La discussione si trasformò lentamente in lite quasi senza che se ne accorgessero. Si partiva sempre da piccole cose, inezie. Quel giorno, poco dopo pranzo, il tema era lo spostamento di un mobile da un punto all'altro della casa. Anzi, da un punto all'altro della stessa stanza. Lei voleva spostare il mobile, lui no. Lei ben presto lo accusò di non voler fare niente per la casa, ma non parlava della casa, parlava di lei. Lui ammetteva la sua pigrizia, ma ripeteva stancamente che era fatto così e che voleva essere accettato così. Lei disse che per lui fare anche la più piccola cosa era una sofferenza, e che la vita così non era sopportabile, né per lei né per lui. In breve, partendo da uno stupido comò, erano arrivati a mettere in dubbio i fondamenti del loro rapporto.
Questo tipo di discussioni si ripeteva con una frequenza sempre più allarmante. In quei momenti, ciascuno dei due era solo al mondo, era vittima, incompreso, triste, intollerante crudele carnefice. In quei momenti la complicità era dimenticata, l'allegria sepolta, e le ragioni della convivenza diventavano oscure. Lei uscì di casa senza dire dove andava né quando sarebbe tornata. Lui non glielo chiese. Era convinto che non l'avrebbe più rivista, anche se ciò era improbabile.
In questo modo, credendola perduta, cominciò a provare nostalgia di lei, e il livore piano piano si dissolse, sostituito dal ricordo dei suoi lati più belli, di tutte le cose che era certo gli sarebbero mancate. Credendola perduta, piangendola come fosse morta, ritrovò la tenerezza e poté finalmente, per un momento, abbandonare le sue difese pesanti come armature. Mentre gli occhi si inumidivano, si sentì solo e generoso, e provò una sensazione di pace.
Le storie ci accompagnano. In tutti i momenti della nostra vita c'è sempre qualcuno che ce ne racconta una. Alcune sono belle, alcune brutte. Allegre, tristi, buffe, sinistre. O anche semplicemente noiose. Ma persino quando diciamo: "Dai, non raccontarmi storie", in fondo per noi le storie non sono mai abbastanza. C'è un modo personale di parlare di cose universali?
martedì 16 dicembre 2008
mercoledì 26 novembre 2008
Quello che so
(Tragicommedia ambientata nel magico mondo della pubblicità)
Terza Puntata
7.
Nella stanza 162 del commissariato di Milano Centro, il dott. Calogero Moiano, Giudice delle Indagini Preliminari presso la prima sezione del tribunale di Milano, sbadigliò in modo così scomposto che quasi si slogò la mascella. L’orologio a muro segnava le undici e trentacinque, ma era rotto da almeno due anni. Moiano guardò il suo orologio da polso e si accorse che si era fermato.
“E’ possibile che non si riesca a sapere che cazzo di ore sono?” domandò a se stesso, giacché era solo nella stanzetta davanti a tre scatoloni di materiale sequestrato sul luogo del delitto. Si alzò barcollando e si avviò per il corridoio deserto in cerca di un caffè.
8.
“Allora, io direi di scrivere: Francesco, gli amici della Altoprofilo ti sono vicini in questo momento terribile della tua vita…”
“Quale vita, scusa? Non mi sembra molto vivo.”
“Più morto che vivo, direi.”
“E poi, ‘gli amici della Altoprofilo’, dai, mi sembra quasi una presa per il culo.”
“Concordo.”
“Vabbè, allora scrivetevelo voi ‘sto cazzo di telegramma, teste di cazzo, che a me manco mi va!”
“E dai Ste, non ti incazzare, che sarà mai!”
Nonostante l’argomento all’ordine del giorno fosse l’organizzazione di un funerale, l’atmosfera fra i quattro membri superstiti del consiglio di amministrazione dell’agenzia di Pubblicità Altoprofilo era singolarmente lieve, a tratti ilare.
Stefano Massa, Davide Procaccini, Richard Young e Roberto Benati ridevano come bimbi, tappandosi la bocca e facendosi sshhh! l’uno con l’altro per paura di farsi sentire dalle segretarie.
9.
Appurato con una telefonata al 161 che erano le tre e mezza di notte, o di mattina a seconda dei punti di vista, il dottor Calogero Moiano si recò al cesso per pisciare e soprattutto per sciacquarsi la faccia. Alla sua immagine impresentabile riflessa nello specchio confessò un momento di incertezza:
“Ma siamo sicuri che lo vogliamo proprio trovare questo assassino?” Era una domanda retorica, naturalmente. L’ovvia risposta era “No, che non lo vogliamo trovare, manco per il cazzo. E soprattutto nessuno, nel vasto mondo là fuori, vuole che lo troviamo. Tutti stanno facendo il tifo per lui, o lei, e si farebbero in quattro per aiutarlo. Ma il punto è un altro: noi dobbiamo trovarlo, anche se ne faremmo volentieri a meno. Punto. Fine del discorso.”
Uscendo dal cesso il dott.Moiano si sentiva un po’ meglio, la testa più leggera e le idee più chiare, anche se non si era accorto di aver dimenticato abbassata la patta dei pantaloni.
Poco male, tanto non c’era nessuno in giro per accorgersene.
Terza Puntata
7.
Nella stanza 162 del commissariato di Milano Centro, il dott. Calogero Moiano, Giudice delle Indagini Preliminari presso la prima sezione del tribunale di Milano, sbadigliò in modo così scomposto che quasi si slogò la mascella. L’orologio a muro segnava le undici e trentacinque, ma era rotto da almeno due anni. Moiano guardò il suo orologio da polso e si accorse che si era fermato.
“E’ possibile che non si riesca a sapere che cazzo di ore sono?” domandò a se stesso, giacché era solo nella stanzetta davanti a tre scatoloni di materiale sequestrato sul luogo del delitto. Si alzò barcollando e si avviò per il corridoio deserto in cerca di un caffè.
8.
“Allora, io direi di scrivere: Francesco, gli amici della Altoprofilo ti sono vicini in questo momento terribile della tua vita…”
“Quale vita, scusa? Non mi sembra molto vivo.”
“Più morto che vivo, direi.”
“E poi, ‘gli amici della Altoprofilo’, dai, mi sembra quasi una presa per il culo.”
“Concordo.”
“Vabbè, allora scrivetevelo voi ‘sto cazzo di telegramma, teste di cazzo, che a me manco mi va!”
“E dai Ste, non ti incazzare, che sarà mai!”
Nonostante l’argomento all’ordine del giorno fosse l’organizzazione di un funerale, l’atmosfera fra i quattro membri superstiti del consiglio di amministrazione dell’agenzia di Pubblicità Altoprofilo era singolarmente lieve, a tratti ilare.
Stefano Massa, Davide Procaccini, Richard Young e Roberto Benati ridevano come bimbi, tappandosi la bocca e facendosi sshhh! l’uno con l’altro per paura di farsi sentire dalle segretarie.
9.
Appurato con una telefonata al 161 che erano le tre e mezza di notte, o di mattina a seconda dei punti di vista, il dottor Calogero Moiano si recò al cesso per pisciare e soprattutto per sciacquarsi la faccia. Alla sua immagine impresentabile riflessa nello specchio confessò un momento di incertezza:
“Ma siamo sicuri che lo vogliamo proprio trovare questo assassino?” Era una domanda retorica, naturalmente. L’ovvia risposta era “No, che non lo vogliamo trovare, manco per il cazzo. E soprattutto nessuno, nel vasto mondo là fuori, vuole che lo troviamo. Tutti stanno facendo il tifo per lui, o lei, e si farebbero in quattro per aiutarlo. Ma il punto è un altro: noi dobbiamo trovarlo, anche se ne faremmo volentieri a meno. Punto. Fine del discorso.”
Uscendo dal cesso il dott.Moiano si sentiva un po’ meglio, la testa più leggera e le idee più chiare, anche se non si era accorto di aver dimenticato abbassata la patta dei pantaloni.
Poco male, tanto non c’era nessuno in giro per accorgersene.
lunedì 22 settembre 2008
Quello che so
(Tragicommedia ambientata nel magico mondo della pubblicità)
Seconda Puntata
4.
Movente numero 1: le donne.
Chiamatelo tombeur de femmes, chiamatelo puttaniere, chiamatelo molestatore, insomma chiamatelo come vi pare ma avete capito di cosa stiamo parlando. Quando era un ragazzo aveva una sana ossessione per la fica, e un’altrettanto ossessiva mancanza di scrupoli, ma non era ancora per lui, o almeno non interamente, una questione di potere. Quando cominciò la scalata, cominciò anche a cambiare il suo rapporto con le donne. Scoprì ben presto che non si divertiva più tanto a scoparle, quanto piuttosto a conquistarle, meglio ancora a possederle. Per poi naturalmente esibirle come trofei. Tutto il bello stava in questo, in quel momento prezioso in cui poteva finalmente vantarsi delle sue conquiste con il mondo intero.
Infine, in un gioco sempre più sfrenato di scollamento tra realtà e fantasia, verità e finzione, arrivò anche il momento in cui cominciò a vantarsi di conquiste inesistenti, puramente fittizie, e quanto più le donne rifiutavano le sue avances sempre più pesanti e volgari, tanto più lui raccontava di essere un perseguitato e che doveva fuggire lui alle avances di frotte di femmine infoiate. Le più fortunate potevano semplicemente tirargli un manrovescio e mandarlo in culo, ma lui si divertiva di più con quelle sfortunate. Vale a dire, con quelle che non potevano sfuggirgli, quelle sulle quali esercitava un potere: le sue sottoposte. Fossimo stati in America, Francesco M. sarebbe stato accusato di sexual harassment e probabilmente processato, quasi sicuramente licenziato. Se questo è il movente della sua morte, dobbiamo concludere che a quest’ora, se fossimo stati in America, Francesco M. sarebbe indigente e scornato, ma vivo.
Invece non siamo in America ma in Italia, e questo tipo di cose non vengono punite, siamo più lassisti e meno bacchettoni, e il risultato è che Francesco M. non più di quarantottore fa è stato ritrovato sdraiato supino sul suo splendido tavolo bianco con le viscere lucenti che arrivavano fino a terra, e aveva già cominciato a puzzare. Ironia della sorte.
Ma non sappiamo se questo è il movente.
5.
Movente numero 2: i soldi.
Per far fronte ai debiti sempre più grossi che la sua vita in corsia di sorpasso gli aveva procurato, Francesco M. decise di farsi corrompere. Niente di più facile. Ostacoli morali non ne aveva, ma qualora ne avesse avuti sarebbe bastato ricordare a se stesso che nel suo mondo facevano tutti così, e gli ostacoli si sarebbero immediatamente liquefatti. Come si potevano se no spiegare le ville al mare e in montagna che tutti i manager e i direttori creativi delle agenzie di pubblicità si erano costruiti in pochi anni, forse con gli stipendi? Andiamo, chi sono io? L’unico tonno in un mare popolato di squali?
Ma, come dicevamo prima, Francesco M. da perfetto eroe dei nostri tempi era un uomo per il quale le preoccupazioni di ordine morale erano una insopportabile zavorra, lacci e lacciuoli, pastoie burocratiche, Roma ladrona. Così fece trapelare cautamente ma con chiarezza nell’ambiente delle case di produzione cinematografica, le strutture che realizzano gli spot pubblicitari, il messaggio che lui sarebbe stato disposto a farsi ‘ungere’. Il meccanismo era semplice: ogni volta che una idea di campagna pubblicitaria viene approvata dal cliente, bisognava a quel punto realizzare lo spot. A questo punto viene aperta una gara fra diverse case di produzione, solitamente tre, per l’assegnazione del budget di produzione. Ogni casa di produzione presenta all’agenzia pubblicitaria il regista con il quale intenderebbe realizzare il filmato e unitamente ad esso un preventivo di produzione. A questo punto è l’agenzia che va dal cliente, il quale ha la decisione definitiva ovviamente, ma l’agenzia esprime una raccomandazione a proposito di quale è la scelta più giusta per produrre quel determinato spot. La raccomandazione dovrebbe essere guidata dalla qualità creativa, non necessariamente dal preventivo più vantaggioso in termini economici. Voglio dire che capita a volte che il preventivo vincente non sia quello più basso, se l’impianto produttivo più convincente è un altro, un regista evidentemente migliore di un altro. E normalmente la raccomandazione dell’agenzia è accolta, o quantomeno ascoltata e valutata con attenzione.
Ora, basta fare un piccolo intervento in questo meccanismo dicendo: io direttore creativo raccomando te casa di produzione e ti faccio vincere la gara per la realizzazione di questo spot in cambio di una percentuale prestabilita del valore del budget, cioè del valore del preventivo. Ricordiamo che per realizzare uno spot pubblicitario si può partire da qualche centinaio di migliaia di euro fino ad oltrepassare il milione, a seconda della complessità del progetto. Il gioco è fatto, semplice e indolore. Per qualche anno Francesco M. si trovò bene con questo sistema, facendo il suo bene e quello dei suoi compari a capo delle più importanti case di produzione italiane. Poi divenne ingordo, e cominciò a sgarrare. Innanzitutto cominciò a pretendere il pagamento anticipato della sua percentuale, ma soprattutto si fece pagare da tutte le case di produzione coinvolte in una gara, poi naturalmente solo una di loro vinceva la gara. A quelli che a questo punto gli chiedevano la restituzione della mazzetta anticipata, lui rispondeva di volta in volta cose vaghe o in maniera irritata, ma sempre promettendo che si sarebbero rifatti alla prossima produzione. Solo che come è facile intuire, ad ogni produzione, per ogni creditore soddisfatto c’erano due nuovi creditori incazzati, in un gioco che diventò rapidamente incontrollabile.
Ma non sappiamo se neanche questo è il movente.
6.
Movente numero 3: l’invidia.
Una cosa che capita nel mondo della pubblicità (probabilmente capita anche in altri ambienti, uno per tutti la politica, ma nella pubblicità è una regola ferrea) è che più fai schifo, più hai successo. Infatti, Francesco M. aveva un enorme successo, sia presso i clienti sia presso i colleghi dell’ambiente pubblicitario. I direttori marketing e gli amministratori delegati, e poi giù giù fino ai più oscuri ridicoli portaborse, amano essere blanditi, sedotti, amano essere incantati dall’affabulazione del direttore creativo: in poche parole amano essere presi per il culo. E prendere per il culo la gente era esattamente la cosa che Francesco M. sapeva fare meglio di qualunque altra, così tenendo in pugno un gran numero di persone, e soprattutto di clienti. Probabilmente nella sua vita non aveva mai avuto un’idea originale, ma in quanto a spumeggianti esibizioni teatrali davanti a platee di clienti adoranti, non aveva rivali.
C’era tuttavia anche l’altra faccia del successo. Le agenzie di pubblicità pullulavano di creativi frustrati e uggiosi che vivevano nella perenne rimasticazione di una sorda invidia nei confronti del nostro eroe, colpevole di aver raggiunto qualcosa che loro non avrebbero mai potuto raggiungere. E come spesso capita, il grado di invidia cresceva in rapporto inversamente proporzionale con il decrescere di qualunque forma di talento. I più livorosi erano in assoluto quelli che forse si rendevano oscuramente conto di non possedere né il più piccolo talento creativo, né la benché minima capacità affabulativa, che è pur sempre una forma di talento. In altre parole gente in grado di produrre soltanto campagne pubblicitarie di merda, esattamente come Francesco M. Con la differenza che Francesco M. la sua merda riusciva sempre a venderla ai clienti, e i clienti erano entusiasti di mangiare la merda che Francesco M. aveva confezionato per loro.
Fra questi colleghi di Francesco, fra questi personaggi insicuri di sé, o meglio sicuri della propria mediocrità senza appello, incapaci di spiegare i trionfi quotidiani di qualcuno che sentivano accomunato nella loro stessa mediocrità, messi di fronte giorno dopo giorno alla prova lampante del loro fallimento, si annidavano centinaia di potenziali sospetti di omicidio.
Ma non sappiamo se neanche questo è il movente.
Seconda Puntata
4.
Movente numero 1: le donne.
Chiamatelo tombeur de femmes, chiamatelo puttaniere, chiamatelo molestatore, insomma chiamatelo come vi pare ma avete capito di cosa stiamo parlando. Quando era un ragazzo aveva una sana ossessione per la fica, e un’altrettanto ossessiva mancanza di scrupoli, ma non era ancora per lui, o almeno non interamente, una questione di potere. Quando cominciò la scalata, cominciò anche a cambiare il suo rapporto con le donne. Scoprì ben presto che non si divertiva più tanto a scoparle, quanto piuttosto a conquistarle, meglio ancora a possederle. Per poi naturalmente esibirle come trofei. Tutto il bello stava in questo, in quel momento prezioso in cui poteva finalmente vantarsi delle sue conquiste con il mondo intero.
Infine, in un gioco sempre più sfrenato di scollamento tra realtà e fantasia, verità e finzione, arrivò anche il momento in cui cominciò a vantarsi di conquiste inesistenti, puramente fittizie, e quanto più le donne rifiutavano le sue avances sempre più pesanti e volgari, tanto più lui raccontava di essere un perseguitato e che doveva fuggire lui alle avances di frotte di femmine infoiate. Le più fortunate potevano semplicemente tirargli un manrovescio e mandarlo in culo, ma lui si divertiva di più con quelle sfortunate. Vale a dire, con quelle che non potevano sfuggirgli, quelle sulle quali esercitava un potere: le sue sottoposte. Fossimo stati in America, Francesco M. sarebbe stato accusato di sexual harassment e probabilmente processato, quasi sicuramente licenziato. Se questo è il movente della sua morte, dobbiamo concludere che a quest’ora, se fossimo stati in America, Francesco M. sarebbe indigente e scornato, ma vivo.
Invece non siamo in America ma in Italia, e questo tipo di cose non vengono punite, siamo più lassisti e meno bacchettoni, e il risultato è che Francesco M. non più di quarantottore fa è stato ritrovato sdraiato supino sul suo splendido tavolo bianco con le viscere lucenti che arrivavano fino a terra, e aveva già cominciato a puzzare. Ironia della sorte.
Ma non sappiamo se questo è il movente.
5.
Movente numero 2: i soldi.
Per far fronte ai debiti sempre più grossi che la sua vita in corsia di sorpasso gli aveva procurato, Francesco M. decise di farsi corrompere. Niente di più facile. Ostacoli morali non ne aveva, ma qualora ne avesse avuti sarebbe bastato ricordare a se stesso che nel suo mondo facevano tutti così, e gli ostacoli si sarebbero immediatamente liquefatti. Come si potevano se no spiegare le ville al mare e in montagna che tutti i manager e i direttori creativi delle agenzie di pubblicità si erano costruiti in pochi anni, forse con gli stipendi? Andiamo, chi sono io? L’unico tonno in un mare popolato di squali?
Ma, come dicevamo prima, Francesco M. da perfetto eroe dei nostri tempi era un uomo per il quale le preoccupazioni di ordine morale erano una insopportabile zavorra, lacci e lacciuoli, pastoie burocratiche, Roma ladrona. Così fece trapelare cautamente ma con chiarezza nell’ambiente delle case di produzione cinematografica, le strutture che realizzano gli spot pubblicitari, il messaggio che lui sarebbe stato disposto a farsi ‘ungere’. Il meccanismo era semplice: ogni volta che una idea di campagna pubblicitaria viene approvata dal cliente, bisognava a quel punto realizzare lo spot. A questo punto viene aperta una gara fra diverse case di produzione, solitamente tre, per l’assegnazione del budget di produzione. Ogni casa di produzione presenta all’agenzia pubblicitaria il regista con il quale intenderebbe realizzare il filmato e unitamente ad esso un preventivo di produzione. A questo punto è l’agenzia che va dal cliente, il quale ha la decisione definitiva ovviamente, ma l’agenzia esprime una raccomandazione a proposito di quale è la scelta più giusta per produrre quel determinato spot. La raccomandazione dovrebbe essere guidata dalla qualità creativa, non necessariamente dal preventivo più vantaggioso in termini economici. Voglio dire che capita a volte che il preventivo vincente non sia quello più basso, se l’impianto produttivo più convincente è un altro, un regista evidentemente migliore di un altro. E normalmente la raccomandazione dell’agenzia è accolta, o quantomeno ascoltata e valutata con attenzione.
Ora, basta fare un piccolo intervento in questo meccanismo dicendo: io direttore creativo raccomando te casa di produzione e ti faccio vincere la gara per la realizzazione di questo spot in cambio di una percentuale prestabilita del valore del budget, cioè del valore del preventivo. Ricordiamo che per realizzare uno spot pubblicitario si può partire da qualche centinaio di migliaia di euro fino ad oltrepassare il milione, a seconda della complessità del progetto. Il gioco è fatto, semplice e indolore. Per qualche anno Francesco M. si trovò bene con questo sistema, facendo il suo bene e quello dei suoi compari a capo delle più importanti case di produzione italiane. Poi divenne ingordo, e cominciò a sgarrare. Innanzitutto cominciò a pretendere il pagamento anticipato della sua percentuale, ma soprattutto si fece pagare da tutte le case di produzione coinvolte in una gara, poi naturalmente solo una di loro vinceva la gara. A quelli che a questo punto gli chiedevano la restituzione della mazzetta anticipata, lui rispondeva di volta in volta cose vaghe o in maniera irritata, ma sempre promettendo che si sarebbero rifatti alla prossima produzione. Solo che come è facile intuire, ad ogni produzione, per ogni creditore soddisfatto c’erano due nuovi creditori incazzati, in un gioco che diventò rapidamente incontrollabile.
Ma non sappiamo se neanche questo è il movente.
6.
Movente numero 3: l’invidia.
Una cosa che capita nel mondo della pubblicità (probabilmente capita anche in altri ambienti, uno per tutti la politica, ma nella pubblicità è una regola ferrea) è che più fai schifo, più hai successo. Infatti, Francesco M. aveva un enorme successo, sia presso i clienti sia presso i colleghi dell’ambiente pubblicitario. I direttori marketing e gli amministratori delegati, e poi giù giù fino ai più oscuri ridicoli portaborse, amano essere blanditi, sedotti, amano essere incantati dall’affabulazione del direttore creativo: in poche parole amano essere presi per il culo. E prendere per il culo la gente era esattamente la cosa che Francesco M. sapeva fare meglio di qualunque altra, così tenendo in pugno un gran numero di persone, e soprattutto di clienti. Probabilmente nella sua vita non aveva mai avuto un’idea originale, ma in quanto a spumeggianti esibizioni teatrali davanti a platee di clienti adoranti, non aveva rivali.
C’era tuttavia anche l’altra faccia del successo. Le agenzie di pubblicità pullulavano di creativi frustrati e uggiosi che vivevano nella perenne rimasticazione di una sorda invidia nei confronti del nostro eroe, colpevole di aver raggiunto qualcosa che loro non avrebbero mai potuto raggiungere. E come spesso capita, il grado di invidia cresceva in rapporto inversamente proporzionale con il decrescere di qualunque forma di talento. I più livorosi erano in assoluto quelli che forse si rendevano oscuramente conto di non possedere né il più piccolo talento creativo, né la benché minima capacità affabulativa, che è pur sempre una forma di talento. In altre parole gente in grado di produrre soltanto campagne pubblicitarie di merda, esattamente come Francesco M. Con la differenza che Francesco M. la sua merda riusciva sempre a venderla ai clienti, e i clienti erano entusiasti di mangiare la merda che Francesco M. aveva confezionato per loro.
Fra questi colleghi di Francesco, fra questi personaggi insicuri di sé, o meglio sicuri della propria mediocrità senza appello, incapaci di spiegare i trionfi quotidiani di qualcuno che sentivano accomunato nella loro stessa mediocrità, messi di fronte giorno dopo giorno alla prova lampante del loro fallimento, si annidavano centinaia di potenziali sospetti di omicidio.
Ma non sappiamo se neanche questo è il movente.
mercoledì 27 agosto 2008
Quello che so
(Tragicommedia ambientata nel magico mondo della pubblicità)
Prima Puntata
1.
Verso le otto di mattina di un giovedì già assolato di luglio, la signora Giovanna Bonfanti, che faceva le pulizie presso l’agenzia di pubblicità Altoprofilo, entrò nella stanza del direttore creativo e si trovò di fronte un mattatoio. Le sue grida attirarono le poche persone presenti in agenzia a quell’ora, perlopiù colleghi della signora Bonfanti impegnati nelle stanze vicine a svuotare cestini e portacenere.
Tutti corsero silenziosamente sulla moquette grigia e si ammassarono all’ingresso della grande stanza illuminata dal sole, ma nessuno entrò. Era chiaro per tutti che non c’era niente da fare, oltre che chiamare la polizia. Più tardi una cosa che colpì chi raccolse le prime testimonianze era l’insistenza sulla stessa immagine, che ricorreva nelle parole di tutti: spontaneamente veniva fuori la prima percezione che ciascuno dei testimoni aveva avuto affacciandosi sul luogo del delitto, ed era una percezione cromatica, un’immagine invasa da due colori, il bianco e il rosso, così forti da annullare tutto il resto.
2.
Per quanto riguarda il rosso potete forse indovinare di cosa si trattasse, il bianco invece era il bianco dell’ufficio del direttore creativo. Dal grande tavolo per riunioni posto al centro della stanza fino al minuscolo temperamatite, passando per la scrivania e l’abat-jour da pavimento (verycool verytrendy), tutto era rigorosamente di quel colore. Interamente bianco era anche l’abbigliamento del direttore creativo, dalla testa ai piedi, e forse per simpatia con il suo modo di vedere il mondo (dovremmo forse dire il suo modo di colorare il mondo) persino i suoi capelli castani stavano cominciando lentamente qua e là ad assumere una colorazione consona al background. Quando è stato sgozzato e sventrato come un maiale il nostro direttore creativo, Francesco M., aveva appena compiuto quarantacinque anni, ed era da poco entrato in quella fase della sua vita professionale in cui ci si può godere il frutto dei propri sforzi, si possono tirare un po’ i remi in barca, come si dice, e stare un po’ a guardare gli altri che si dannano l’anima e si fanno il culo come tante bestie per un briciolo di successo, un attimo di notorietà, un ridicolo aumento di stipendio, una pacca sulla spalla data da una mano armata di coltello. Chiunque, al posto di Francesco M., avrebbe fatto così, ma non Francesco M.
Francesco M. non era il tipo da tirare i remi in barca, non era fatto per sedersi sulla riva del fiume aspettando di vedersi passare davanti il cadavere del suo nemico (i cadaveri dei suoi molti nemici). Lui traeva piacere dall’ucciderli (metaforicamente) con le sue mani, i suoi nemici. Lui non poteva alzarsi nemmeno una mattina dal suo letto bianco accanto al suo comodino bianco nella sua camera bianca con le persiane bianche senza pensare che anche oggi avrebbe concesso almeno tre interviste, rilasciato opinioni e dichiarazioni, posato per un paio di foto, vinto almeno un premio creativo, acquisito almeno un nuovo cliente. “Il giorno che i riflettori accesi su di me si spegneranno, io morirò.” pensava.
E come abbiamo visto, sbagliava.
3.
Fin dall’inizio il difficile per la polizia non fu trovare qualche pista, qualche movente, qualche sospetto. Ma piuttosto il contrario. Innanzitutto non ci fu una sola persona, con l’unica eccezione della madre di Francesco M., che si dichiarasse dispiaciuta per la sua morte. Anzi, tutti si dichiararono molto contenti, e espressero incondizionata ammirazione per l’autore del delitto. Più d’uno arrivò a dire frasi tipo: “Come vorrei essere stato io !” che era al contempo una rivendicazione di innocenza e una manifestazione di adesione morale. Alle domande su che tipo fosse il defunto, le risposte più gentili erano: “un fottuto figlio di puttana”, “una merda”, “uno stronzo”, “un megalomane”, “un pallone gonfiato”, “un testa di cazzo” e così via. Ad un certo punto i detectives, furbi, pensarono di concentrare la loro attenzione unicamente su coloro che avessero espresso apprezzamenti positivi sul defunto, ma siccome la signora M., madre di Francesco M., era disabile, viveva quasi perennemente a letto o su di una sedia a rotelle e non usciva di casa da almeno sei anni, capirono ben presto che non era una strada molto promettente. A proposito invece di moventi, si configurò subito un rarissimo caso di eccesso di moventi. Ma andiamo per ordine, e per raccontare al meglio i moventi dobbiamo fare un piccolo flashback. Pronti con l’effetto sonoro? Allora via.
Prima Puntata
1.
Verso le otto di mattina di un giovedì già assolato di luglio, la signora Giovanna Bonfanti, che faceva le pulizie presso l’agenzia di pubblicità Altoprofilo, entrò nella stanza del direttore creativo e si trovò di fronte un mattatoio. Le sue grida attirarono le poche persone presenti in agenzia a quell’ora, perlopiù colleghi della signora Bonfanti impegnati nelle stanze vicine a svuotare cestini e portacenere.
Tutti corsero silenziosamente sulla moquette grigia e si ammassarono all’ingresso della grande stanza illuminata dal sole, ma nessuno entrò. Era chiaro per tutti che non c’era niente da fare, oltre che chiamare la polizia. Più tardi una cosa che colpì chi raccolse le prime testimonianze era l’insistenza sulla stessa immagine, che ricorreva nelle parole di tutti: spontaneamente veniva fuori la prima percezione che ciascuno dei testimoni aveva avuto affacciandosi sul luogo del delitto, ed era una percezione cromatica, un’immagine invasa da due colori, il bianco e il rosso, così forti da annullare tutto il resto.
2.
Per quanto riguarda il rosso potete forse indovinare di cosa si trattasse, il bianco invece era il bianco dell’ufficio del direttore creativo. Dal grande tavolo per riunioni posto al centro della stanza fino al minuscolo temperamatite, passando per la scrivania e l’abat-jour da pavimento (verycool verytrendy), tutto era rigorosamente di quel colore. Interamente bianco era anche l’abbigliamento del direttore creativo, dalla testa ai piedi, e forse per simpatia con il suo modo di vedere il mondo (dovremmo forse dire il suo modo di colorare il mondo) persino i suoi capelli castani stavano cominciando lentamente qua e là ad assumere una colorazione consona al background. Quando è stato sgozzato e sventrato come un maiale il nostro direttore creativo, Francesco M., aveva appena compiuto quarantacinque anni, ed era da poco entrato in quella fase della sua vita professionale in cui ci si può godere il frutto dei propri sforzi, si possono tirare un po’ i remi in barca, come si dice, e stare un po’ a guardare gli altri che si dannano l’anima e si fanno il culo come tante bestie per un briciolo di successo, un attimo di notorietà, un ridicolo aumento di stipendio, una pacca sulla spalla data da una mano armata di coltello. Chiunque, al posto di Francesco M., avrebbe fatto così, ma non Francesco M.
Francesco M. non era il tipo da tirare i remi in barca, non era fatto per sedersi sulla riva del fiume aspettando di vedersi passare davanti il cadavere del suo nemico (i cadaveri dei suoi molti nemici). Lui traeva piacere dall’ucciderli (metaforicamente) con le sue mani, i suoi nemici. Lui non poteva alzarsi nemmeno una mattina dal suo letto bianco accanto al suo comodino bianco nella sua camera bianca con le persiane bianche senza pensare che anche oggi avrebbe concesso almeno tre interviste, rilasciato opinioni e dichiarazioni, posato per un paio di foto, vinto almeno un premio creativo, acquisito almeno un nuovo cliente. “Il giorno che i riflettori accesi su di me si spegneranno, io morirò.” pensava.
E come abbiamo visto, sbagliava.
3.
Fin dall’inizio il difficile per la polizia non fu trovare qualche pista, qualche movente, qualche sospetto. Ma piuttosto il contrario. Innanzitutto non ci fu una sola persona, con l’unica eccezione della madre di Francesco M., che si dichiarasse dispiaciuta per la sua morte. Anzi, tutti si dichiararono molto contenti, e espressero incondizionata ammirazione per l’autore del delitto. Più d’uno arrivò a dire frasi tipo: “Come vorrei essere stato io !” che era al contempo una rivendicazione di innocenza e una manifestazione di adesione morale. Alle domande su che tipo fosse il defunto, le risposte più gentili erano: “un fottuto figlio di puttana”, “una merda”, “uno stronzo”, “un megalomane”, “un pallone gonfiato”, “un testa di cazzo” e così via. Ad un certo punto i detectives, furbi, pensarono di concentrare la loro attenzione unicamente su coloro che avessero espresso apprezzamenti positivi sul defunto, ma siccome la signora M., madre di Francesco M., era disabile, viveva quasi perennemente a letto o su di una sedia a rotelle e non usciva di casa da almeno sei anni, capirono ben presto che non era una strada molto promettente. A proposito invece di moventi, si configurò subito un rarissimo caso di eccesso di moventi. Ma andiamo per ordine, e per raccontare al meglio i moventi dobbiamo fare un piccolo flashback. Pronti con l’effetto sonoro? Allora via.
lunedì 25 agosto 2008
Vermi
Dalla sala parto arrivano urla strazianti, e mi chiedo che cazzo ci faccio qui che cazzo ci faccio qui e ancora che cazzo ci faccio qui. Avevo detto voglio assistere come si dice scusi mi fa un margarita per favore? E ora mi trovo in questo casino.
Le urla animali di donne sventrate di quando in quando si calmano, si sospendono in un attimo di silenzio e poi altre urla si guadagnano il centro del palco, grida disperate io sono al mondo cazzo datemi il mio spazio io esisto io sono l’essere assoluto nessuno come me.
Quella testa piena di peluria sanguinolenta che lotta come un titano per venire fuori, quegli occhi che non ti vedono ma ti guardano con sguardo indagatore accusatore che cavolo mi hai fatto chi sei tu chi sono io dove sono? Quella torsione del busto che spezza ossa di pollo d’allevamento nello sforzo di essere sbattuti in questo cazzo d’inferno troppo piccolo già troppo pieno di stronzi.
Fico.
Quando arriverà il momento so già che le terrò la mano e detergerò il sudore dalla sua fronte, tieni duro amore, ci siamo, ancora un piccolo sforzo e ce l’hai fatta, sei bravissima, tutto quel campionario di stronzate ripetute mille volte preparandosi, non sapendo che è inutile prepararsi, che non ci si può preparare.
Ma il momento non arriva, il travaglio sembra interminabile, e intanto il cellulare segnala 3 chiamate non risposte.
Sento chi è ma lo so già prima si fare il numero della segreteria telefonica. E’ l’agenzia.
Il cliente più importante ha dato oggi un nuovo brief per una campagna urgentissima che deve essere presentata domani e uscire dopodomani.
“Guarda, lì c’è una lucciola.”
Effettivamente devo dire che c’era una lucciola, solitaria e un po’ traballante nel suo volo, ma era una lucciola perdìo, e non so quanti anni erano che non ne vedevo più.
“Dicono che fra qualche anno non vedremo più le stelle perché ci sarà sempre più luce che viene su dalla valle. Tanta luce da oscurare il cielo. Ma per un po’ le possiamo ancora vedere, e l’ultima stella se ne andrà con l’ultima lucciola.”
Nei locali privati dell’arcidiocesi di Boston, sua eminenza Joseph O’Connor, nunzio apostolico negli Stati uniti, emette un grugnito eiaculando nella bocca del suo chierichetto preferito, un pel di carota irlandese di dodici anni.
Puoi andare ora, Sean, mormora il prelato, con una mano paterna arruffando i capelli del bambino, poi si abbandona sulla poltrona e accende la televisione.
Tutte le stazioni stanno trasmettendo le stesse immagini: una delle Twin Towers di Manhattan che va a fuoco. Poi l’aereo che entra nella seconda torre, il fumo nero, i manichini che cadono nel vuoto, infine le torri che crollano.
Con il pisello floscio e un rimasuglio di sperma sulla punta, il cardinale O’Connor si copre il volto con le mani e inizia a piangere, e così alcuni pezzetti di Kleenex che aveva appiccicati alle dita gli si depositano sulla fronte e lì rimarranno.
Amen.
Fra il primo e il secondo aereo sulle torri sono passati 17 minuti. In questi 17 minuti alcuni broker dotati di sangue freddo riescono a vendere tutto o quasi quello che avevano in mano e salvano molti culi, a partire dal proprio.
Dopo il secondo aereo diventa chiaro che si tratta di terrorismo, e non ci resta più niente da salvare.
Né culo né anima.
Tugguarda un po’ cosa vado a pensare, e intanto il telefono silenziato vibra come un serpente a sonagli muto vicino all’uccello che un po’ s’imbarzottisce, tugguarda un po’ che cazzo deve succedere mentre sono seduto sotto il cartello “Nell’area dell’ospedale i cellulari vanno tenuti spenti.”
Non voglio non posso non è bello non sta bene mentre quello sta lottando la grande battaglia, e anche per lei non è che sia una passeggiata.
Tuttavia…
…nonostante la nausea, nonostante i dolori sempre più forti, nonostante le crisi sempre più ravvicinate, nonostante la certezza che non vedrò crescere i miei figli, nonostante tutto questo esistono ancora delle giornate limpide, in cui riesco a guardare l’orizzonte fino a laggiù, scorgo le cime delle montagne oltre Milano, e mi sembra bello e sorrido.
Allora riesco (per un poco) a perdonarmi di averci messo tanto, a fare tutto quel niente che ho fatto. Riesco persino a compiacermi per essere riuscito a finire questa casa, anche se proprio all’ultimo momento. (Questa casa che non abiterò per gran parte di una vita che non mi sarebbe dispiaciuto vivere un altro poco.)
Comunque in tempo per sedermi un grappolo di mattine come questa con il mio scialle appoggiato sulle spalle e una faccia che per fortuna non sono costretto a guardare. E guardare verso dove lo sguardo può correre, con in mano un caffè che sembra acqua.
Presto, bisogna fare presto. Muoviti ragazzo, vieni fuori che le cavallette avanzano, gli squali pregustano le gambe dei pescatori del Mar Baltico. Non farò in tempo a insegnarti molto, ma chissà, forse a dire rabarbaro con un solo unico rutto magari, qualcosa insomma.
Immagino la carne. Vedo la carne, rosso-scura tendente al nero, li sento camminare silenziosi, mangiare a sazietà, crescere più veloci di te, amore mio, è una gara appassionante, sebbene il finale sia scontato.
E allora perché guardo il telefono, perché ascolto i messaggi, perché le mie mani aprono l’iBook e lo accendono, scrivono una mail indirizzata a quelli che non dormono mai, perché mi lascio trasportare in quel posto lontano dove mi fanno muto e sordo?
Le urla animali di donne sventrate di quando in quando si calmano, si sospendono in un attimo di silenzio e poi altre urla si guadagnano il centro del palco, grida disperate io sono al mondo cazzo datemi il mio spazio io esisto io sono l’essere assoluto nessuno come me.
Quella testa piena di peluria sanguinolenta che lotta come un titano per venire fuori, quegli occhi che non ti vedono ma ti guardano con sguardo indagatore accusatore che cavolo mi hai fatto chi sei tu chi sono io dove sono? Quella torsione del busto che spezza ossa di pollo d’allevamento nello sforzo di essere sbattuti in questo cazzo d’inferno troppo piccolo già troppo pieno di stronzi.
Fico.
Quando arriverà il momento so già che le terrò la mano e detergerò il sudore dalla sua fronte, tieni duro amore, ci siamo, ancora un piccolo sforzo e ce l’hai fatta, sei bravissima, tutto quel campionario di stronzate ripetute mille volte preparandosi, non sapendo che è inutile prepararsi, che non ci si può preparare.
Ma il momento non arriva, il travaglio sembra interminabile, e intanto il cellulare segnala 3 chiamate non risposte.
Sento chi è ma lo so già prima si fare il numero della segreteria telefonica. E’ l’agenzia.
Il cliente più importante ha dato oggi un nuovo brief per una campagna urgentissima che deve essere presentata domani e uscire dopodomani.
“Guarda, lì c’è una lucciola.”
Effettivamente devo dire che c’era una lucciola, solitaria e un po’ traballante nel suo volo, ma era una lucciola perdìo, e non so quanti anni erano che non ne vedevo più.
“Dicono che fra qualche anno non vedremo più le stelle perché ci sarà sempre più luce che viene su dalla valle. Tanta luce da oscurare il cielo. Ma per un po’ le possiamo ancora vedere, e l’ultima stella se ne andrà con l’ultima lucciola.”
Nei locali privati dell’arcidiocesi di Boston, sua eminenza Joseph O’Connor, nunzio apostolico negli Stati uniti, emette un grugnito eiaculando nella bocca del suo chierichetto preferito, un pel di carota irlandese di dodici anni.
Puoi andare ora, Sean, mormora il prelato, con una mano paterna arruffando i capelli del bambino, poi si abbandona sulla poltrona e accende la televisione.
Tutte le stazioni stanno trasmettendo le stesse immagini: una delle Twin Towers di Manhattan che va a fuoco. Poi l’aereo che entra nella seconda torre, il fumo nero, i manichini che cadono nel vuoto, infine le torri che crollano.
Con il pisello floscio e un rimasuglio di sperma sulla punta, il cardinale O’Connor si copre il volto con le mani e inizia a piangere, e così alcuni pezzetti di Kleenex che aveva appiccicati alle dita gli si depositano sulla fronte e lì rimarranno.
Amen.
Fra il primo e il secondo aereo sulle torri sono passati 17 minuti. In questi 17 minuti alcuni broker dotati di sangue freddo riescono a vendere tutto o quasi quello che avevano in mano e salvano molti culi, a partire dal proprio.
Dopo il secondo aereo diventa chiaro che si tratta di terrorismo, e non ci resta più niente da salvare.
Né culo né anima.
Tugguarda un po’ cosa vado a pensare, e intanto il telefono silenziato vibra come un serpente a sonagli muto vicino all’uccello che un po’ s’imbarzottisce, tugguarda un po’ che cazzo deve succedere mentre sono seduto sotto il cartello “Nell’area dell’ospedale i cellulari vanno tenuti spenti.”
Non voglio non posso non è bello non sta bene mentre quello sta lottando la grande battaglia, e anche per lei non è che sia una passeggiata.
Tuttavia…
…nonostante la nausea, nonostante i dolori sempre più forti, nonostante le crisi sempre più ravvicinate, nonostante la certezza che non vedrò crescere i miei figli, nonostante tutto questo esistono ancora delle giornate limpide, in cui riesco a guardare l’orizzonte fino a laggiù, scorgo le cime delle montagne oltre Milano, e mi sembra bello e sorrido.
Allora riesco (per un poco) a perdonarmi di averci messo tanto, a fare tutto quel niente che ho fatto. Riesco persino a compiacermi per essere riuscito a finire questa casa, anche se proprio all’ultimo momento. (Questa casa che non abiterò per gran parte di una vita che non mi sarebbe dispiaciuto vivere un altro poco.)
Comunque in tempo per sedermi un grappolo di mattine come questa con il mio scialle appoggiato sulle spalle e una faccia che per fortuna non sono costretto a guardare. E guardare verso dove lo sguardo può correre, con in mano un caffè che sembra acqua.
Presto, bisogna fare presto. Muoviti ragazzo, vieni fuori che le cavallette avanzano, gli squali pregustano le gambe dei pescatori del Mar Baltico. Non farò in tempo a insegnarti molto, ma chissà, forse a dire rabarbaro con un solo unico rutto magari, qualcosa insomma.
Immagino la carne. Vedo la carne, rosso-scura tendente al nero, li sento camminare silenziosi, mangiare a sazietà, crescere più veloci di te, amore mio, è una gara appassionante, sebbene il finale sia scontato.
E allora perché guardo il telefono, perché ascolto i messaggi, perché le mie mani aprono l’iBook e lo accendono, scrivono una mail indirizzata a quelli che non dormono mai, perché mi lascio trasportare in quel posto lontano dove mi fanno muto e sordo?
lunedì 14 luglio 2008
1943
Porto il nome di uno zio partigiano, morto in un campo di concentramento durante l’ultima guerra.
Non l’ho mai conosciuto, e di questa cosa conservo una memoria vaga e sempre più lontana.
Quando morirò, questa cosa semplicemente non esisterà più.
Non l’ho mai conosciuto, e di questa cosa conservo una memoria vaga e sempre più lontana.
Quando morirò, questa cosa semplicemente non esisterà più.
martedì 24 giugno 2008
In macchina
Cammino (in macchina) incolonnato lungo una provinciale sconosciuta cammino sì cammino perché ci muoviamo tutti solo di alcuni metri e poi ci fermiamo per intere mezzore la pioggia ha allagato la strada e dietro un enorme camion io come dentro un tunnel senza vedere davanti a me quello che succede è ignoto non so (non vedo e non posso scegliere) se frenare accelerare superare pazientare smadonnare strombazzare e ci vuol poco perché mi manchi il respiro un niente e i vestiti mi stanno stretti la cintura di sicurezza stringe le mani stringono il volante il sedile è bollente il portafoglio nella tasca di dietro dei pantaloni mi si sta stampando sul culo il sudore scende sento la sua puzza che impregna i vestiti e tutto questo perché non riesco a vedere davanti è assurdo e allora mi dico stai calmo ragiona cosa vuoi che sia (sei in coda come tutti ora su questa provinciale del cazzo sotto la pioggia) è vero potevi fare l'altra strada ma ora sei qui e cosa ci vuoi fare devi solo calmarti ma è inutile inutile perché fra tante macchine proprio un Tir dovevo beccare che mi soffoca la vista e mi toglie il respiro cosa ho fatto per meritare questo io sono innocente (almeno in parte) e comunque questa pena è smisurata rispetto a qualunque peccato abbia commesso ecco sento i piedi cominciare a muoversi da soli come code di lucertola mozzate come gatti spiaccicati in autostrada che si agitano già morti in un penoso riflesso condizionato e intanto la vista si annebbia le forze mi abbandonano il pensiero svanisce resta solo un enorme (nero) culo di Tir che inghiotte tutti i miei sensi e non c'è niente oltre questo anche se provo a girare prima a destra poi a sinistra gli occhi c'è solo il nero nero assoluto e alla fine il terrore è padrone e io non esisto più sento in lontananza come fossero a chilometri estremità che non mi appartengono i piedi e le mani darsi da fare e un rombo furente e lo scarto laterale e faccio ancora in tempo a vedere oltre il buio finalmente la luce fortissima che arriva benvenuta come la fine dell'incubo e basta.
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