo discreto e riservato, non può fare a meno di chiedergli se si sente bene.
“Benissimo, è solo che ultimamente non dormo molto bene.” risponde Benati con aria assente.
“Vuole un caffè?”
“Mi scusi se la disturbo a quest’ora del mattino.”
“Non si preoccupi, anch’io sono molto mattiniero, ultimamente. Questo caso non mi lascia dormire.”
“Già, il caso. Come va, dottore? Sta seguendo qualche pista?”
“Sa che non potrei parlarne con lei, anche se volessi.”
“Perché sono un indiziato?”
“Questo conta poco, a dire la verità. Questo è il caso con il maggior numero di indiziati che mi sia mai capitato. Non ne posso parlare semplicemente perché l’inchiesta è ancora in corso, e come lei sa esiste il segreto istruttorio.”
“Allora forse può starmi ad ascoltare cinque minuti, se gliene parlo un po’ io.”
Benati non può vederle, ma le antenne del dottor Calogero Moiano si drizzano al massimo in una frazione di secondo.
“L’ascolto volentieri.”
“In realtà non credo di doverle dire niente di straordinario, o qualcosa che le possa dare una mano a risolvere il suo caso. Io…lei sa che ho perso da poco tutta la mia famiglia…”
“Sì lo so, mi dispiace, ma non capisco come…”
“Infatti non c’entra proprio niente. Mi viene in mente solo perché l’unico che sembrava essersi reso conto di quello che mi era capitato era Francesco M. Capisce? Uno così stronzo e spietato, una merda integrale…Voglio dire, non so bene neanch’io cosa voglio dire, non è che importi molto a questo punto. Però, ecco, Francesco non era quello che sembrava, o quantomeno non era soltanto quello che sembrava. Era molto di moda considerarlo e definirlo il perfetto stronzo perché lui per primo voleva essere considerato così. Ma insomma, la realtà era un po’ più complicata.”
“Perché mi dice questo? Perché adesso?”
“Non lo so…Voglio che lei sappia che non l’ho ucciso io, non avrei mai potuto. Mi ha dato una mano, ha cercato di aiutarmi a sopravvivere, e io mi vergogno di aver detto quelle cose su di lui quando ci siamo visti la prima volta. L’unica giustificazione che posso darmi e che probabilmente a lui avrebbe fatto piacere sentirsi dipingere così.”
Moiano vorrebbe rispondere che lo sa già, che ha dapprima cominciato a sospettarlo e poi a capirlo. Invece dice:
“E’ proprio sicuro di stare bene?”
L’altro lo guarda come se facesse fatica a riconoscerlo.
“Come? Oh, certo, le ho già detto che sto benissimo, mi sento anche un po’ più leggero adesso, ho depositato tutti i bagagli. Mi scusi ancora per il disturbo, arrivederci.”
Fa per alzarsi, ma il dottor Calogero Moiano lo trattiene con una mano appoggiata sul braccio. Vuole che quell’uomo sofferente resti ancora un po’ con lui.
“Non ho mai pensato che lei avesse ucciso Francesco M.” dice mentendo. “Comunque la ringrazio di avermi voluto dire queste cose. Senta, non ha proprio nient’altro da raccontarmi, è sicuro?”
C’è una pausa piuttosto lunga, di quel genere che ad un certo punto diventano imbarazzanti e senti il bisogno di schiarirti la gola o dire qualcosa sul tempo per riempire il silenzio. Il dottor Calogero Moiano ha già aperto la bocca per dire qualcosa, anche se non sa ancora cosa potrebbe dire, quando invece Roberto Benati risponde.
“Non era felice. Era spesso nervoso o cupo. Poi a volte diceva delle cose che non capivo, ma che evidentemente gli davano un po’ di sollievo.”
“Quali cose? Se ne ricorda qualcuna?”
“Beh, sì…negli ultimi tempi quando pranzavamo insieme o eravamo soli lui a volte mi diceva: “Roberto, forse sono ancora in tempo.” oppure “forse posso ancora farcela a rimediare.”
“E a cosa si riferiva?”
“Chi lo sa? Quando glielo chiedevo lui sorrideva e rispondeva “Lo so io, vedrai.”
29.
Quello che so, pagina 25:
‘Qualche giorno fa mi accorgo che l’acqua dentro il mio piccolo acquario in salotto è diventata torbida. Di nuovo. Che palle, non ho il tempo né la voglia di stare lì a pulire con la spazzola tutta quella merda.
Così vado al negozio dove l’ho comprato, e scopro l’esistenza del Pesce Pulitore. Ha delle piccole ventose nella parte inferiore del corpo, con le quali rimuove lo sporco dalle pareti dell’acquario. Tu guarda la natura cosa è un grado di inventare. Lo compro.
Quando lo libero dentro l’acquario tutti gli altri pesci corrono a nascondersi dietro le rocce o la vegetazione. Chissà perché, hanno paura. Ma forse è solo una mia impressione.
Il suo nome è gentile, singolarmente ingannevole. Farebbe pensare ad un timido esserino che svolga con diligenza l’umile mestiere di tenere l’acquario sgombro dalle alghe.
Non cadere in questa trappola, il pesce pulitore è un mostro, l’essenza stessa del male.
I condor e le iene sentono morire gli altri animali e arrivano a spazzare via tutto, ma non vivono insieme alle antilopi, non condividono le stesse passioni dei leoni, non bevono nel fiume fianco a fianco degli elefanti.
Il pesce pulitore vive con gli altri pesci, è uno di loro. Sembra uno di loro.
Si nasconde fra le piante, gioca a rincorrersi, e all’ora del rancio sbocconcella placidamente la sua razione.
Poi un giorno uno dei pesci manca all’appello, e noti che il pesce pulitore è impercettibilmente cresciuto, tanto impercettibilmente che stenti ad accorgertene, e più ancora a crederci.
Ci credi qualche giorno dopo, quando un altro pesce tropicale scompare dalla circolazione e vedi il pesce pulitore adagiato sul fondo, immobile.
Guardi meglio e capisci che il pesce pulitore non è adagiato proprio sul fondo, bensì su una lisca tropicale, ormai quasi completamente spolpata.
E’ cresciuto ancora un po’, ed è anche un po’ ingrassato. Intanto le pareti dell’acquario non sono più così limpide come i primi tempi, è subentrata un po’ di sciatteria nel modo in cui tiene pulita la casa.
Un giorno, quando dentro l’acquario da dieci che erano sono rimasti solo in due, lui e un nervosissimo pesciolino neon che ormai non è grande nemmeno un quinto del pesce pulitore, lo guardi in faccia con attenzione e ti sembra di vederlo sorridere, e non è un sorriso gentile e rassicurante come il suo nome farebbe pensare. Il suo sorriso ti fa rabbrividire. Ora sai chi è, sai qual è la sua natura, sai dove vuole arrivare.’
martedì 10 marzo 2009
Quello che so
(Tragicommedia ambientata nel magico mondo della pubblicità)
Nona puntata
25.
Nonostante ci fosse il memotac sulla porta, il giovane assistente del dottor Calogero Moiano entrò spedito, e per giunta senza bussare. Aveva la faccia tutta rossa e gli occhi quasi fuori dalle orbite. Moiano sollevò gli occhi dalla sua lettura e disse:
“Dalla tua faccia direi che hai scoperto qualcosa di interessante, Franco.”
“Ci può scommettere, dottore.”
“Io per abitudine non scommetto su niente, Franco. E in un caso come questo, meno che mai. Comunque, visto che sei entrato…”
“Li teneva per le palle, dottore. Tutti quanti.”
“Franco, per favore, vorrei che costruissi la frase in modo classico, come hai imparato a scuola: soggetto, predicato verbale, complemento oggetto. Sono piccoli e facili trucchetti, ma vedrai che così sarà più facile capirsi.”
Franco Malegori fece un lungo respiro e cercò di calmarsi. Anche se lo prendeva sempre in giro, il suo capo gli piaceva.
“La vittima, Francesco M., teneva per le palle tutti gli altri membri del consiglio di amministrazione della sua agenzia.”
“Siediti e raccontami tutto.”
“Lei sa che fino a poco tempo fa c’era un altro membro nel consiglio di amministrazione, Chris Connelly, un inglese che vive in Italia da tanti anni. Per l’esattezza era il presidente del consiglio di amministrazione. La carica formalmente più importante anche se poco più che onorifica. Se n’è andato improvvisamente tre mesi fa, e quando ho chiesto il motivo agli altri membri del consiglio, mi sono sembrati piuttosto evasivi. Così sono andato a trovarlo nella casa in Toscana dove si è ritirato, e lui mi ha raccontato una storia molto interessante. La vuole sentire?”
“Ho idea che siamo qui per questo.”
“Un giorno, all’incirca tre mesi fa, Francesco M. convoca gli altri e gli fa un discorso di questo genere: sentite, amici miei, ho pensato una cosa. Se io sono diventato il punto di riferimento, l’unico punto di riferimento, per quasi tutti i clienti di questa agenzia, è ora che questa agenzia in qualche modo mi riconosca il ruolo preminente che mi avete attribuito. Insomma, non voglio arrivare a dire che siete tutti qui a sbafo, ma poco ci manca. Quindi ho deciso quanto segue: primo, dal fatturato generato da ciascun cliente l’agenzia preleva una percentuale fissa, diciamo il 15%, e me lo versa. Secondo, da questo momento in poi, qui dentro voglio decidere tutto io, dallo stipendio dell’ultimo dipendente alle assunzioni delle segretarie, dal conto del bar al ristorante per la cena sociale. Se non vi sta bene non avete che da dirmelo e io me ne vado, però mi porto via tutti i clienti. L’avete detto voi che pendono dalle mie labbra, no?”
“Che figlio di zoccola…” Il dottor Calogero Moiano, suo malgrado, cominciava a provare una certa simpatia per quel patetico imbecille, come lo aveva chiamato solo poche ore prima.
“E’ la stessa cosa che devono aver pensato anche tutti gli altri, solo che poi ci hanno ripensato un attimo ed hanno capito che non potevano fare altro che accettare. In pratica si erano sparati nelle palle da soli.”
“E l’inglese, perché se n’è andato?”
“Che vuole, lui si era fatto un sacco di soldi negli anni passati, si era comprato una meravigliosa casa in Chianti, non aveva più voglia di tutto questo schifo, mi ha detto. Così ha detto vaffanculo, e arrivederci a tutti.”
“E perché mi hai raccontato tutto questo?”
“Dottore, mi sembra un movente perfetto. E’ anche una spiegazione plausibile dell’omicidio di gruppo, non le pare?”
Calogero Moiano sorrise, ma non era un sorriso allegro. “Già, avevamo proprio bisogno di un movente. E comunque, mi manca il quinto.”
“Prego?”
“L’inglese si era chiamato fuori, no? Inoltre, è stato lui a tirare fuori questa storia. Quindi possiamo presumere che lui non c’entri. Sei d’accordo, finora?”
Franco fece sì con la testa. Si stava sgonfiando come un palloncino bucato.
“L’anatomopatologo ha detto che aveva non meno di cinque impronte diverse, e loro, via l’inglese, sono rimasti in quattro. Ecco, mi manca il quinto.”
26.
Quello che so, pagina 19:
‘So che mi ci hanno spinto loro verso questo precipizio di cui non vedo il fondo, ma so anche che mi ci sono fatto spingere, che ho opposto ben poca resistenza. So che il mio sogno era un posto diverso da questo, un luogo silenzioso. L'aereo è una biblioteca, la biblioteca è un aereo. La biblioteca e l'aereo sono un ponte.
Due posti così diversi, ma con così tante cose in comune. (Una cosa in comune, a dire il vero, ma importantissima.) Un tempo tutto loro. Un tempo sospeso. Un tempo fermo fra due abissi di fluire nevrotico.
Quando abbandoni la luce del giorno, il traffico, i clacson delle macchine e la puzza di smog per attraversare il portone di legno intarsiato della tua Biblioteca stai salendo su quel ponte e non vuoi raggiungere l'altra riva, cominci a muoverti molto lentamente come nel film Nike con Michael Jordan che cattura lo spazio di tempo quasi immobile nella città che assiste al lancio di un pallone verso il canestro. Dalla mano di Michael Jordan al canestro c'è un ponte di tempo indisturbato, pienamente goduto. (L'unico pienamente goduto).
Così quando abbandoni il braccio pneumatico del terminal e sali su quel luogo extraterritoriale, un luogo che non appartiene a nessun luogo, c'è in qualche modo la stessa sacralità della biblioteca. Ti siedi nella tua poltrona, ti accomodi sul ponte sospeso fra due pezzi di mondo che continuano a correre come pazzi mentre il tuo tempo comincia a rallentare. L'aereo rulla sulla pista, acquista velocità, e il tuo tempo rallenta sempre più. L'aereo raggiunge la velocità massima, il punto di non ritorno, decolla, e il tuo tempo finalmente, magicamente si ferma. Più lungo sarà il volo, più tempo guadagnerai.
E' una bugia quindi, un fatale errore di prospettiva pensare che i lunghi viaggi transoceanici da un continente all'altro siano una perdita di tempo. Al contrario, mentre ai due punti estremi della linea del viaggio c'è la consunzione del tempo fisico che si brucia inutile in riunioni, telefonate, discussioni, umiliazioni, code in macchina, insomma nella vita di tutti i giorni, all'interno dello spazio irraggiungibile in cui ti trovi c'è il tempo per leggere, dormire, pensare, guardare il cielo e le nuvole e le stelle e la notte, non fare niente, insomma per vivere. (cfr. l’inesauribile miniera di sapienza costituita dall’orsetto di pezza Winnie the Pooh, per il quale ‘non fare niente’ equivale esattamente a ‘vivere’.)
Nella biblioteca la protezione del tempo immobile è spirituale, filosofica. Essa è il presupposto stesso dell'esistenza della biblioteca. Questo luogo nasce per salvare qualcosa (i libri, le storie, la conoscenza, le passioni) dalla distruzione operata dal tempo che passa di volta in volta sotto forma di tarme, inquisizione, nazisti, venditori di Publitalia. E quando ci entri senti che per quell'ora, quelle due o tre ore che rimarrai lì dentro sarai salvo anche tu, assediato forse ma salvo, ti senti partecipe e beneficiario di quell'opera meritoria. Sei in un luogo antico circondato da cose antiche, cose sopravvissute ai secoli che ancora ti raccontano delle storie, entri in un libro e poco dopo la mano che ti artiglia il cuore allenta la sua presa e si allontana, tanto sa che alla lunga vincerà, quindi può anche andare fuori ad aspettarti con calma.
Così nell'aereo la protezione del tempo immobile è fisica, tecnologica. Principalmente dovuta a quel fatale errore di prospettiva, al fatto che la maggior parte della gente là fuori, quelli che ti aspettano impazienti ai due lati della linea, i padroni del tuo tempo esterno, seduti in una sala riunione con dei lucidi già caricati sulla lavagna luminosa, considera questo tempo che stai vivendo, il tempo dello spostamento, un tempo perduto. Perduto per loro, guadagnato per te.
Se sei mai entrato in una biblioteca non puoi non aver notato una cosa straordinaria. Generalmente si trovano nel centro delle città, circondate dal traffico e dal rumore. Eppure dentro c'è un silenzio assoluto, irreale.
Così se hai volato almeno una volta su un aereo abbastanza nuovo, e non hai avuto la sfortuna di sederti proprio in fondo accanto ai motori, non avrai potuto fare a meno di notare il silenzio inatteso che regna all'interno, considerando il fracasso che gli aerei fanno da fuori, un silenzio rotto solo da un timido costante ronzìo di fondo, che sollecita il raccoglimento, la riflessione, infine il sonno e l'oblìo.
Ora non ho più silenzio, e il mio tempo appartiene a loro. Che almeno mi paghino.’
27.
“Sono ad un punto morto. Non so più da che parte andare. Forse questa storia è più grande di me.”
“Ti è capitato altre volte, caro. Poi alla fine ce l’hai sempre fatta.” La moglie del dottor Calogero Moiano soffiò sulle unghie per asciugare lo smalto, poi lanciò un sorriso affettuoso al marito.
“Questa volta è diverso, questa volta non ce la faccio, lo sento. E la cosa peggiore, la cosa che mi secca di più, è che mi rendo conto che mi sto affezionando ogni giorno di più a quel poveretto, capisci? Ogni giorno che passa vorrei risolverlo un po’ di più, questo caso, e ogni giorno che passa sento che mi sfugge un po’ di più.”
“Quante volte hai detto la parola ‘più’ in questa frase, caro?”
“E questo cosa c’entra?”
“Più vuol dire positività, energia, vita. Vuol dire che anche se ti sembra di allontanarti dalla soluzione, dentro di te hai l’energia positiva che ti serve per raggiungere il tuo obiettivo.”
Il dottor Calogero Moiano rimase qualche istante in silenzio, cercando di ricordare quale fosse il motivo preciso per il quale aveva sposato quella donna, poi disse: “Capisco.” e andò in cucina a stapparsi una birra.
Nona puntata
25.
Nonostante ci fosse il memotac sulla porta, il giovane assistente del dottor Calogero Moiano entrò spedito, e per giunta senza bussare. Aveva la faccia tutta rossa e gli occhi quasi fuori dalle orbite. Moiano sollevò gli occhi dalla sua lettura e disse:
“Dalla tua faccia direi che hai scoperto qualcosa di interessante, Franco.”
“Ci può scommettere, dottore.”
“Io per abitudine non scommetto su niente, Franco. E in un caso come questo, meno che mai. Comunque, visto che sei entrato…”
“Li teneva per le palle, dottore. Tutti quanti.”
“Franco, per favore, vorrei che costruissi la frase in modo classico, come hai imparato a scuola: soggetto, predicato verbale, complemento oggetto. Sono piccoli e facili trucchetti, ma vedrai che così sarà più facile capirsi.”
Franco Malegori fece un lungo respiro e cercò di calmarsi. Anche se lo prendeva sempre in giro, il suo capo gli piaceva.
“La vittima, Francesco M., teneva per le palle tutti gli altri membri del consiglio di amministrazione della sua agenzia.”
“Siediti e raccontami tutto.”
“Lei sa che fino a poco tempo fa c’era un altro membro nel consiglio di amministrazione, Chris Connelly, un inglese che vive in Italia da tanti anni. Per l’esattezza era il presidente del consiglio di amministrazione. La carica formalmente più importante anche se poco più che onorifica. Se n’è andato improvvisamente tre mesi fa, e quando ho chiesto il motivo agli altri membri del consiglio, mi sono sembrati piuttosto evasivi. Così sono andato a trovarlo nella casa in Toscana dove si è ritirato, e lui mi ha raccontato una storia molto interessante. La vuole sentire?”
“Ho idea che siamo qui per questo.”
“Un giorno, all’incirca tre mesi fa, Francesco M. convoca gli altri e gli fa un discorso di questo genere: sentite, amici miei, ho pensato una cosa. Se io sono diventato il punto di riferimento, l’unico punto di riferimento, per quasi tutti i clienti di questa agenzia, è ora che questa agenzia in qualche modo mi riconosca il ruolo preminente che mi avete attribuito. Insomma, non voglio arrivare a dire che siete tutti qui a sbafo, ma poco ci manca. Quindi ho deciso quanto segue: primo, dal fatturato generato da ciascun cliente l’agenzia preleva una percentuale fissa, diciamo il 15%, e me lo versa. Secondo, da questo momento in poi, qui dentro voglio decidere tutto io, dallo stipendio dell’ultimo dipendente alle assunzioni delle segretarie, dal conto del bar al ristorante per la cena sociale. Se non vi sta bene non avete che da dirmelo e io me ne vado, però mi porto via tutti i clienti. L’avete detto voi che pendono dalle mie labbra, no?”
“Che figlio di zoccola…” Il dottor Calogero Moiano, suo malgrado, cominciava a provare una certa simpatia per quel patetico imbecille, come lo aveva chiamato solo poche ore prima.
“E’ la stessa cosa che devono aver pensato anche tutti gli altri, solo che poi ci hanno ripensato un attimo ed hanno capito che non potevano fare altro che accettare. In pratica si erano sparati nelle palle da soli.”
“E l’inglese, perché se n’è andato?”
“Che vuole, lui si era fatto un sacco di soldi negli anni passati, si era comprato una meravigliosa casa in Chianti, non aveva più voglia di tutto questo schifo, mi ha detto. Così ha detto vaffanculo, e arrivederci a tutti.”
“E perché mi hai raccontato tutto questo?”
“Dottore, mi sembra un movente perfetto. E’ anche una spiegazione plausibile dell’omicidio di gruppo, non le pare?”
Calogero Moiano sorrise, ma non era un sorriso allegro. “Già, avevamo proprio bisogno di un movente. E comunque, mi manca il quinto.”
“Prego?”
“L’inglese si era chiamato fuori, no? Inoltre, è stato lui a tirare fuori questa storia. Quindi possiamo presumere che lui non c’entri. Sei d’accordo, finora?”
Franco fece sì con la testa. Si stava sgonfiando come un palloncino bucato.
“L’anatomopatologo ha detto che aveva non meno di cinque impronte diverse, e loro, via l’inglese, sono rimasti in quattro. Ecco, mi manca il quinto.”
26.
Quello che so, pagina 19:
‘So che mi ci hanno spinto loro verso questo precipizio di cui non vedo il fondo, ma so anche che mi ci sono fatto spingere, che ho opposto ben poca resistenza. So che il mio sogno era un posto diverso da questo, un luogo silenzioso. L'aereo è una biblioteca, la biblioteca è un aereo. La biblioteca e l'aereo sono un ponte.
Due posti così diversi, ma con così tante cose in comune. (Una cosa in comune, a dire il vero, ma importantissima.) Un tempo tutto loro. Un tempo sospeso. Un tempo fermo fra due abissi di fluire nevrotico.
Quando abbandoni la luce del giorno, il traffico, i clacson delle macchine e la puzza di smog per attraversare il portone di legno intarsiato della tua Biblioteca stai salendo su quel ponte e non vuoi raggiungere l'altra riva, cominci a muoverti molto lentamente come nel film Nike con Michael Jordan che cattura lo spazio di tempo quasi immobile nella città che assiste al lancio di un pallone verso il canestro. Dalla mano di Michael Jordan al canestro c'è un ponte di tempo indisturbato, pienamente goduto. (L'unico pienamente goduto).
Così quando abbandoni il braccio pneumatico del terminal e sali su quel luogo extraterritoriale, un luogo che non appartiene a nessun luogo, c'è in qualche modo la stessa sacralità della biblioteca. Ti siedi nella tua poltrona, ti accomodi sul ponte sospeso fra due pezzi di mondo che continuano a correre come pazzi mentre il tuo tempo comincia a rallentare. L'aereo rulla sulla pista, acquista velocità, e il tuo tempo rallenta sempre più. L'aereo raggiunge la velocità massima, il punto di non ritorno, decolla, e il tuo tempo finalmente, magicamente si ferma. Più lungo sarà il volo, più tempo guadagnerai.
E' una bugia quindi, un fatale errore di prospettiva pensare che i lunghi viaggi transoceanici da un continente all'altro siano una perdita di tempo. Al contrario, mentre ai due punti estremi della linea del viaggio c'è la consunzione del tempo fisico che si brucia inutile in riunioni, telefonate, discussioni, umiliazioni, code in macchina, insomma nella vita di tutti i giorni, all'interno dello spazio irraggiungibile in cui ti trovi c'è il tempo per leggere, dormire, pensare, guardare il cielo e le nuvole e le stelle e la notte, non fare niente, insomma per vivere. (cfr. l’inesauribile miniera di sapienza costituita dall’orsetto di pezza Winnie the Pooh, per il quale ‘non fare niente’ equivale esattamente a ‘vivere’.)
Nella biblioteca la protezione del tempo immobile è spirituale, filosofica. Essa è il presupposto stesso dell'esistenza della biblioteca. Questo luogo nasce per salvare qualcosa (i libri, le storie, la conoscenza, le passioni) dalla distruzione operata dal tempo che passa di volta in volta sotto forma di tarme, inquisizione, nazisti, venditori di Publitalia. E quando ci entri senti che per quell'ora, quelle due o tre ore che rimarrai lì dentro sarai salvo anche tu, assediato forse ma salvo, ti senti partecipe e beneficiario di quell'opera meritoria. Sei in un luogo antico circondato da cose antiche, cose sopravvissute ai secoli che ancora ti raccontano delle storie, entri in un libro e poco dopo la mano che ti artiglia il cuore allenta la sua presa e si allontana, tanto sa che alla lunga vincerà, quindi può anche andare fuori ad aspettarti con calma.
Così nell'aereo la protezione del tempo immobile è fisica, tecnologica. Principalmente dovuta a quel fatale errore di prospettiva, al fatto che la maggior parte della gente là fuori, quelli che ti aspettano impazienti ai due lati della linea, i padroni del tuo tempo esterno, seduti in una sala riunione con dei lucidi già caricati sulla lavagna luminosa, considera questo tempo che stai vivendo, il tempo dello spostamento, un tempo perduto. Perduto per loro, guadagnato per te.
Se sei mai entrato in una biblioteca non puoi non aver notato una cosa straordinaria. Generalmente si trovano nel centro delle città, circondate dal traffico e dal rumore. Eppure dentro c'è un silenzio assoluto, irreale.
Così se hai volato almeno una volta su un aereo abbastanza nuovo, e non hai avuto la sfortuna di sederti proprio in fondo accanto ai motori, non avrai potuto fare a meno di notare il silenzio inatteso che regna all'interno, considerando il fracasso che gli aerei fanno da fuori, un silenzio rotto solo da un timido costante ronzìo di fondo, che sollecita il raccoglimento, la riflessione, infine il sonno e l'oblìo.
Ora non ho più silenzio, e il mio tempo appartiene a loro. Che almeno mi paghino.’
27.
“Sono ad un punto morto. Non so più da che parte andare. Forse questa storia è più grande di me.”
“Ti è capitato altre volte, caro. Poi alla fine ce l’hai sempre fatta.” La moglie del dottor Calogero Moiano soffiò sulle unghie per asciugare lo smalto, poi lanciò un sorriso affettuoso al marito.
“Questa volta è diverso, questa volta non ce la faccio, lo sento. E la cosa peggiore, la cosa che mi secca di più, è che mi rendo conto che mi sto affezionando ogni giorno di più a quel poveretto, capisci? Ogni giorno che passa vorrei risolverlo un po’ di più, questo caso, e ogni giorno che passa sento che mi sfugge un po’ di più.”
“Quante volte hai detto la parola ‘più’ in questa frase, caro?”
“E questo cosa c’entra?”
“Più vuol dire positività, energia, vita. Vuol dire che anche se ti sembra di allontanarti dalla soluzione, dentro di te hai l’energia positiva che ti serve per raggiungere il tuo obiettivo.”
Il dottor Calogero Moiano rimase qualche istante in silenzio, cercando di ricordare quale fosse il motivo preciso per il quale aveva sposato quella donna, poi disse: “Capisco.” e andò in cucina a stapparsi una birra.
martedì 3 marzo 2009
Quello che so
(Tragicommedia ambientata nel magico mondo della pubblicità)
Ottava puntata
24.
Quello che so, pagina 15:
Faccio sogni strani, di recente. La notte scorsa nella mia testa c'è un grande banchetto.
Si svolge silenzioso ma molto allegro. Gli invitati si stanno divertendo, mentre sbocconcellano a pezzetti il tumore che esce dal mio stomaco. Qualcuno si occupa di tagliarlo e servirlo ai commensali, che mostrano di apprezzare. Le fette sono morbide e succulente, appoggiate su un letto di pesche caramellate. A vederlo lo scambieresti per fois gras intero, e anche il sapore non dev’essere molto diverso, a giudicare dai mugolii di piacere.
Non ho tanta voglia di assaggiarlo, anche se sono ghiotto di fois gras.
Chissà, forse non è il momento giusto. E poi non c’è nemmeno un calice di sauternes, come si fa?
Ma il tipo che taglia le fette è molto insistente, e se continuo a rifiutare finisce che si offende.
Così lo assaggio, controvoglia e per buona educazione come faccio praticamente tutto nella vita, e dio mi fulmini se non è il più sensazionale fois gras che abbia mai frequentato il mio palato.
Magicamente si materializza anche un calice di sauternes, quindi mentre mi nutro del mio cancro penso: il paradiso esiste.
Ottava puntata
24.
Quello che so, pagina 15:
Faccio sogni strani, di recente. La notte scorsa nella mia testa c'è un grande banchetto.
Si svolge silenzioso ma molto allegro. Gli invitati si stanno divertendo, mentre sbocconcellano a pezzetti il tumore che esce dal mio stomaco. Qualcuno si occupa di tagliarlo e servirlo ai commensali, che mostrano di apprezzare. Le fette sono morbide e succulente, appoggiate su un letto di pesche caramellate. A vederlo lo scambieresti per fois gras intero, e anche il sapore non dev’essere molto diverso, a giudicare dai mugolii di piacere.
Non ho tanta voglia di assaggiarlo, anche se sono ghiotto di fois gras.
Chissà, forse non è il momento giusto. E poi non c’è nemmeno un calice di sauternes, come si fa?
Ma il tipo che taglia le fette è molto insistente, e se continuo a rifiutare finisce che si offende.
Così lo assaggio, controvoglia e per buona educazione come faccio praticamente tutto nella vita, e dio mi fulmini se non è il più sensazionale fois gras che abbia mai frequentato il mio palato.
Magicamente si materializza anche un calice di sauternes, quindi mentre mi nutro del mio cancro penso: il paradiso esiste.
lunedì 2 marzo 2009
Un mattino
Un mattino, risvegliandosi un po' più tardi del solito, si sorprese nel vedere suo marito sdraiato accanto a lei. Sapendo già quel che non voleva sapere, avvicinò il suo volto a quello di lui, e si mise in ascolto: Giorgio non respirava più. Era morto nel sonno, stupidamente, semplicemente, a neanche quarant’anni. Ci siamo, pensò. Pensò che aveva trascorso metà della sua vita preparandosi a questo evento, e adesso era messa alla prova. Intendiamoci, non che suo marito fosse malato, tutt'altro. Era solo che lei aveva la fissazione della morte, sapeva che prima o poi sarebbe arrivata e non voleva farsi cogliere di sorpresa. Era sempre stata sicura che non sarebbe stata così fortunata da andarsene prima di lui e lasciare che restasse lui a cavarsela da solo. E infatti era stata lungimirante. Eccolo lì, lo stronzo. Il vigliacco, dimostrandosi vigliacco anche stavolta come sempre, se l'era svignata alla chetichella lasciandola in un mare di guai. Ma fortunatamente lei era preparata. La preparazione era cominciata per tempo, molti anni prima. Il principio fondamentale consisteva nel non affezionarsi mai a niente o a nessuno. Era stata la sua educazione religiosa a fortificarla in questo principio, insegnandole a non legarsi ai beni e agli affetti terreni per meglio predisporsi a quelli ultraterreni. Se c'era stato un tempo in cui aveva amato il marito, questo tempo era stato breve, e lei ne aveva perso la memoria. Dal giorno successivo al matrimonio il suo imperativo morale era stato: mai abbandonarsi, mai abbassare le difese, mai far vincere i sentimenti, le passioni, l'irrazionalità. E ancora: sempre pensarsi sola, mai confidare nell'altro, mai immaginarsi parte di qualcosa di più grande, perché tanto poi alla fine, nei momenti che contano, ognuno di noi è solo. La preparazione, ora, stava dando i suoi frutti. Dai suoi occhi, neanche una lacrima. Solo, inaspettatamente, uno stupido senso di vuoto. Allora si sentì tradita. Ma come, pensò, dopo tutta questa fatica per allontanarmi da lui, per ucciderlo molto prima che morisse, cosa c'entra adesso questa vertigine, questo buco alla bocca dello stomaco, questa spossatezza? Sentì improvvisa una gran voglia di andarsene, o meglio fuggire, darsela a gambe. Prese una piccola valigia e ci infilò dentro un paio di mutande, qualche maglietta e dei jeans, si guardò allo specchio ma non si truccò né si pettinò -le sembrava osceno- e uscì, inseguita da quell'immensa voragine nera che si stava aprendo dietro di lei. Guidando troppo velocemente verso l'aeroporto si chiese:
-Avrò chiuso il gas?
-Avrò chiuso il gas?
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