-Ciao, non ho riconosciuto il numero, da dove stai chiamando?
-Da una cabina telefonica. Anzi per l’esattezza da un Posto telefonico pubblico, non hai idea di cosa ho dovuto fare per trovarne uno. Ormai sono introvabili. Ti ricordi di quando le cabine del telefono erano a ogni angolo di strada?
-Sì, e di quando c’era la carta carbone, e le video cassette e il Carousel della Kodak, adesso non cominciare ti prego.
-Ok, ok, non ti scaldare. Ritarda l’accensione delle polveri ancora per un attimo.
-Che vuoi dire? (pausa) Ora che ci penso, perché non mi hai chiamato dal cellulare?
-E’ una storia lunga. Hai tempo e voglia di sentirla?
-Né l’uno né l’altra, veramente. Ma mi sa che mi toccherà ascoltarla comunque la tua storia. Cerca almeno di non tirarla troppo per le lunghe come tuo solito. Dunque? Te l’hanno rubato?
-Magari.
-Perché magari?
-Ne uscirei meglio. Un po’ meglio ai tuoi occhi intendo. Vittima innocente di un sopruso.
-Che palle con questa storia, Marco. Lo sapevo che finiva così. Se ti va di dirmi cosa è successo, dimmelo. Altrimenti facciamola finita subito. Ne ho le palle piene del tuo vittimismo.
-Lo sai quella specie di tombino che c’è proprio davanti al portone di casa? Quel cazzo di tombino di marmo con le fessure che mi ha sempre spaventato dal primo giorno che siamo arrivati lì?
-Non è un tombino. Altrimenti non ci sarebbero le fessure, e ho idea che se fosse un tombino non sarei qui a sentire questa storia. Allora, come ha fatto il tuo cellulare a finire dentro una fessura? L’avevi in mano e ti è scivolato, come ti scivola tutto da quelle mani di burro?
-Capisci perché ho risposto magari quando mi hai chiesto se me l’avevano rubato? Comunque no, era in tasca e mi è scivolato fuori dalla tasca. Che sfiga.
-E adesso dimmi perché non mi hai chiamato da casa, e sei andato a cercare un posto telefonico pubblico, ormai quasi introvabile.
-(silenzio)
-Ci sei ancora Marco? Guarda che non ho tutta la sera. Siamo appena tornati dal mare, quei due devono ancora fare la doccia e io non ho ancora cominciato a preparare la cena.
-Ha a che fare con il motivo per il quale mi è scivolato il telefono dalla tasca.
-Cioè?
-Non avevo il telefono in mano perché avevo le chiavi di casa, in mano. Stavo per aprire il portone. Quelle, mi sono scivolate dalle mani di burro.
-Non ci credo.
Mi sono buttato giù di colpo nel tentativo di prenderle al volo, e nel movimento mi è uscito il telefono dalla tasca. Le chiavi in una fessura, il telefono in un’altra.
-Non ci credo.
-E’ così. Ora puoi cominciare a sparare. Sono pronto.
-Non ci credo. Non puoi essere così coglione. E adesso?
-Dimmelo tu, adesso. Il palazzo è vuoto. Milano è vuota, non c’è un cane che mi possa ospitare, sono partiti tutti. E comunque non è che mi ricordi i numeri di telefono di tutti a memoria. Il biglietto del treno è in casa, la valigia è in casa, e io non ci posso entrare.
-Ok, mi fa veramente schifo buttare i nostri soldi così, ma l’unica cosa che puoi fare è andarti a cercare un albergo e poi domani mattina ricomprare il biglietto direttamente alla stazione. Come se navigassimo nell’oro, in questo momento.
-Non posso.
-Anche a me fa schifo buttare così i soldi che non abbiamo, come ho detto, ma non vedo altra soluzione.
-No, è che non posso proprio… avevo voglia di un gelato, così ho preso solo cinque euro e sono uscito. Senza portafoglio. Quindi senza documenti, senza carte di credito. E meno male che non ho trovato nemmeno una gelateria aperta, così ho risparmiato i soldi del gelato e ti ho potuto telefonare…
-(silenzio)
-Ci sei ancora, Raffaella? Ora non è che possa pensare di chiederti di mollare tutto e partire per venire a soccorrermi, dalla Puglia fino a Milano, con due bambini, il 13 agosto. Lo so perfettamente. E’ solo che mi sembra che stia andando tutto in malora, dentro la mia testa. Mi sembra di non riuscire a fare più niente. Che tutto mi sia precluso. Che tutto sia per me un ostacolo insormontabile. Ho paura di tutto. Come questa storia delle chiavi. E del telefono. Ogni volta che mi avvicinavo a casa ero ossessionato da quelle cazzo di fessure, pensavo cazzo, pensa se mi cadessero le chiavi lì dentro, magari in un momento che Raffaella non c’è, magari in un momento in cui il palazzo è vuoto, tipo verso ferragosto. E più ci pensavo più le mie mani tremavano, si facevano di burro. E stasera mi tremavano talmente forte che è successo. Non so neanche perché ti ho telefonato. Forse solo per sentire la tua voce. Per avere un po’ di conforto. Mi capisci?
-La mia pazienza e la mia comprensione sono esaurite, coglione. Vai a chiedere rifugio alla Caritas o all’Opera di San Francesco. Buonanotte. (click)
Le storie ci accompagnano. In tutti i momenti della nostra vita c'è sempre qualcuno che ce ne racconta una. Alcune sono belle, alcune brutte. Allegre, tristi, buffe, sinistre. O anche semplicemente noiose. Ma persino quando diciamo: "Dai, non raccontarmi storie", in fondo per noi le storie non sono mai abbastanza. C'è un modo personale di parlare di cose universali?
lunedì 13 giugno 2011
domenica 16 gennaio 2011
Il primo del 2011 (Caldo e freddo)
C'è un po' di sudore sotto il tuo piede, e mi piace. Sì, mi piace, perché mi dice, mi ricorda che questo calduccio ci protegge. Mi sveglio piano piano con una grande sensazione di beatitudine. Il mondo è fuori e noi siamo qui. Niente ci può toccare, niente ci può ferire. Siamo al sicuro, io e te. Ma tu chi sei? Così al buio, così all'improvviso, non saprei rispondere. Per quanti sforzi faccia non riesco a ricordarmi chi sei. Non ricordo dove ti ho incontrata né quando, non ricordo di averti parlato, né di averti scopata, ma evidentemente tutto questo è successo, visto che siamo insieme in questo letto. Che mal di testa, devo aver bevuto troppo anche se non ricordo nemmeno questo. Ho ancora sonno, e vorrei tanto girarmi dall'altra parte per godermi ancora un po' di riposo. Tocco di nuovo il tuo piede con il mio, e sento che è leggermente meno caldo di prima, anzi direi quasi freddo. Cerco di non rendermene conto, mentre il dolore alla bocca dello stomaco riprende a farsi sentire. Giocherello con il tuo piede inerte ancora per qualche minuto. Poi mi decido ad accendere la luce, e devo trattenermi per non vomitare. Ora ricordo tutto.
giovedì 30 dicembre 2010
Eventi
Siamo in macchina, Leandro ed io, ad aspettare che Serena e Gorka escano di casa, per cercare insieme di lenire questa noia che ci prende ogni anno, in questo periodo.
- Sai che oggi stavo per mettermi a lavorare? - mi dice Leandro - Ma sì, mi sono detto, tanto non c'è niente da fare. Aspetto sempre di trovare un po' di tempo libero per rilassarmi, poi quando sono in ferie non resisto. Inutile, mi rompo i coglioni.
Leandro piega il ginocchio sul cruscotto e con lo sguardo attraversa i vetri appannati dal freddo, poi dice:
- Minchia il giorno di Natale è peggio della Domenica, Cristo.
Non vediamo Serena e Gorka da più di un anno, il lavoro ci ha sparsi tutti in città diverse. E il Natale finisce per essere uno dei pochi momenti dell'anno per ritrovarci.
- Auguri! - sorridono venendoci incontro Gorka e Serena - Che si fa?
- Mah, un giro in macchina e una birra all' Anfora? - propongo. Illuso che possa bastare a far passare la serata. Serena sorride a Gorka che alza un sopracciglio, poi mi dice:
- Passiamo a prendere le sigarette.
Usciamo dal complesso di palazzine tutte rosa e ci dirigiamo verso il centro.
- Allora? Che ci raccontate? - domanda Serena.
- Gossip, nessuno. - rispondo io - Ma da quando sono arrivato, tutti mi parlano di un vulcano sommerso tornato in attività, a largo di Salina o Panarea, non ho ben capito. I pescatori delle Eolie hanno ritrovato centinaia di pesci morti, a galla, lungo un tratto di mare dove l'acqua bolle. Inoltre - dicono - che il 28 dicembre è previsto un mare moto, con onde alte 20, 30 metri. Tanto che - dicono - la protezione civile ha già acquistato migliaia di sacchi neri per imballare i morti del disastro.
- E anche i vivi. - si dice Leandro.
Gorka mima i movimenti di un surfista e dice: - Il mare moto, il mare moto.
- Ma tu ci credi? - mi domanda Serena.
- Ma quale mare moto, sono tutte minchiate. - mi anticipa Leandro.
- Io dico che una cosa del genere, oggi, si può prevedere. Poi, se non ci avvertono in tempo per evacuare, allora proprio non c'è speranza. Comunque, una mia amica laureata in scienze ambientali dice che il peggio può accadere solo se erutta l'isola di Vulcano. Perché non è in attività da tempo ed ha la bocca tappata. Se salta Vulcano, noi non esistiamo più.
- Un po' come con la Raffineria di Milazzo. - incalza Leandro, dopo aver acceso una sigaretta - O la Centrale Enel, che dicono produca solo vapore acqueo, ma qui la gente continua a morire di malattie polmonari, come se nulla fosse.
E sbuffa una nuvola di fumo, seguita da un leggero fremito alle palpebre, diventato cronico almeno quanto la mia tosse.
Accostiamo all'altezza di un distributore automatico di sigarette.
- Tu cosa vuoi? - domanda Serena a Leandro che con due dita rovista il fondo di un portamonete e dice:
- Diana, morbide. Eh, senti paga tu che poi ti offro la birra.
Poi si volta verso di me e un lampione gli illumina la fronte madida: - Guarda qua, ho un pugno di monetine di resto che se arriva un colpo di vento se ne volano via. Hanno più peso che valore.
- Puoi farci un cuscino. - gli rispondo io - Almeno ci dormi su.
Il tempo che Serena rientri in macchina, distribuisca i pacchetti, e ripartiamo, tutti sulla stessa barca. - Centro? - dico io.
- No dai, - si scazza Leandro - fumiamoci quest'altra sigaretta e poi andiamo a berci una birra.
Serena si aggrappa ai due sedili anteriori ed emerge fra me e Leandro:
- Avete sentito al telegiornale di quella pioggia di pesci?
- Dove? - la guardo nello specchietto retrovisore.
- Non ricordo. - poi si volta: - Gorka dov'è successo?
- Credo in un paesino del nord Italia.
Continua Serena: - Praticamente c'è stato un temporale, e una tromba d'aria ha risucchiato i pesci dal mare, o da un fiume, o forse da un lago. Vabbè, sta il fatto che dopo questa tromba d'aria si è riversata sul paese una pioggia di pesci. Al telegiornale facevano vedere le casalinghe che riempivano le ceste con i pesci piovuti dal cielo.
Svoltiamo sulla strada panoramica, lungo il mar di ponente, dove di giorno si vedono le Eolie che dormono sul filo dell'orizzonte. Adesso è notte e in fondo al buio le piccole luci delle case di Lipari si confondono con le stelle.
- A proposito di trombe d'aria, riprendo io, avete mai visto delle code di ratto?
- Che schifo. - fa Serena con una smorfia.
- Sono delle piccole trombe d'aria che a distanza sembrano delle vere e proprie code di topo che piroettano. Spesso d'inverno se ne vedono lungo la costa. Dicono che i pescatori di queste parti conoscono delle filastrocche per tagliare in due le code di ratto. Saranno rimasti in pochi, ma ci sono. Immaginatevi delle code di ratto lungo la spiaggia di ponente e i vecchi pescatori che vanno in spiaggia a cantargli contro. E il bello è che funziona. Vi giuro, una volta ero a correre in spiaggia, a un certo punto alzo gli occhi e vedo a distanza una, due, tre code di ratto. Una paura. Mi sono detto: minchia e adesso? Se mi risucchiano chissà dove cazzo vado a finire. A un certo punto vedo che una coda di ratto si strozza in due e piano piano si ritira verso l'alto. Vi dico una di quelle cose che nel mentre dici: vaffanculo tutto. Poi mi hanno raccontato dei pescatori e delle filastrocche. Io non è che ci credo, ma ho molta più fiducia e speranza in un vecchio pescatore di novant'anni che non nelle previsioni del tempo.
Parcheggiamo, ed entriamo all'Anfora per berci una birra. Uno di quei posti dove c'è sempre la stessa atmosfera. Dove puoi stare sicuro che il tempo non passerà mai a cambiare le cose. Ma ci rompiamo subito, decidiamo di tornare in macchina e farci un ultimo giro, prima di salutarci.
Lentamente, vaghiamo, lungo un rettilineo d'asfalto che per chilometri costeggia la spiaggia di ponente, in silenzio, a respirare nicotina a pieni polmoni.
- Sapete, - dice Leandro - una decina di anni fa una specie di mare moto ha spazzato via proprio questa strada. Era in corso una gara di pesca con canna da riva. Minchia, quell'anno si sono pescate le aiole più grosse che io abbia mai visto.
Poi più niente, nessuna parola. Fino a quando arriva il momento di salutarci. Dopodomani, il 27, Serena e Gorka tornano a Milano.
Ci abbracciamo. Poi, con l'alba di un sorriso in volto, Gorka mi dice:
- Mi raccomando, attento al mare moto.
E se mi trovassi davanti una di quelle onde di 20 metri?
Chissà se mi basterebbe una tavola da surf?
Quell'onda potrei cavalcarla. E rimanere a galla il più a lungo possibile.
- Sai che oggi stavo per mettermi a lavorare? - mi dice Leandro - Ma sì, mi sono detto, tanto non c'è niente da fare. Aspetto sempre di trovare un po' di tempo libero per rilassarmi, poi quando sono in ferie non resisto. Inutile, mi rompo i coglioni.
Leandro piega il ginocchio sul cruscotto e con lo sguardo attraversa i vetri appannati dal freddo, poi dice:
- Minchia il giorno di Natale è peggio della Domenica, Cristo.
Non vediamo Serena e Gorka da più di un anno, il lavoro ci ha sparsi tutti in città diverse. E il Natale finisce per essere uno dei pochi momenti dell'anno per ritrovarci.
- Auguri! - sorridono venendoci incontro Gorka e Serena - Che si fa?
- Mah, un giro in macchina e una birra all' Anfora? - propongo. Illuso che possa bastare a far passare la serata. Serena sorride a Gorka che alza un sopracciglio, poi mi dice:
- Passiamo a prendere le sigarette.
Usciamo dal complesso di palazzine tutte rosa e ci dirigiamo verso il centro.
- Allora? Che ci raccontate? - domanda Serena.
- Gossip, nessuno. - rispondo io - Ma da quando sono arrivato, tutti mi parlano di un vulcano sommerso tornato in attività, a largo di Salina o Panarea, non ho ben capito. I pescatori delle Eolie hanno ritrovato centinaia di pesci morti, a galla, lungo un tratto di mare dove l'acqua bolle. Inoltre - dicono - che il 28 dicembre è previsto un mare moto, con onde alte 20, 30 metri. Tanto che - dicono - la protezione civile ha già acquistato migliaia di sacchi neri per imballare i morti del disastro.
- E anche i vivi. - si dice Leandro.
Gorka mima i movimenti di un surfista e dice: - Il mare moto, il mare moto.
- Ma tu ci credi? - mi domanda Serena.
- Ma quale mare moto, sono tutte minchiate. - mi anticipa Leandro.
- Io dico che una cosa del genere, oggi, si può prevedere. Poi, se non ci avvertono in tempo per evacuare, allora proprio non c'è speranza. Comunque, una mia amica laureata in scienze ambientali dice che il peggio può accadere solo se erutta l'isola di Vulcano. Perché non è in attività da tempo ed ha la bocca tappata. Se salta Vulcano, noi non esistiamo più.
- Un po' come con la Raffineria di Milazzo. - incalza Leandro, dopo aver acceso una sigaretta - O la Centrale Enel, che dicono produca solo vapore acqueo, ma qui la gente continua a morire di malattie polmonari, come se nulla fosse.
E sbuffa una nuvola di fumo, seguita da un leggero fremito alle palpebre, diventato cronico almeno quanto la mia tosse.
Accostiamo all'altezza di un distributore automatico di sigarette.
- Tu cosa vuoi? - domanda Serena a Leandro che con due dita rovista il fondo di un portamonete e dice:
- Diana, morbide. Eh, senti paga tu che poi ti offro la birra.
Poi si volta verso di me e un lampione gli illumina la fronte madida: - Guarda qua, ho un pugno di monetine di resto che se arriva un colpo di vento se ne volano via. Hanno più peso che valore.
- Puoi farci un cuscino. - gli rispondo io - Almeno ci dormi su.
Il tempo che Serena rientri in macchina, distribuisca i pacchetti, e ripartiamo, tutti sulla stessa barca. - Centro? - dico io.
- No dai, - si scazza Leandro - fumiamoci quest'altra sigaretta e poi andiamo a berci una birra.
Serena si aggrappa ai due sedili anteriori ed emerge fra me e Leandro:
- Avete sentito al telegiornale di quella pioggia di pesci?
- Dove? - la guardo nello specchietto retrovisore.
- Non ricordo. - poi si volta: - Gorka dov'è successo?
- Credo in un paesino del nord Italia.
Continua Serena: - Praticamente c'è stato un temporale, e una tromba d'aria ha risucchiato i pesci dal mare, o da un fiume, o forse da un lago. Vabbè, sta il fatto che dopo questa tromba d'aria si è riversata sul paese una pioggia di pesci. Al telegiornale facevano vedere le casalinghe che riempivano le ceste con i pesci piovuti dal cielo.
Svoltiamo sulla strada panoramica, lungo il mar di ponente, dove di giorno si vedono le Eolie che dormono sul filo dell'orizzonte. Adesso è notte e in fondo al buio le piccole luci delle case di Lipari si confondono con le stelle.
- A proposito di trombe d'aria, riprendo io, avete mai visto delle code di ratto?
- Che schifo. - fa Serena con una smorfia.
- Sono delle piccole trombe d'aria che a distanza sembrano delle vere e proprie code di topo che piroettano. Spesso d'inverno se ne vedono lungo la costa. Dicono che i pescatori di queste parti conoscono delle filastrocche per tagliare in due le code di ratto. Saranno rimasti in pochi, ma ci sono. Immaginatevi delle code di ratto lungo la spiaggia di ponente e i vecchi pescatori che vanno in spiaggia a cantargli contro. E il bello è che funziona. Vi giuro, una volta ero a correre in spiaggia, a un certo punto alzo gli occhi e vedo a distanza una, due, tre code di ratto. Una paura. Mi sono detto: minchia e adesso? Se mi risucchiano chissà dove cazzo vado a finire. A un certo punto vedo che una coda di ratto si strozza in due e piano piano si ritira verso l'alto. Vi dico una di quelle cose che nel mentre dici: vaffanculo tutto. Poi mi hanno raccontato dei pescatori e delle filastrocche. Io non è che ci credo, ma ho molta più fiducia e speranza in un vecchio pescatore di novant'anni che non nelle previsioni del tempo.
Parcheggiamo, ed entriamo all'Anfora per berci una birra. Uno di quei posti dove c'è sempre la stessa atmosfera. Dove puoi stare sicuro che il tempo non passerà mai a cambiare le cose. Ma ci rompiamo subito, decidiamo di tornare in macchina e farci un ultimo giro, prima di salutarci.
Lentamente, vaghiamo, lungo un rettilineo d'asfalto che per chilometri costeggia la spiaggia di ponente, in silenzio, a respirare nicotina a pieni polmoni.
- Sapete, - dice Leandro - una decina di anni fa una specie di mare moto ha spazzato via proprio questa strada. Era in corso una gara di pesca con canna da riva. Minchia, quell'anno si sono pescate le aiole più grosse che io abbia mai visto.
Poi più niente, nessuna parola. Fino a quando arriva il momento di salutarci. Dopodomani, il 27, Serena e Gorka tornano a Milano.
Ci abbracciamo. Poi, con l'alba di un sorriso in volto, Gorka mi dice:
- Mi raccomando, attento al mare moto.
E se mi trovassi davanti una di quelle onde di 20 metri?
Chissà se mi basterebbe una tavola da surf?
Quell'onda potrei cavalcarla. E rimanere a galla il più a lungo possibile.
martedì 30 novembre 2010
Romanzo completo
(Si può trovare anche su Facebook in Romanzi Brevi di Luca Lorenzini)
Questo è un romanzo completo. Ha un inizio, una parte centrale e una fine. L'inizio presenta la struttura del romanzo: inizio, parte centrale e fine. La parte centrale chiarisce il ruolo introduttivo svolto dall'inizio e il ruolo esplicativo svolto dalla parte centrale.
La fine arriva improvvisa.
Questo è un romanzo completo. Ha un inizio, una parte centrale e una fine. L'inizio presenta la struttura del romanzo: inizio, parte centrale e fine. La parte centrale chiarisce il ruolo introduttivo svolto dall'inizio e il ruolo esplicativo svolto dalla parte centrale.
La fine arriva improvvisa.
mercoledì 3 novembre 2010
Riportami indietro
Bar Molina di via Canonica. Caffè, brioche, e Corriere della Sera.
Entra nel bar un uomo sulla cinquantina, è Gino il tassista. Si tampona la fronte con un fazzoletto da naso. Sosta alla cassa e paga un caffè. Prende lo scontrino e il resto. Attraversa il vuoto che c'è tra la cassa e il bancone. Mette il resto in tasca e passa lo scontrino al barista.
- Potevi pagare dopo. - Gli dice il barista.
- Sta zitto che oggi non è giornata. - Gino continua a tamponarsi la fronte.
- Che è? Qualcuno t'ha puntato la pistola al culo? - Gli dice il barista mentre poggia la tazzina sul piattino.
- Ridi te. Tutto il giorno col grembiule sulle palle. Invece di andare a vedere la vita fuori. Alla mia età ti ritroverai ancora in questo bar. Poi entrerà qualcuno che ti sparerà un colpo e non saprai nemmeno perché. Bella vita di merda.
- Oh, senti, vedi di non portarmi male che c'ho ancora un paio di piaceri da passarmi.
Gino beve il caffè in due sorsate, da un'occhiata al fondo, poi poggia la tazzina sul piattino e continua a parlare con il barista.
Io da che ero seduto al tavolino, di fianco al poker elettronico, mi alzo per andare verso il bancone e chiedere un bicchiere d'acqua.
- Nella vita bisogna pur rinunciare a qualcosa,... ehi Manlio! - e schiocca le dita nella mia direzione.
- Ciao Gino, come va?
- Diciamo bene. Ti va di venire a fare un giro in taxi? Offre lo 02-4040.
Saliamo in macchina e ci dirigiamo verso la stazione dei taxi più vicina.
- Posso? - Faccio per accendere la radio e sentire qualche notizia. Giusto per sapere dove va il mondo.
Gino annuisce, poi con un dito sfiora un punto imprecisato del cruscotto e all'improvviso tutto si illumina.
All'altezza di un panificio un tipo ci fa segno di fermarci, poi sale a bordo e ci chiede di portarlo sui navigli. Gino inizia a far girare il tassametro e parte.
Poco dopo il tipo inizia ad agitarsi, non abbiamo ancora raggiunto la via che ci ha indicato. Il tassametro continua a girare.
Il tipo guarda fuori dal finestrino. Probabilmente per vedere da che parte stiamo.
Intanto alla radio finiscono per parlare di Silvio Berlusconi, e Gino sbotta:
- Ma non ci rompete i coglioni. E lasciatelo governare. Poi, se non combina niente se ne torna a casa. Arrivederci e grazie.
Il tipo fa qualche considerazione ma Gino non lo ascolta, continua per la sua strada. Il tassametro ha raggiunto una cifra considerevole.
Al che il tipo si sporge in avanti. Mostra una foto a Gino, e dice:
- Mio padre ha fatto il tassista per quindici anni. Guadagnava dieci milioni al mese e ne dichiarava appena tre.
E Gino: - Se gli andava così bene perché ha smesso?
- L'ultimo passeggero che ha preso su, gli ha chiesto di essere accompagnato fuori città, in campagna. Poi arrivati in una via secondaria l'uomo gli ha sparato un colpo in testa e gli ha lasciato il resto.
- Ah. - Gino guarda oltre lo specchietto retrovisore. Fuori dal taxi.
- Vedi, io adesso potrei spettinarti questo bel riporto. E' solo che non voglio fottermi la vita perché a uno stronzo piace farsi i giretti in macchina, facendosi pagare la benzina da quelli a cui da un passaggio. Quindi vedi di riportarmi dove mi hai caricato e la cosa finisce qua. Altrimenti in ricordo della buona guida di mio padre, ci facciamo un pellegrinaggio alla strada di fango dove l'hanno impallinato, gli recitiamo una preghiera, e poi ti dico amen.
Gino si volta verso il tipo: - Ma io non...
- Senti, probabilmente anche a mio padre piaceva allungare un po' la strada ma sono sicuro che almeno alla fine il conto lo arrontondava per difetto. Invece tu appartieni a quelli che il culo lo prendi senza far godere neanche un po'. Sei avaro. Quanto hai rubato all'ultimo coglione che si è seduto quì dietro, eh? Solo che adesso la posizione varia. Un po' di fantasia anima la coppia, non credi?
- E' solo che...
- Te lo ripeto. Riportami dove mi hai incontrato. Azzeri il tassametro ed io ti sarò sempre grato per il giro panoramico.
Gino non sa cosa fare.
- Riportami indietro. - Gli dice il tipo. - Non ne sei capace, vero? Nessuno lo è.
A questo punto accostiamo. Il tipo apre lo sportello e buonanotte ai suonatori.
Per un attimo rimaniamo a fissarci, io e Gino, così: con lo sportello posteriore sinistro aperto come il portellone di un aereo in volo, dal quale si è appena lanciato un uomo senza paracadute.
E soffia. Il vuoto che occupava il sedile posteriore, soffia via. Risucchiato dalla forza di gravità che lo riporta a terra. E una volta a terra riprende peso.
Torniamo dalle parti del bar Molina. Poco prima vediamo che stanno sostituendo l'insegna del panificio con quella di una nuova gastronomia cinese. Appena ieri c'ero entrato per comprare della focaccia calda.
Rientriamo al bar. Gino mi dice di aspettarlo al bancone. Si ferma alla cassa e mi offre un caffè. Con una mano prende lo scontrino e con l'altra mette il resto in tasca. Si avvicina al bancone. Passa lo scontrino al barista. Poi riprende il resto dalla tasca, lo deposita nel piattino delle mance e dice:
- Arrivederci, e grazie.
Entra nel bar un uomo sulla cinquantina, è Gino il tassista. Si tampona la fronte con un fazzoletto da naso. Sosta alla cassa e paga un caffè. Prende lo scontrino e il resto. Attraversa il vuoto che c'è tra la cassa e il bancone. Mette il resto in tasca e passa lo scontrino al barista.
- Potevi pagare dopo. - Gli dice il barista.
- Sta zitto che oggi non è giornata. - Gino continua a tamponarsi la fronte.
- Che è? Qualcuno t'ha puntato la pistola al culo? - Gli dice il barista mentre poggia la tazzina sul piattino.
- Ridi te. Tutto il giorno col grembiule sulle palle. Invece di andare a vedere la vita fuori. Alla mia età ti ritroverai ancora in questo bar. Poi entrerà qualcuno che ti sparerà un colpo e non saprai nemmeno perché. Bella vita di merda.
- Oh, senti, vedi di non portarmi male che c'ho ancora un paio di piaceri da passarmi.
Gino beve il caffè in due sorsate, da un'occhiata al fondo, poi poggia la tazzina sul piattino e continua a parlare con il barista.
Io da che ero seduto al tavolino, di fianco al poker elettronico, mi alzo per andare verso il bancone e chiedere un bicchiere d'acqua.
- Nella vita bisogna pur rinunciare a qualcosa,... ehi Manlio! - e schiocca le dita nella mia direzione.
- Ciao Gino, come va?
- Diciamo bene. Ti va di venire a fare un giro in taxi? Offre lo 02-4040.
Saliamo in macchina e ci dirigiamo verso la stazione dei taxi più vicina.
- Posso? - Faccio per accendere la radio e sentire qualche notizia. Giusto per sapere dove va il mondo.
Gino annuisce, poi con un dito sfiora un punto imprecisato del cruscotto e all'improvviso tutto si illumina.
All'altezza di un panificio un tipo ci fa segno di fermarci, poi sale a bordo e ci chiede di portarlo sui navigli. Gino inizia a far girare il tassametro e parte.
Poco dopo il tipo inizia ad agitarsi, non abbiamo ancora raggiunto la via che ci ha indicato. Il tassametro continua a girare.
Il tipo guarda fuori dal finestrino. Probabilmente per vedere da che parte stiamo.
Intanto alla radio finiscono per parlare di Silvio Berlusconi, e Gino sbotta:
- Ma non ci rompete i coglioni. E lasciatelo governare. Poi, se non combina niente se ne torna a casa. Arrivederci e grazie.
Il tipo fa qualche considerazione ma Gino non lo ascolta, continua per la sua strada. Il tassametro ha raggiunto una cifra considerevole.
Al che il tipo si sporge in avanti. Mostra una foto a Gino, e dice:
- Mio padre ha fatto il tassista per quindici anni. Guadagnava dieci milioni al mese e ne dichiarava appena tre.
E Gino: - Se gli andava così bene perché ha smesso?
- L'ultimo passeggero che ha preso su, gli ha chiesto di essere accompagnato fuori città, in campagna. Poi arrivati in una via secondaria l'uomo gli ha sparato un colpo in testa e gli ha lasciato il resto.
- Ah. - Gino guarda oltre lo specchietto retrovisore. Fuori dal taxi.
- Vedi, io adesso potrei spettinarti questo bel riporto. E' solo che non voglio fottermi la vita perché a uno stronzo piace farsi i giretti in macchina, facendosi pagare la benzina da quelli a cui da un passaggio. Quindi vedi di riportarmi dove mi hai caricato e la cosa finisce qua. Altrimenti in ricordo della buona guida di mio padre, ci facciamo un pellegrinaggio alla strada di fango dove l'hanno impallinato, gli recitiamo una preghiera, e poi ti dico amen.
Gino si volta verso il tipo: - Ma io non...
- Senti, probabilmente anche a mio padre piaceva allungare un po' la strada ma sono sicuro che almeno alla fine il conto lo arrontondava per difetto. Invece tu appartieni a quelli che il culo lo prendi senza far godere neanche un po'. Sei avaro. Quanto hai rubato all'ultimo coglione che si è seduto quì dietro, eh? Solo che adesso la posizione varia. Un po' di fantasia anima la coppia, non credi?
- E' solo che...
- Te lo ripeto. Riportami dove mi hai incontrato. Azzeri il tassametro ed io ti sarò sempre grato per il giro panoramico.
Gino non sa cosa fare.
- Riportami indietro. - Gli dice il tipo. - Non ne sei capace, vero? Nessuno lo è.
A questo punto accostiamo. Il tipo apre lo sportello e buonanotte ai suonatori.
Per un attimo rimaniamo a fissarci, io e Gino, così: con lo sportello posteriore sinistro aperto come il portellone di un aereo in volo, dal quale si è appena lanciato un uomo senza paracadute.
E soffia. Il vuoto che occupava il sedile posteriore, soffia via. Risucchiato dalla forza di gravità che lo riporta a terra. E una volta a terra riprende peso.
Torniamo dalle parti del bar Molina. Poco prima vediamo che stanno sostituendo l'insegna del panificio con quella di una nuova gastronomia cinese. Appena ieri c'ero entrato per comprare della focaccia calda.
Rientriamo al bar. Gino mi dice di aspettarlo al bancone. Si ferma alla cassa e mi offre un caffè. Con una mano prende lo scontrino e con l'altra mette il resto in tasca. Si avvicina al bancone. Passa lo scontrino al barista. Poi riprende il resto dalla tasca, lo deposita nel piattino delle mance e dice:
- Arrivederci, e grazie.
venerdì 8 ottobre 2010
Bisogna saper perdere

Il problema più grosso restava sempre quello della batteria. Era un po' che ci pensavamo, senza riuscire a trovare una soluzione accettabile. E senza batteria, lo sapevamo tutti, non si può fare un complesso. La soluzione arrivò un pomeriggio di giugno, e come spesso accade, arrivò per caso. Erano le cinque e noi stavamo seduti sullo scalone, un po' tristi e indecisi sul da farsi. C'erano varie ipotesi sul tappeto: dalle più innocenti, come una bella partita a campana, che però era un gioco da piccoli e quindi negli ultimi tempi caduto decisamente in disgrazia, alle più ardimentose, come la classica battuta di caccia alla lucertola o il nuovo sport che avevamo appena scoperto, la ripidissima discesa del garage in bicicletta senza toccare i freni. Uno sport da veri uomini, infatti era già costato quattro denti alla povera Cristina, che aveva voluto provare a tutti i costi, e noi la sconsigliavamo, e lei dài che insisteva, e poi si è cacata sotto a metà discesa e ha frenato coi freni davanti e naturalmente è partita tipo catapulta. Quando l'abbiamo portata a casa con la faccia piena di sangue la madre è svenuta e così non sapevamo cosa fare, con Cristina che frignava da una parte e sua madre per terra dall'altra, meno male che è arrivata una vicina.
Franco, che era il più grande del gruppo, lanciò la proposta più allettante, l'unica in grado in quel periodo di distrarci dall'idea fissa del complesso. Si guardò intorno con aria circospetta per essere sicuro che nessuno, all'infuori di noi, lo potesse sentire, poi disse sottovoce:
-Pippe? Si accese una vivacissima discussione condotta però da tutti a voce bassissima, da veri carbonari. Qualcuno disse "Basta, sono due mesi che ci tiriamo le pippe sempre sullo stesso giornaletto, non mi si alza più!", qualcun altro rispose "E' perché sei frocio che non ti si alza più", e si misero a darsela di santa ragione ma sempre in silenzio. Fino a che Franco disse:
-C'è una novità. Guardate un attimo sotto la mia maglietta, ma senza farvene accorgere. Facendo cerchio intorno a Franco, uno alla volta guardammo sotto la sua maglietta, che lui alzava e abbassava velocissimo. Beh, ragazzi, nessuno di noi aveva mai visto niente del genere. Su quel giornaletto c'era la fica più grande che avessimo mai ammirato, e la cosa più incredibile era che non si trattava di disegni, ma di fotografie. Eravamo senza fiato, storditi, e al colmo dell'eccitazione. Stavamo già alzandoci per andare nel nostro posto segreto quando ci fu il colpo di scena. Dall'angolo della strada apparve la signora Farulli che tornava a casa con la spesa. Uno di noi lanciò un urlaccio:
-Cazzo! Ho scoperto come faremo a fare la nostra batteria. Stava fissando quasi in trance il fustino di Dash che la signora Farulli teneva in mano. Allora i fustini erano cilindrici, ed effettivamente con un po' di fantasia potevano essere assimilati a dei tamburi. Da quel momento, rimosso il blocco iniziale, la realizzazione della batteria fu molto agevole e spedita. Applicammo in cima a due fustini due tamburelli di quelli con cui si giocava con le pallette di gomma piene, e per i piatti ci facemmo aiutare dal padre di Franco, che aveva un negozio di alimentari. Ci mise da parte tre coperchi di latta di quelle grandi confezioni di tonno che arrivavano solo nei negozi, poi bastava fargli un buco in mezzo, metterli in cima a un bastone e la batteria era bella che fatta. Eravamo pronti ad andare in scena. Così un pomeriggio, non senza batticuore, salimmo sul Montarozzo. Il Montarozzo era effettivamente un montarozzo di terra situato nel prato di fronte ai palazzi, e l'avevamo eletto a nostro palcoscenico ideale. Preparammo con cura gli strumenti: oltre alla batteria, avevamo tre chitarre, o meglio, io e Stefano avevamo una chitarra giocattolo, e quello sculato di Franco aveva una chitarra elettrica vera, con tanto di amplificatore, che però non ci eravamo portati sul Montarozzo tanto non si poteva attaccare da nessuna parte. Mauretto era alla batteria, e Angelo, suo fratello più piccolo, che non suonava niente, faceva il presentatore. Dai palazzi di fronte non arrivava praticamente alcun segno di vita, a parte una signora che stava sbattendo i tappeti con il ben noto e temuto battipanni. Un brivido percorse la nostra schiena, mentre Angelo, leggendo il foglietto che gli avevamo preparato, urlò a squarciagola:
-Signore e Signori, ho l'onore di presentarvi un complesso che rivole... rivoluziara... rivoluzionerà la musica italiana! Sono stasera con noi, The New Rokes! Un bell'applauso di incoraggiamento! La signora non applaudì, ma smise di battere il tappeto e si affacciò al balcone, e questo per noi fu un incoraggiamento sufficiente. Cominciammo lo spettacolo. Essendo all'inizio, il nostro repertorio era piuttosto limitato: per l'esattezza, sapevamo fare solo "Bisogna saper perdere", ma su quella ci eravamo preparati benissimo. Eravamo mediamente piuttosto stonati, ma quando arrivava il famoso colpo di tacco sul ritornello, lo eseguivamo con perfetto sincronismo. Alla fine della canzone, la signora ci regalò un sorriso e un applauso, e noi le regalammo altre due volte "Bisogna saper perdere", fino a quando lei rientrò in casa.
Considerammo la nostra prima apparizione dal vivo un grosso successo, e da quel giorno per noi si aprì un periodo molto felice e intenso, diviso fra la carriera musicale e la scoperta del sesso, nascosto sotto la maglietta di Franco, tra le pagine di quel giornaletto che per alcuni mesi fu la nostra lettura preferita.
venerdì 1 ottobre 2010
Voglio solo sapere come stanno
Sono appena in tempo per l'appuntamento. Pedalo lungo la corsia riservata ai bus e ai taxi. Ho appena attraversato un incrocio col rosso, guardando a destra e a sinistra, quando sento un tonfo di lamiere seguito da un lungo silenzio. Poi delle urla.
Mi volto e torno subito indietro. Vedo un ragazzo con il casco che giace su un fianco, immobile. Pochi metri dopo, una ragazza, anche lei su un fianco, allunga le braccia per chiedere aiuto. E urla.
Metto la bici sul cavalletto e mi avvicino alla ragazza.
- Non toccatela - dico.
Ma due uomini sono già in suo soccorso. Tutt'intorno, la gente si raccoglie e commenta. Alcuni telefonano col cellulare al pronto intervento.
La ragazza ha una frattura esposta all'altezza del ginocchio. Da li in giù, il resto della gamba giace sull'asfalto, separata dal corpo. Mi avvicino, ancora.
- Chiamate un'ambulanza, presto... - dice la ragazza.
Poi porta una mano alla coscia.
- Non guardatemi...per favore...amore non guardare...non guardare... - dice al ragazzo che si è appena ripreso, e seduto con il casco in mano fissa l'asfalto davanti a se.
Uno dei due soccorritori della ragazza le sfila la cintura dai jeans a vita bassa e gliela stringe all'altezza della frattura. Io non riesco a fare più nemmeno un passo. Non c'è niente che io possa fare.
Risalgo in bici, con uno strano senso di pudore, e mi avvio verso il luogo dell'appuntamento.
Per tutta la notte aspetto. L'indomani, presto, telefono al Fatebenefratelli, l'ospedale più vicino al luogo dell'incidente. Voglio conoscere le condizioni di quei ragazzi, ma la donna del centralino mi fa domande a cui non so rispondere. Mi mette in attesa. Poi mi passa l'interno del pronto soccorso generale.
- Buongiorno. Vorrei conoscere le condizioni di un ragazzo e una ragazza che ieri sera, intorno alle nove, hanno avuto un incidente stradale all'incrocio di Via Senato e Corso di Porta Venezia. Credo che la ragazza sia molto grave. Non so se è li da voi che li hanno portati, ma siete l'ospedale più vicino...
- Mi dica i nomi.
- Non li conosco.
- Scusi, lei è un parente?
- No. Mi chiamo Manlio Greco. Passavo di li, quando c'è stato l'incidente e ho assistito ai primi soccorsi.
- Mah..., io non posso dirle niente. E' una questione di privacy. Per poter avere qualunque tipo di informazioni lei deve essere un parente, o comunque qualcuno autorizzato dalla famiglia. Poi è possibile che siano stati trasportati in un altro ospedale, in un secondo momento.
- Ma io voglio solo sapere come stanno.
- Mi dispiace, ma come le ho spiegato non è possibile.
- Va bene...comunque intanto la ringrazio.
Rialzo la cornetta e telefono ai vigili urbani. Chiedo se...Il centralino mi passa un interno. ...Prego. Attendo.
- Pronto?
- Buongiorno. Mi chiamo Manlio Greco. Vorrei avere delle informazioni riguardo un ragazzo e una ragazza. Hanno avuto un incidente stradale ieri sera, intorno alle nove, nei pressi di Corso di Porta Venezia.
- Lei è un testimone?
- No. L'incidente è avvenuto alle mie spalle. Ho solo assistito ai primi soccorsi. La ragazza era in gravi condizioni. Vorrei sapere se sono stati ricoverati e in quale ospedale.
- Conosce per caso i loro nomi?
- Veramente no. Volevo solo sapere come stavano.
- Senta, capisco. Posso darle un numero di telefono per parlare con l'agente intervenuto sul posto. E' l'unico che può dirle qualcosa. Noi non registriamo il ricovero degli incidentati. E comunque, non potremmo dirle niente. Per motivi di privacy.
- Va bene, mi dia il numero. La ringrazio.
Telefono all'agente. Non risponde nessuno. Quindi telefono al Policlinico.
- Pronto?
- Policlinico di Milano?
- Si, mi dica.
- Vorrei sapere se ieri sera dopo le nove, li da voi, in seguito ad un incidente stradale sono stati ricoverati un ragazzo e una ragazza. La ragazza aveva una frattura esposta.
- Mi faccia un po' vedere... Si, no. Da quell'ora in poi l'unico ricovero che ci risulta riguarda un ragazzo con una commozione cerebrale che è stato dimesso stamattina. A parte questo, nessuna ragazza con una frattura esposta. Probabilmente si trova al Fatebenefratelli. Ma io questo non glielo saprei dire.
- Va bene, grazie. Mi ha già detto quanto basta. Buongiorno.
Ritelefono al Fatebenefratelli. Questa volta direttamente all'interno del pronto soccorso generale.
- Buongiorno. Mi chiamo Manlio Greco. Vorrei sapere se avete ricoverato una ragazza con una frattura esposta... Ha avuto un incidente stradale ieri sera all'incrocio di Via Senato e Corso di Porta Venezia. Al Policlinico mi hanno detto che la ragazza forse è li da voi. Non sono un parente, ne un testimone dell'incidente. Non conosco nemmeno il nome della ragazza. Voglio solo sapere come sta.
- Si, signore. Ha già parlato con me, meno di un'ora fa. Senta. Come le ho detto prima, se non è un parente, ne una persona autorizzata dalla famiglia, lei non può avere da noi alcuna informazione.
Mi scuso per il disturbo e abbasso la cornetta.
Non potrò sapere più niente di quella ragazza.
Mi volto e torno subito indietro. Vedo un ragazzo con il casco che giace su un fianco, immobile. Pochi metri dopo, una ragazza, anche lei su un fianco, allunga le braccia per chiedere aiuto. E urla.
Metto la bici sul cavalletto e mi avvicino alla ragazza.
- Non toccatela - dico.
Ma due uomini sono già in suo soccorso. Tutt'intorno, la gente si raccoglie e commenta. Alcuni telefonano col cellulare al pronto intervento.
La ragazza ha una frattura esposta all'altezza del ginocchio. Da li in giù, il resto della gamba giace sull'asfalto, separata dal corpo. Mi avvicino, ancora.
- Chiamate un'ambulanza, presto... - dice la ragazza.
Poi porta una mano alla coscia.
- Non guardatemi...per favore...amore non guardare...non guardare... - dice al ragazzo che si è appena ripreso, e seduto con il casco in mano fissa l'asfalto davanti a se.
Uno dei due soccorritori della ragazza le sfila la cintura dai jeans a vita bassa e gliela stringe all'altezza della frattura. Io non riesco a fare più nemmeno un passo. Non c'è niente che io possa fare.
Risalgo in bici, con uno strano senso di pudore, e mi avvio verso il luogo dell'appuntamento.
Per tutta la notte aspetto. L'indomani, presto, telefono al Fatebenefratelli, l'ospedale più vicino al luogo dell'incidente. Voglio conoscere le condizioni di quei ragazzi, ma la donna del centralino mi fa domande a cui non so rispondere. Mi mette in attesa. Poi mi passa l'interno del pronto soccorso generale.
- Buongiorno. Vorrei conoscere le condizioni di un ragazzo e una ragazza che ieri sera, intorno alle nove, hanno avuto un incidente stradale all'incrocio di Via Senato e Corso di Porta Venezia. Credo che la ragazza sia molto grave. Non so se è li da voi che li hanno portati, ma siete l'ospedale più vicino...
- Mi dica i nomi.
- Non li conosco.
- Scusi, lei è un parente?
- No. Mi chiamo Manlio Greco. Passavo di li, quando c'è stato l'incidente e ho assistito ai primi soccorsi.
- Mah..., io non posso dirle niente. E' una questione di privacy. Per poter avere qualunque tipo di informazioni lei deve essere un parente, o comunque qualcuno autorizzato dalla famiglia. Poi è possibile che siano stati trasportati in un altro ospedale, in un secondo momento.
- Ma io voglio solo sapere come stanno.
- Mi dispiace, ma come le ho spiegato non è possibile.
- Va bene...comunque intanto la ringrazio.
Rialzo la cornetta e telefono ai vigili urbani. Chiedo se...Il centralino mi passa un interno. ...Prego. Attendo.
- Pronto?
- Buongiorno. Mi chiamo Manlio Greco. Vorrei avere delle informazioni riguardo un ragazzo e una ragazza. Hanno avuto un incidente stradale ieri sera, intorno alle nove, nei pressi di Corso di Porta Venezia.
- Lei è un testimone?
- No. L'incidente è avvenuto alle mie spalle. Ho solo assistito ai primi soccorsi. La ragazza era in gravi condizioni. Vorrei sapere se sono stati ricoverati e in quale ospedale.
- Conosce per caso i loro nomi?
- Veramente no. Volevo solo sapere come stavano.
- Senta, capisco. Posso darle un numero di telefono per parlare con l'agente intervenuto sul posto. E' l'unico che può dirle qualcosa. Noi non registriamo il ricovero degli incidentati. E comunque, non potremmo dirle niente. Per motivi di privacy.
- Va bene, mi dia il numero. La ringrazio.
Telefono all'agente. Non risponde nessuno. Quindi telefono al Policlinico.
- Pronto?
- Policlinico di Milano?
- Si, mi dica.
- Vorrei sapere se ieri sera dopo le nove, li da voi, in seguito ad un incidente stradale sono stati ricoverati un ragazzo e una ragazza. La ragazza aveva una frattura esposta.
- Mi faccia un po' vedere... Si, no. Da quell'ora in poi l'unico ricovero che ci risulta riguarda un ragazzo con una commozione cerebrale che è stato dimesso stamattina. A parte questo, nessuna ragazza con una frattura esposta. Probabilmente si trova al Fatebenefratelli. Ma io questo non glielo saprei dire.
- Va bene, grazie. Mi ha già detto quanto basta. Buongiorno.
Ritelefono al Fatebenefratelli. Questa volta direttamente all'interno del pronto soccorso generale.
- Buongiorno. Mi chiamo Manlio Greco. Vorrei sapere se avete ricoverato una ragazza con una frattura esposta... Ha avuto un incidente stradale ieri sera all'incrocio di Via Senato e Corso di Porta Venezia. Al Policlinico mi hanno detto che la ragazza forse è li da voi. Non sono un parente, ne un testimone dell'incidente. Non conosco nemmeno il nome della ragazza. Voglio solo sapere come sta.
- Si, signore. Ha già parlato con me, meno di un'ora fa. Senta. Come le ho detto prima, se non è un parente, ne una persona autorizzata dalla famiglia, lei non può avere da noi alcuna informazione.
Mi scuso per il disturbo e abbasso la cornetta.
Non potrò sapere più niente di quella ragazza.
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