(Tragicommedia ambientata nel magico mondo della pubblicità)
Nona puntata
25.
Nonostante ci fosse il memotac sulla porta, il giovane assistente del dottor Calogero Moiano entrò spedito, e per giunta senza bussare. Aveva la faccia tutta rossa e gli occhi quasi fuori dalle orbite. Moiano sollevò gli occhi dalla sua lettura e disse:
“Dalla tua faccia direi che hai scoperto qualcosa di interessante, Franco.”
“Ci può scommettere, dottore.”
“Io per abitudine non scommetto su niente, Franco. E in un caso come questo, meno che mai. Comunque, visto che sei entrato…”
“Li teneva per le palle, dottore. Tutti quanti.”
“Franco, per favore, vorrei che costruissi la frase in modo classico, come hai imparato a scuola: soggetto, predicato verbale, complemento oggetto. Sono piccoli e facili trucchetti, ma vedrai che così sarà più facile capirsi.”
Franco Malegori fece un lungo respiro e cercò di calmarsi. Anche se lo prendeva sempre in giro, il suo capo gli piaceva.
“La vittima, Francesco M., teneva per le palle tutti gli altri membri del consiglio di amministrazione della sua agenzia.”
“Siediti e raccontami tutto.”
“Lei sa che fino a poco tempo fa c’era un altro membro nel consiglio di amministrazione, Chris Connelly, un inglese che vive in Italia da tanti anni. Per l’esattezza era il presidente del consiglio di amministrazione. La carica formalmente più importante anche se poco più che onorifica. Se n’è andato improvvisamente tre mesi fa, e quando ho chiesto il motivo agli altri membri del consiglio, mi sono sembrati piuttosto evasivi. Così sono andato a trovarlo nella casa in Toscana dove si è ritirato, e lui mi ha raccontato una storia molto interessante. La vuole sentire?”
“Ho idea che siamo qui per questo.”
“Un giorno, all’incirca tre mesi fa, Francesco M. convoca gli altri e gli fa un discorso di questo genere: sentite, amici miei, ho pensato una cosa. Se io sono diventato il punto di riferimento, l’unico punto di riferimento, per quasi tutti i clienti di questa agenzia, è ora che questa agenzia in qualche modo mi riconosca il ruolo preminente che mi avete attribuito. Insomma, non voglio arrivare a dire che siete tutti qui a sbafo, ma poco ci manca. Quindi ho deciso quanto segue: primo, dal fatturato generato da ciascun cliente l’agenzia preleva una percentuale fissa, diciamo il 15%, e me lo versa. Secondo, da questo momento in poi, qui dentro voglio decidere tutto io, dallo stipendio dell’ultimo dipendente alle assunzioni delle segretarie, dal conto del bar al ristorante per la cena sociale. Se non vi sta bene non avete che da dirmelo e io me ne vado, però mi porto via tutti i clienti. L’avete detto voi che pendono dalle mie labbra, no?”
“Che figlio di zoccola…” Il dottor Calogero Moiano, suo malgrado, cominciava a provare una certa simpatia per quel patetico imbecille, come lo aveva chiamato solo poche ore prima.
“E’ la stessa cosa che devono aver pensato anche tutti gli altri, solo che poi ci hanno ripensato un attimo ed hanno capito che non potevano fare altro che accettare. In pratica si erano sparati nelle palle da soli.”
“E l’inglese, perché se n’è andato?”
“Che vuole, lui si era fatto un sacco di soldi negli anni passati, si era comprato una meravigliosa casa in Chianti, non aveva più voglia di tutto questo schifo, mi ha detto. Così ha detto vaffanculo, e arrivederci a tutti.”
“E perché mi hai raccontato tutto questo?”
“Dottore, mi sembra un movente perfetto. E’ anche una spiegazione plausibile dell’omicidio di gruppo, non le pare?”
Calogero Moiano sorrise, ma non era un sorriso allegro. “Già, avevamo proprio bisogno di un movente. E comunque, mi manca il quinto.”
“Prego?”
“L’inglese si era chiamato fuori, no? Inoltre, è stato lui a tirare fuori questa storia. Quindi possiamo presumere che lui non c’entri. Sei d’accordo, finora?”
Franco fece sì con la testa. Si stava sgonfiando come un palloncino bucato.
“L’anatomopatologo ha detto che aveva non meno di cinque impronte diverse, e loro, via l’inglese, sono rimasti in quattro. Ecco, mi manca il quinto.”
26.
Quello che so, pagina 19:
‘So che mi ci hanno spinto loro verso questo precipizio di cui non vedo il fondo, ma so anche che mi ci sono fatto spingere, che ho opposto ben poca resistenza. So che il mio sogno era un posto diverso da questo, un luogo silenzioso. L'aereo è una biblioteca, la biblioteca è un aereo. La biblioteca e l'aereo sono un ponte.
Due posti così diversi, ma con così tante cose in comune. (Una cosa in comune, a dire il vero, ma importantissima.) Un tempo tutto loro. Un tempo sospeso. Un tempo fermo fra due abissi di fluire nevrotico.
Quando abbandoni la luce del giorno, il traffico, i clacson delle macchine e la puzza di smog per attraversare il portone di legno intarsiato della tua Biblioteca stai salendo su quel ponte e non vuoi raggiungere l'altra riva, cominci a muoverti molto lentamente come nel film Nike con Michael Jordan che cattura lo spazio di tempo quasi immobile nella città che assiste al lancio di un pallone verso il canestro. Dalla mano di Michael Jordan al canestro c'è un ponte di tempo indisturbato, pienamente goduto. (L'unico pienamente goduto).
Così quando abbandoni il braccio pneumatico del terminal e sali su quel luogo extraterritoriale, un luogo che non appartiene a nessun luogo, c'è in qualche modo la stessa sacralità della biblioteca. Ti siedi nella tua poltrona, ti accomodi sul ponte sospeso fra due pezzi di mondo che continuano a correre come pazzi mentre il tuo tempo comincia a rallentare. L'aereo rulla sulla pista, acquista velocità, e il tuo tempo rallenta sempre più. L'aereo raggiunge la velocità massima, il punto di non ritorno, decolla, e il tuo tempo finalmente, magicamente si ferma. Più lungo sarà il volo, più tempo guadagnerai.
E' una bugia quindi, un fatale errore di prospettiva pensare che i lunghi viaggi transoceanici da un continente all'altro siano una perdita di tempo. Al contrario, mentre ai due punti estremi della linea del viaggio c'è la consunzione del tempo fisico che si brucia inutile in riunioni, telefonate, discussioni, umiliazioni, code in macchina, insomma nella vita di tutti i giorni, all'interno dello spazio irraggiungibile in cui ti trovi c'è il tempo per leggere, dormire, pensare, guardare il cielo e le nuvole e le stelle e la notte, non fare niente, insomma per vivere. (cfr. l’inesauribile miniera di sapienza costituita dall’orsetto di pezza Winnie the Pooh, per il quale ‘non fare niente’ equivale esattamente a ‘vivere’.)
Nella biblioteca la protezione del tempo immobile è spirituale, filosofica. Essa è il presupposto stesso dell'esistenza della biblioteca. Questo luogo nasce per salvare qualcosa (i libri, le storie, la conoscenza, le passioni) dalla distruzione operata dal tempo che passa di volta in volta sotto forma di tarme, inquisizione, nazisti, venditori di Publitalia. E quando ci entri senti che per quell'ora, quelle due o tre ore che rimarrai lì dentro sarai salvo anche tu, assediato forse ma salvo, ti senti partecipe e beneficiario di quell'opera meritoria. Sei in un luogo antico circondato da cose antiche, cose sopravvissute ai secoli che ancora ti raccontano delle storie, entri in un libro e poco dopo la mano che ti artiglia il cuore allenta la sua presa e si allontana, tanto sa che alla lunga vincerà, quindi può anche andare fuori ad aspettarti con calma.
Così nell'aereo la protezione del tempo immobile è fisica, tecnologica. Principalmente dovuta a quel fatale errore di prospettiva, al fatto che la maggior parte della gente là fuori, quelli che ti aspettano impazienti ai due lati della linea, i padroni del tuo tempo esterno, seduti in una sala riunione con dei lucidi già caricati sulla lavagna luminosa, considera questo tempo che stai vivendo, il tempo dello spostamento, un tempo perduto. Perduto per loro, guadagnato per te.
Se sei mai entrato in una biblioteca non puoi non aver notato una cosa straordinaria. Generalmente si trovano nel centro delle città, circondate dal traffico e dal rumore. Eppure dentro c'è un silenzio assoluto, irreale.
Così se hai volato almeno una volta su un aereo abbastanza nuovo, e non hai avuto la sfortuna di sederti proprio in fondo accanto ai motori, non avrai potuto fare a meno di notare il silenzio inatteso che regna all'interno, considerando il fracasso che gli aerei fanno da fuori, un silenzio rotto solo da un timido costante ronzìo di fondo, che sollecita il raccoglimento, la riflessione, infine il sonno e l'oblìo.
Ora non ho più silenzio, e il mio tempo appartiene a loro. Che almeno mi paghino.’
27.
“Sono ad un punto morto. Non so più da che parte andare. Forse questa storia è più grande di me.”
“Ti è capitato altre volte, caro. Poi alla fine ce l’hai sempre fatta.” La moglie del dottor Calogero Moiano soffiò sulle unghie per asciugare lo smalto, poi lanciò un sorriso affettuoso al marito.
“Questa volta è diverso, questa volta non ce la faccio, lo sento. E la cosa peggiore, la cosa che mi secca di più, è che mi rendo conto che mi sto affezionando ogni giorno di più a quel poveretto, capisci? Ogni giorno che passa vorrei risolverlo un po’ di più, questo caso, e ogni giorno che passa sento che mi sfugge un po’ di più.”
“Quante volte hai detto la parola ‘più’ in questa frase, caro?”
“E questo cosa c’entra?”
“Più vuol dire positività, energia, vita. Vuol dire che anche se ti sembra di allontanarti dalla soluzione, dentro di te hai l’energia positiva che ti serve per raggiungere il tuo obiettivo.”
Il dottor Calogero Moiano rimase qualche istante in silenzio, cercando di ricordare quale fosse il motivo preciso per il quale aveva sposato quella donna, poi disse: “Capisco.” e andò in cucina a stapparsi una birra.
Le storie ci accompagnano. In tutti i momenti della nostra vita c'è sempre qualcuno che ce ne racconta una. Alcune sono belle, alcune brutte. Allegre, tristi, buffe, sinistre. O anche semplicemente noiose. Ma persino quando diciamo: "Dai, non raccontarmi storie", in fondo per noi le storie non sono mai abbastanza. C'è un modo personale di parlare di cose universali?
martedì 10 marzo 2009
martedì 3 marzo 2009
Quello che so
(Tragicommedia ambientata nel magico mondo della pubblicità)
Ottava puntata
24.
Quello che so, pagina 15:
Faccio sogni strani, di recente. La notte scorsa nella mia testa c'è un grande banchetto.
Si svolge silenzioso ma molto allegro. Gli invitati si stanno divertendo, mentre sbocconcellano a pezzetti il tumore che esce dal mio stomaco. Qualcuno si occupa di tagliarlo e servirlo ai commensali, che mostrano di apprezzare. Le fette sono morbide e succulente, appoggiate su un letto di pesche caramellate. A vederlo lo scambieresti per fois gras intero, e anche il sapore non dev’essere molto diverso, a giudicare dai mugolii di piacere.
Non ho tanta voglia di assaggiarlo, anche se sono ghiotto di fois gras.
Chissà, forse non è il momento giusto. E poi non c’è nemmeno un calice di sauternes, come si fa?
Ma il tipo che taglia le fette è molto insistente, e se continuo a rifiutare finisce che si offende.
Così lo assaggio, controvoglia e per buona educazione come faccio praticamente tutto nella vita, e dio mi fulmini se non è il più sensazionale fois gras che abbia mai frequentato il mio palato.
Magicamente si materializza anche un calice di sauternes, quindi mentre mi nutro del mio cancro penso: il paradiso esiste.
Ottava puntata
24.
Quello che so, pagina 15:
Faccio sogni strani, di recente. La notte scorsa nella mia testa c'è un grande banchetto.
Si svolge silenzioso ma molto allegro. Gli invitati si stanno divertendo, mentre sbocconcellano a pezzetti il tumore che esce dal mio stomaco. Qualcuno si occupa di tagliarlo e servirlo ai commensali, che mostrano di apprezzare. Le fette sono morbide e succulente, appoggiate su un letto di pesche caramellate. A vederlo lo scambieresti per fois gras intero, e anche il sapore non dev’essere molto diverso, a giudicare dai mugolii di piacere.
Non ho tanta voglia di assaggiarlo, anche se sono ghiotto di fois gras.
Chissà, forse non è il momento giusto. E poi non c’è nemmeno un calice di sauternes, come si fa?
Ma il tipo che taglia le fette è molto insistente, e se continuo a rifiutare finisce che si offende.
Così lo assaggio, controvoglia e per buona educazione come faccio praticamente tutto nella vita, e dio mi fulmini se non è il più sensazionale fois gras che abbia mai frequentato il mio palato.
Magicamente si materializza anche un calice di sauternes, quindi mentre mi nutro del mio cancro penso: il paradiso esiste.
lunedì 2 marzo 2009
Un mattino
Un mattino, risvegliandosi un po' più tardi del solito, si sorprese nel vedere suo marito sdraiato accanto a lei. Sapendo già quel che non voleva sapere, avvicinò il suo volto a quello di lui, e si mise in ascolto: Giorgio non respirava più. Era morto nel sonno, stupidamente, semplicemente, a neanche quarant’anni. Ci siamo, pensò. Pensò che aveva trascorso metà della sua vita preparandosi a questo evento, e adesso era messa alla prova. Intendiamoci, non che suo marito fosse malato, tutt'altro. Era solo che lei aveva la fissazione della morte, sapeva che prima o poi sarebbe arrivata e non voleva farsi cogliere di sorpresa. Era sempre stata sicura che non sarebbe stata così fortunata da andarsene prima di lui e lasciare che restasse lui a cavarsela da solo. E infatti era stata lungimirante. Eccolo lì, lo stronzo. Il vigliacco, dimostrandosi vigliacco anche stavolta come sempre, se l'era svignata alla chetichella lasciandola in un mare di guai. Ma fortunatamente lei era preparata. La preparazione era cominciata per tempo, molti anni prima. Il principio fondamentale consisteva nel non affezionarsi mai a niente o a nessuno. Era stata la sua educazione religiosa a fortificarla in questo principio, insegnandole a non legarsi ai beni e agli affetti terreni per meglio predisporsi a quelli ultraterreni. Se c'era stato un tempo in cui aveva amato il marito, questo tempo era stato breve, e lei ne aveva perso la memoria. Dal giorno successivo al matrimonio il suo imperativo morale era stato: mai abbandonarsi, mai abbassare le difese, mai far vincere i sentimenti, le passioni, l'irrazionalità. E ancora: sempre pensarsi sola, mai confidare nell'altro, mai immaginarsi parte di qualcosa di più grande, perché tanto poi alla fine, nei momenti che contano, ognuno di noi è solo. La preparazione, ora, stava dando i suoi frutti. Dai suoi occhi, neanche una lacrima. Solo, inaspettatamente, uno stupido senso di vuoto. Allora si sentì tradita. Ma come, pensò, dopo tutta questa fatica per allontanarmi da lui, per ucciderlo molto prima che morisse, cosa c'entra adesso questa vertigine, questo buco alla bocca dello stomaco, questa spossatezza? Sentì improvvisa una gran voglia di andarsene, o meglio fuggire, darsela a gambe. Prese una piccola valigia e ci infilò dentro un paio di mutande, qualche maglietta e dei jeans, si guardò allo specchio ma non si truccò né si pettinò -le sembrava osceno- e uscì, inseguita da quell'immensa voragine nera che si stava aprendo dietro di lei. Guidando troppo velocemente verso l'aeroporto si chiese:
-Avrò chiuso il gas?
-Avrò chiuso il gas?
L'antipasto di Orlando
Di ritorno dall'isola del Giglio in una splendida giornata di sole pensai che avevo proprio bisogno dell'antipasto di Orlando. Ne seguì un quarto d'ora di ardua riflessione. Guardavo Cinzia che guardava l'orizzonte con lo sguardo beatamente assente negli occhi sereni e innocenti, e pensavo: "Te lo meriti, Cinzia?" Poi, visto che sono sempre stato un giocatore, osai:
"Cinzia, conosci l'antipasto di Orlando?" Non lo conosceva. Costeggiando la passeggiata a mare di Porto S. Stefano, ero distratto e pensieroso. Lei, di ottimo umore e molto loquace, mi domandava continuamente:
"Amore, ma cos'hai?" e non aspettava mai la risposta. Era abbronzata e si era tanto divertita al Giglio. Arrivammo da Orlando, ci accomodammo e ordinammo due antipasti di mare caldi, la specialità della casa. Incautamente mi feci travolgere dall'ottimismo. Presi a descrivere a Cinzia le meraviglie di quello che stavamo per mangiare, le parlai in termini accorati e poetici dei minuscoli moscardini e delle morbide piccole cozze fragranti, le confessai con trasporto che l'antipasto di Orlando era per me un'esperienza mistica prima ancora che un'esperienza culinaria. Lei mi osservava sinceramente divertita. Arrivò l'antipasto. Io lo amai in silenzio, Cinzia lo mangiò lasciando nel piatto alcune cozze e evitando di fare la scarpetta. Infine disse:
"Quanto olio! Troppo unto per i miei gusti." Il resto della conversazione fu piuttosto un soliloquio di Cinzia. Io non dissi più una parola e certamente dovevo apparire molto triste. Più tardi, nel pomeriggio, tornando indietro proposi di fare la strada panoramica. Lei aderì entusiasticamente. In alto fermai la macchina e dissi: godiamoci un po' di panorama.
Mentre Cinzia guardava il mare e le barche e il bellissimo tramonto voltandomi le spalle, io la colpii violentemente alla testa con una pala che avevo preso dal bagagliaio dell'auto. Trascinai il corpo per alcuni metri dietro i cespugli e cominciai a scavare. Il fetore diventò presto insopportabile, e dovetti fermarmi per legarmi un fazzoletto intorno al volto. Quando trovai gli altri cadaveri, presi il corpo di Cinzia e lo gettai nella fossa. Poi richiusi la buca e me ne andai, riflettendo sull'ingratitudine della gente.
"Cinzia, conosci l'antipasto di Orlando?" Non lo conosceva. Costeggiando la passeggiata a mare di Porto S. Stefano, ero distratto e pensieroso. Lei, di ottimo umore e molto loquace, mi domandava continuamente:
"Amore, ma cos'hai?" e non aspettava mai la risposta. Era abbronzata e si era tanto divertita al Giglio. Arrivammo da Orlando, ci accomodammo e ordinammo due antipasti di mare caldi, la specialità della casa. Incautamente mi feci travolgere dall'ottimismo. Presi a descrivere a Cinzia le meraviglie di quello che stavamo per mangiare, le parlai in termini accorati e poetici dei minuscoli moscardini e delle morbide piccole cozze fragranti, le confessai con trasporto che l'antipasto di Orlando era per me un'esperienza mistica prima ancora che un'esperienza culinaria. Lei mi osservava sinceramente divertita. Arrivò l'antipasto. Io lo amai in silenzio, Cinzia lo mangiò lasciando nel piatto alcune cozze e evitando di fare la scarpetta. Infine disse:
"Quanto olio! Troppo unto per i miei gusti." Il resto della conversazione fu piuttosto un soliloquio di Cinzia. Io non dissi più una parola e certamente dovevo apparire molto triste. Più tardi, nel pomeriggio, tornando indietro proposi di fare la strada panoramica. Lei aderì entusiasticamente. In alto fermai la macchina e dissi: godiamoci un po' di panorama.
Mentre Cinzia guardava il mare e le barche e il bellissimo tramonto voltandomi le spalle, io la colpii violentemente alla testa con una pala che avevo preso dal bagagliaio dell'auto. Trascinai il corpo per alcuni metri dietro i cespugli e cominciai a scavare. Il fetore diventò presto insopportabile, e dovetti fermarmi per legarmi un fazzoletto intorno al volto. Quando trovai gli altri cadaveri, presi il corpo di Cinzia e lo gettai nella fossa. Poi richiusi la buca e me ne andai, riflettendo sull'ingratitudine della gente.
Sfumature
Seduti l'uno di fronte all'altra, si guardavano negli occhi e parlavano poco. Il cibo era come sempre ottimo, il ristorante era il loro preferito. Tante altre volte in quel luogo si erano scambiati sguardi d'amore e detti parole d'amore. Improvvisamente il discorso vago e faticoso, che oscillava fra banalità e notizie di scarso interesse, subì una brusca virata quando lei disse:
- Ti vedo assente, e non mi piace.
Il dialogo continuò su questo tono per il resto della serata fino a quando lei disse, facendo attenzione a non drammatizzare troppo questa frase, a non renderla troppo minacciosa:
-Sarei capace di accettare qualsiasi cosa da te, qualsiasi tuo umore nero o qualunque silenzio, se almeno sapessi che tu mi ami, se ne avessi la certezza.
E subito cambiò discorso, con nochalance, per non metterlo in difficoltà. Ma avrebbe tanto voluto che lui cogliesse l'occasione per dirle: Sì, ti amo oppure Lo sai che ti amo, sciocchina, o qualsiasi altra stronzata del genere. Ma lui non colse l'occasione e rimase in silenzio. Lui la guardava, e sentiva che lei era qualcosa di meraviglioso, il più bel dono che la vita potesse fargli, sentiva di non meritare tanta fortuna, e provava affetto e tenerezza infinita per quella donna serena e sincera che aveva davanti. Lui avrebbe tanto voluto dirle, come le aveva detto tante volte in passato: Lo sai che ti amo sciocchina. Ma semplicemente non ci riuscì, e le parole rimasero chiuse dentro di lui. Di ritorno dal ristorante furono molto silenziosi, e per la prima volta da tanto tempo evitarono di guardarsi negli occhi.
- Ti vedo assente, e non mi piace.
Il dialogo continuò su questo tono per il resto della serata fino a quando lei disse, facendo attenzione a non drammatizzare troppo questa frase, a non renderla troppo minacciosa:
-Sarei capace di accettare qualsiasi cosa da te, qualsiasi tuo umore nero o qualunque silenzio, se almeno sapessi che tu mi ami, se ne avessi la certezza.
E subito cambiò discorso, con nochalance, per non metterlo in difficoltà. Ma avrebbe tanto voluto che lui cogliesse l'occasione per dirle: Sì, ti amo oppure Lo sai che ti amo, sciocchina, o qualsiasi altra stronzata del genere. Ma lui non colse l'occasione e rimase in silenzio. Lui la guardava, e sentiva che lei era qualcosa di meraviglioso, il più bel dono che la vita potesse fargli, sentiva di non meritare tanta fortuna, e provava affetto e tenerezza infinita per quella donna serena e sincera che aveva davanti. Lui avrebbe tanto voluto dirle, come le aveva detto tante volte in passato: Lo sai che ti amo sciocchina. Ma semplicemente non ci riuscì, e le parole rimasero chiuse dentro di lui. Di ritorno dal ristorante furono molto silenziosi, e per la prima volta da tanto tempo evitarono di guardarsi negli occhi.
giovedì 19 febbraio 2009
Quello che so
(Tragicommedia ambientata nel magico mondo della pubblicità)
Settima puntata
20.
Tutti gli impiegati dell’agenzia Altoprofilo si trovavano riuniti nella sala riunioni grande al secondo piano. Avrebbe dovuto parlare Stefano Massa in qualità di amministratore delegato, ma quella mattina aveva accusato un attacco di sciatica e non era riuscito ad alzarsi dal letto. Così, nel silenzio generale prese la parola Richard Young:
“Sono qui per dirvi due cose. La morte di Francesco è stata un fatto troppo terribile perché se ne potesse parlare. Una cosa che ci ha lasciato muti. Voi tutti eravate al funerale e avete salutato Francesco insieme a noi, all’inizio del suo ultimo viaggio. Lasciatemi dire che nel mio cuore, nel nostro cuore, Francesco non potrà mai essere sostituito…”
(pausa)
“…purtroppo però, o per fortuna, the show must go on, come diciamo noi americani, e in un’agenzia di successo come la nostra lo show va in onda quotidianamente, e non si può saltare neanche una replica. La seconda cosa che vi volevo dire è che abbiamo trovato a tempo di record quello che ci sembra il sostituto ideale di Francesco. E’ un uomo che ha condiviso con Francesco esperienze di lavoro importanti e un comune modo di intendere la creatività, è un uomo che Francesco rispettava e stimava, anche se in passato avevano avuto alcune piccole divergenze peraltro tipiche di un mestiere così sentito e viscerale come il nostro. In breve, è il nostro uomo. Signore e signori, vi presento il nuovo Direttore Creativo Esecutivo di Altoprofilo: Antonio U.
“Vedi? Come ti dico sempre io: al peggio non c’è mai fine.”
“Non ci credo.”
“Invece toccherà che cominci a crederci.”
“Dobbiamo subito cercare di scappare di qui.”
“Per andare dove?”
“Boh.”
21.
Quello che so, pagina 7:
‘Offrire la linea di minor resistenza. Ecco il segreto. L’ho capito abbastanza presto. Basta non opporsi al fluire dagli eventi, delle cose, dei gusti degli altri. Non cercare la ragione, la logica, il senso. Tutte cose superate. E’ una cosa che posso dire di sapere, l’ho imparato sulla mia pelle. C’è stato un momento, all’inizio, in cui diciamo che ci credevo. Credevo che questo lavoro, come tutti i lavori, potesse avere una sua etica interna, una sua deontologia. Non mi sono mai illuso che chi la seguiva venisse premiato in modo clamoroso, ma mi sono invece illuso che fosse possibile vivere, almeno sopravvivere dignitosamente, applicando questa forma di rigore a quello che si faceva, e che la virtù fosse premio a se stessa. Ora so che non è così. E’ necessario che lo sappiano tutti.’
22.
Il primo atto di Antonio U. come nuovo Direttore Creativo Esecutivo della agenzia di pubblicità Altoprofilo fu cambiare l’arredamento della stanza. Il secondo costringere tutti ad una manifestazione di sottomissione nei suoi confronti. Naturalmente tutti fecero ciò che Antonio U. esigeva. Ora si trovava nella sua stanza rimessa a nuovo seduto di fronte ad uno dei creativi più giovani, Massimo Serafini, un ragazzo di venticinque anni appena salito a Milano dalla Calabria.
“Devi dire che Francesco M. era una merda.”
“E’ proprio necessario?”
“Vuoi continuare a lavorare qui?”
“Sì, penso di sì.”
“Allora è proprio necessario.”
“Vabbene, se ci tieni. Francesco M. era una merda.”
“Benissimo. Ora devi dire: tu sei il miglior direttore creativo del mondo.”
“Forse sarebbe meglio se ci conoscessimo un po’, prima.”
“Credo che se continui così non avrai l’opportunità di conoscermi meglio, perché domani sarai fuori di qui.”
“Scusa, ma se non conosco nessun altro direttore creativo, come faccio a dire che…”
“Senti, mi hai rotto le palle, vattene fuori di qui…”
“Okay, okay, lo dico. Tu sei il miglior direttore creativo del mondo.”
“Ci voleva tanto? Mi hai fatto perdere un sacco di tempo per una cosa semplicissima. Ora togliti dai piedi.”
23.
Quello che so, pagina 12:
‘Ricordo molto bene il giorno in cui ho pensato: non si può essere un po’ stronzi e un po’ bravi ragazzi, figli di puttana a metà. Dare via solo un pezzetto di culo. Vendere un porzione mignon di anima. Se bisogna essere delle merde, bisogna esserlo fino in fondo, senza mezzi termini. Da lì è iniziata la mia fortuna.’
Settima puntata
20.
Tutti gli impiegati dell’agenzia Altoprofilo si trovavano riuniti nella sala riunioni grande al secondo piano. Avrebbe dovuto parlare Stefano Massa in qualità di amministratore delegato, ma quella mattina aveva accusato un attacco di sciatica e non era riuscito ad alzarsi dal letto. Così, nel silenzio generale prese la parola Richard Young:
“Sono qui per dirvi due cose. La morte di Francesco è stata un fatto troppo terribile perché se ne potesse parlare. Una cosa che ci ha lasciato muti. Voi tutti eravate al funerale e avete salutato Francesco insieme a noi, all’inizio del suo ultimo viaggio. Lasciatemi dire che nel mio cuore, nel nostro cuore, Francesco non potrà mai essere sostituito…”
(pausa)
“…purtroppo però, o per fortuna, the show must go on, come diciamo noi americani, e in un’agenzia di successo come la nostra lo show va in onda quotidianamente, e non si può saltare neanche una replica. La seconda cosa che vi volevo dire è che abbiamo trovato a tempo di record quello che ci sembra il sostituto ideale di Francesco. E’ un uomo che ha condiviso con Francesco esperienze di lavoro importanti e un comune modo di intendere la creatività, è un uomo che Francesco rispettava e stimava, anche se in passato avevano avuto alcune piccole divergenze peraltro tipiche di un mestiere così sentito e viscerale come il nostro. In breve, è il nostro uomo. Signore e signori, vi presento il nuovo Direttore Creativo Esecutivo di Altoprofilo: Antonio U.
“Vedi? Come ti dico sempre io: al peggio non c’è mai fine.”
“Non ci credo.”
“Invece toccherà che cominci a crederci.”
“Dobbiamo subito cercare di scappare di qui.”
“Per andare dove?”
“Boh.”
21.
Quello che so, pagina 7:
‘Offrire la linea di minor resistenza. Ecco il segreto. L’ho capito abbastanza presto. Basta non opporsi al fluire dagli eventi, delle cose, dei gusti degli altri. Non cercare la ragione, la logica, il senso. Tutte cose superate. E’ una cosa che posso dire di sapere, l’ho imparato sulla mia pelle. C’è stato un momento, all’inizio, in cui diciamo che ci credevo. Credevo che questo lavoro, come tutti i lavori, potesse avere una sua etica interna, una sua deontologia. Non mi sono mai illuso che chi la seguiva venisse premiato in modo clamoroso, ma mi sono invece illuso che fosse possibile vivere, almeno sopravvivere dignitosamente, applicando questa forma di rigore a quello che si faceva, e che la virtù fosse premio a se stessa. Ora so che non è così. E’ necessario che lo sappiano tutti.’
22.
Il primo atto di Antonio U. come nuovo Direttore Creativo Esecutivo della agenzia di pubblicità Altoprofilo fu cambiare l’arredamento della stanza. Il secondo costringere tutti ad una manifestazione di sottomissione nei suoi confronti. Naturalmente tutti fecero ciò che Antonio U. esigeva. Ora si trovava nella sua stanza rimessa a nuovo seduto di fronte ad uno dei creativi più giovani, Massimo Serafini, un ragazzo di venticinque anni appena salito a Milano dalla Calabria.
“Devi dire che Francesco M. era una merda.”
“E’ proprio necessario?”
“Vuoi continuare a lavorare qui?”
“Sì, penso di sì.”
“Allora è proprio necessario.”
“Vabbene, se ci tieni. Francesco M. era una merda.”
“Benissimo. Ora devi dire: tu sei il miglior direttore creativo del mondo.”
“Forse sarebbe meglio se ci conoscessimo un po’, prima.”
“Credo che se continui così non avrai l’opportunità di conoscermi meglio, perché domani sarai fuori di qui.”
“Scusa, ma se non conosco nessun altro direttore creativo, come faccio a dire che…”
“Senti, mi hai rotto le palle, vattene fuori di qui…”
“Okay, okay, lo dico. Tu sei il miglior direttore creativo del mondo.”
“Ci voleva tanto? Mi hai fatto perdere un sacco di tempo per una cosa semplicissima. Ora togliti dai piedi.”
23.
Quello che so, pagina 12:
‘Ricordo molto bene il giorno in cui ho pensato: non si può essere un po’ stronzi e un po’ bravi ragazzi, figli di puttana a metà. Dare via solo un pezzetto di culo. Vendere un porzione mignon di anima. Se bisogna essere delle merde, bisogna esserlo fino in fondo, senza mezzi termini. Da lì è iniziata la mia fortuna.’
venerdì 13 febbraio 2009
Il Lettore Di Libri
(prima puntata)
1.
Di mestiere leggo libri.
Ma siccome leggo molto lentamente, guadagno pochissimo. Però il mio lavoro mi piace lo stesso. In realtà non lo considero un vero e proprio lavoro, anche se lo faccio per vivere. Ecco, lo faccio per vivere, in tutti i sensi. Lo faccio per sopportare l’assurdità della vita, lo faccio per distrarmi e pensare che il mondo sia diverso da quello che è. Migliore o peggiore, ma diverso. Non potrei vivere senza leggere, quindi faccio per lavoro qualcosa che se non dovessi mangiare e pagare l’affitto potrei fare anche gratis.
L’altro problema, se vogliamo chiamarlo così, è che tutto quello che leggo mi piace da pazzi. Quindi non sono obiettivo, quando l’obiettività è precisamente la dote che mi viene richiesta. Le mie recensioni sono tutte invariabilmente entusiastiche. Io ci provo, a trovare dei punti deboli nei libri che mi danno da leggere. Mi concentro sui difetti: difetti della trama, dei personaggi, dei dialoghi, della scrittura in generale.
Poi però, prima o poi, il libro con la sua piccola o grande magia prende il sopravvento, e mi dimentico di cercare i punti deboli. Alla casa editrice le hanno provate tutte, anche a togliermi delle pagine a casaccio dalle copie che mi davano da leggere. Io interpretavo i salti logici come delle meravigliose trovate dell’autore intese a mantenere alta la tensione.
Prima ero specializzato in thriller e spy stories. Improvvisamente hanno cominciato a darmi da leggere romanzoni sentimentali genere Liala, ai quali ho reagito con infantile meraviglia. Così loro sono passati al fantasy, poi ai racconti di viaggio, e quando hanno visto che non funzionava nemmeno quello, hanno tirato fuori dai silos nascosti sotto al deserto del Nevada l’arma-fine-di-mondo: degli enormi mattoni di biografie storiche che sarebbero state indigeste persino per uno struzzo a digiuno da settimane. “Mattoni”, questo lo pensavano loro, perché io le trovavo tutte invariabilmente appassionanti.
Così ieri il capo mi ha mandato a chiamare. A me dispiaceva sospendere la lettura, ma ovviamente non potevo dire di no. Quindi sono salito in ascensore e ho schiacciato, per la prima volta nella mia vita, il pulsante del ventesimo piano.
Il capo mi ha guardato in silenzio per un paio d’ore, poi ha detto:
-Dunque, è lei.
Non sapevo bene cosa dire, quindi sono rimasto zitto.
-Lo sa, Bartoli, quanto abbiamo perso con La vita e le opere di Bernardino Zapponi?
-Un libro enorme.
-Un enorme flop, e ne abbiamo tirate 800.000 copie, dietro suo suggerimento.
-….
-Sa quante ne abbiamo vendute?
Tirai a indovinare.
-Settecentomila?
-Può togliere le migliaia, Bartoli. Ne abbiamo vendute meno di settecento, e solo perché l’autore, inspiegabilmente visto il cane che è, ha moltissimi amici.
-Francamente, mi sembra un po’ ingeneroso…
Smisi di parlare perché ero occupato ad abbassarmi per evitare di essere colpito dal quarto volume della Treccani che il mio capo aveva preso dalla sua libreria e mi aveva lanciato addosso.
Rannicchiato dietro la poltrona tirai verso di me con un piede il pesante volume che mi era stato lanciato, e mi accorsi che ne era caduto un foglietto di carta ripiegato più volte su se stesso. La carta era ingiallita, io ne dedussi brillantemente che il foglietto fosse rinchiuso fra le pagine della Treccani da molto molto tempo, e senza sapere il perché me lo infilai in tasca.
Quando mi rialzai il boss sembrava essersi calmato, si era seduto e stava fumando una sigaretta. Ebbi la tentazione di ricordargli la normativa che vietava il fumo negli ambienti di lavoro, poi lasciai perdere.
Non mi invitò a sedermi, quindi rimasi in piedi. Lui sembrava come perso in un universo parallelo, nel quale forse non aveva tirato 800.000 copie de La vita e le opere di Bernardino Zapponi (un libro enorme, non solo come stazza), e io pensai che si fosse dimenticato di me.
Con la lentezza di una lumaca in letargo iniziai a muovermi verso la porta dell’ufficio, senza mai voltare le spalle al capo, e mi ero quasi messo in salvo quando lui sembrò accorgersi nuovamente della mia presenza.
-Bartoli, dove va?
-Niente…io…mi sembrava…
-Si segga.
-Veramente io dovrei…
-Si segga. Parliamo.
-Come vuole.
Quello doveva avere un casino di tempo a disposizione, perché rimase di nuovo in silenzio per un tempo che non mi metterò nemmeno a quantificare, tanto non mi credereste.
2.
Ero sulle spine per tanti motivi, ma soprattutto perché avevo appena iniziato a leggere un nuovo libro molto promettente, che mi chiamava silenziosamente a sé con la sua attrazione magnetica. Si trattava della vita di Benjamin Lagardère, in arte Glok, un famosissimo mimo belga che improvvisamente all’apice della sua carriera viene colpito da un gravissimo ictus con conseguente paralisi bilaterale irreversibile. Egli ama talmente il suo lavoro, tuttavia, che decide di non abbandonarlo e di proseguire, pur tra mille avversità. Da un giorno all’altro non è più quindi Glok il mimo, ma diventa Glok la Sfinge, il primo mimo al mondo che si esibisce non soltanto senza emettere alcun suono, ma anche senza accennare il benché minimo movimento.
Al giorno d’oggi nessuno si stupisce nel vedere le nostre città invase da centinaia e centinaia di epigoni di Glok, ma provate ad immaginare la potenza eversiva del primo spettacolo della Sfinge in un teatro popolare della periferia di Bruxelles.
Questo era solo l’antefatto, dato che la gran parte del libro si concentrava sulla minuziosa descrizione di tutti gli oltre duecento spettacoli che Lagardère offrì come Glok La Sfinge. Capite quindi che non vedevo l’ora di rituffarmi nella lettura.
Una voce proveniente dall’iperspazio parlò:
-Cosa sta leggendo, adesso?
-Glok la Sfinge.
-E come le sembra?
-Finora elettrizzante, direi.
Sorrise. Non l’avevo mai visto sorridere.
-Bene, bene. Senta, lo sa che io la dovrei cacciare a pedate, vero?
-…
-Quanti anni sono che lavora per noi?
-Venti, circa.
-Ho paura di venire a scoprire un giorno quanti soldi ci ha fatto perdere in questi vent’anni (circa) con le sue recensioni e i suoi suggerimenti. Non voglio saperlo.
-Non erano sempre recensioni positive. Io…
-Già, sì, mi ricordo che per esempio Il nome della rosa non le era piaciuto molto.
-Un po’ noioso, infatti.
-Infatti.
Lasciò quell’infatti ad aleggiare minacciosamente sopra la mia testa mentre il suo volto si rabbuiava di nuovo. Pensai che il terzo o il quinto volume della Treccani, o peggio entrambi, stessero per prendere il volo, quando lui sorrise di nuovo.
-Infatti, dovrei proprio cacciarla a pedate…(pausa)…Ma ho un’idea migliore.
1.
Di mestiere leggo libri.
Ma siccome leggo molto lentamente, guadagno pochissimo. Però il mio lavoro mi piace lo stesso. In realtà non lo considero un vero e proprio lavoro, anche se lo faccio per vivere. Ecco, lo faccio per vivere, in tutti i sensi. Lo faccio per sopportare l’assurdità della vita, lo faccio per distrarmi e pensare che il mondo sia diverso da quello che è. Migliore o peggiore, ma diverso. Non potrei vivere senza leggere, quindi faccio per lavoro qualcosa che se non dovessi mangiare e pagare l’affitto potrei fare anche gratis.
L’altro problema, se vogliamo chiamarlo così, è che tutto quello che leggo mi piace da pazzi. Quindi non sono obiettivo, quando l’obiettività è precisamente la dote che mi viene richiesta. Le mie recensioni sono tutte invariabilmente entusiastiche. Io ci provo, a trovare dei punti deboli nei libri che mi danno da leggere. Mi concentro sui difetti: difetti della trama, dei personaggi, dei dialoghi, della scrittura in generale.
Poi però, prima o poi, il libro con la sua piccola o grande magia prende il sopravvento, e mi dimentico di cercare i punti deboli. Alla casa editrice le hanno provate tutte, anche a togliermi delle pagine a casaccio dalle copie che mi davano da leggere. Io interpretavo i salti logici come delle meravigliose trovate dell’autore intese a mantenere alta la tensione.
Prima ero specializzato in thriller e spy stories. Improvvisamente hanno cominciato a darmi da leggere romanzoni sentimentali genere Liala, ai quali ho reagito con infantile meraviglia. Così loro sono passati al fantasy, poi ai racconti di viaggio, e quando hanno visto che non funzionava nemmeno quello, hanno tirato fuori dai silos nascosti sotto al deserto del Nevada l’arma-fine-di-mondo: degli enormi mattoni di biografie storiche che sarebbero state indigeste persino per uno struzzo a digiuno da settimane. “Mattoni”, questo lo pensavano loro, perché io le trovavo tutte invariabilmente appassionanti.
Così ieri il capo mi ha mandato a chiamare. A me dispiaceva sospendere la lettura, ma ovviamente non potevo dire di no. Quindi sono salito in ascensore e ho schiacciato, per la prima volta nella mia vita, il pulsante del ventesimo piano.
Il capo mi ha guardato in silenzio per un paio d’ore, poi ha detto:
-Dunque, è lei.
Non sapevo bene cosa dire, quindi sono rimasto zitto.
-Lo sa, Bartoli, quanto abbiamo perso con La vita e le opere di Bernardino Zapponi?
-Un libro enorme.
-Un enorme flop, e ne abbiamo tirate 800.000 copie, dietro suo suggerimento.
-….
-Sa quante ne abbiamo vendute?
Tirai a indovinare.
-Settecentomila?
-Può togliere le migliaia, Bartoli. Ne abbiamo vendute meno di settecento, e solo perché l’autore, inspiegabilmente visto il cane che è, ha moltissimi amici.
-Francamente, mi sembra un po’ ingeneroso…
Smisi di parlare perché ero occupato ad abbassarmi per evitare di essere colpito dal quarto volume della Treccani che il mio capo aveva preso dalla sua libreria e mi aveva lanciato addosso.
Rannicchiato dietro la poltrona tirai verso di me con un piede il pesante volume che mi era stato lanciato, e mi accorsi che ne era caduto un foglietto di carta ripiegato più volte su se stesso. La carta era ingiallita, io ne dedussi brillantemente che il foglietto fosse rinchiuso fra le pagine della Treccani da molto molto tempo, e senza sapere il perché me lo infilai in tasca.
Quando mi rialzai il boss sembrava essersi calmato, si era seduto e stava fumando una sigaretta. Ebbi la tentazione di ricordargli la normativa che vietava il fumo negli ambienti di lavoro, poi lasciai perdere.
Non mi invitò a sedermi, quindi rimasi in piedi. Lui sembrava come perso in un universo parallelo, nel quale forse non aveva tirato 800.000 copie de La vita e le opere di Bernardino Zapponi (un libro enorme, non solo come stazza), e io pensai che si fosse dimenticato di me.
Con la lentezza di una lumaca in letargo iniziai a muovermi verso la porta dell’ufficio, senza mai voltare le spalle al capo, e mi ero quasi messo in salvo quando lui sembrò accorgersi nuovamente della mia presenza.
-Bartoli, dove va?
-Niente…io…mi sembrava…
-Si segga.
-Veramente io dovrei…
-Si segga. Parliamo.
-Come vuole.
Quello doveva avere un casino di tempo a disposizione, perché rimase di nuovo in silenzio per un tempo che non mi metterò nemmeno a quantificare, tanto non mi credereste.
2.
Ero sulle spine per tanti motivi, ma soprattutto perché avevo appena iniziato a leggere un nuovo libro molto promettente, che mi chiamava silenziosamente a sé con la sua attrazione magnetica. Si trattava della vita di Benjamin Lagardère, in arte Glok, un famosissimo mimo belga che improvvisamente all’apice della sua carriera viene colpito da un gravissimo ictus con conseguente paralisi bilaterale irreversibile. Egli ama talmente il suo lavoro, tuttavia, che decide di non abbandonarlo e di proseguire, pur tra mille avversità. Da un giorno all’altro non è più quindi Glok il mimo, ma diventa Glok la Sfinge, il primo mimo al mondo che si esibisce non soltanto senza emettere alcun suono, ma anche senza accennare il benché minimo movimento.
Al giorno d’oggi nessuno si stupisce nel vedere le nostre città invase da centinaia e centinaia di epigoni di Glok, ma provate ad immaginare la potenza eversiva del primo spettacolo della Sfinge in un teatro popolare della periferia di Bruxelles.
Questo era solo l’antefatto, dato che la gran parte del libro si concentrava sulla minuziosa descrizione di tutti gli oltre duecento spettacoli che Lagardère offrì come Glok La Sfinge. Capite quindi che non vedevo l’ora di rituffarmi nella lettura.
Una voce proveniente dall’iperspazio parlò:
-Cosa sta leggendo, adesso?
-Glok la Sfinge.
-E come le sembra?
-Finora elettrizzante, direi.
Sorrise. Non l’avevo mai visto sorridere.
-Bene, bene. Senta, lo sa che io la dovrei cacciare a pedate, vero?
-…
-Quanti anni sono che lavora per noi?
-Venti, circa.
-Ho paura di venire a scoprire un giorno quanti soldi ci ha fatto perdere in questi vent’anni (circa) con le sue recensioni e i suoi suggerimenti. Non voglio saperlo.
-Non erano sempre recensioni positive. Io…
-Già, sì, mi ricordo che per esempio Il nome della rosa non le era piaciuto molto.
-Un po’ noioso, infatti.
-Infatti.
Lasciò quell’infatti ad aleggiare minacciosamente sopra la mia testa mentre il suo volto si rabbuiava di nuovo. Pensai che il terzo o il quinto volume della Treccani, o peggio entrambi, stessero per prendere il volo, quando lui sorrise di nuovo.
-Infatti, dovrei proprio cacciarla a pedate…(pausa)…Ma ho un’idea migliore.
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