sabato 22 maggio 2010

@lberi

Questo piccolissimo racconto ha partecipato all'omonimo progetto di scrittura a più mani, organizzato dal laboratorio letterario Post42


Non so niente di alberi. Come di fiori. Non so quando si mangiano le arance, né quando è il momento delle pesche. Il regno vegetale per me è in gran parte inesplorato. Ad esempio, il fico sembra solido, con quei grossi rami nodosi. Invece è insospettabilmente fragile.
La quercia è solida, questo lo so. Infatti si dice: "Solido come una quercia." Il problema è che io non sarei mai in grado di riconoscerla, una quercia. Neanche se ci andassi a sbattere contro. Capace che penso sia un salice, un pioppo, una betulla, invece è proprio una quercia.
Per questo, buon uomo, lei che è sicuramente più pratico di me, saprebbe dirmi se è una quercia questo grande albero dall'apparenza così solida? Affermativo. E quindi posso fidarmi del fatto che la sostanza, in questo caso, corrisponda in toto all'apparenza, non è vero? Suvvia, non mi guardi così. Ora la ringrazio, può proseguire la sua passeggiata.
Andato. Non ho bisogno d'altro. Non so distinguere un cipresso da un banano, ma una corda bella resistente la so riconoscere, eccome.

giovedì 13 maggio 2010

Un nuovo Socrate

Recenti studi sul giovane Socrate ce lo ripresentano in una luce tutt’affatto diversa da quella tramandataci dalla storiografia tradizionale.
Il suo buon amico Cherefonte, noto soprattutto per la famosa interrogazione della Pizia, conosceva il brillante filosofo ateniese fin dall’epoca della di lui fanciullezza e prima adolescenza.
In un testo recentemente ritrovato e attribuito senza ambiguità per l’appunto a Cherefonte,
costui racconta di prima mano il momento in cui ebbe per la prima volta a manifestarsi la sentenza dai più ritenuta fondamento e architrave dell’intero pensiero Socratico.
Narra Cherefonte che Socrate, poco più che bambino, si trovava allora a scuola, nell’aula di downtown Atene che entrambi frequentavano.
La maestra quel giorno decise di fare un’interrogazione di geometria non programmata e quindi completamente inattesa, scatenando il panico tra i giovani discepoli. Per giunta l’argomento era una nuova, arditissima quanto astrusa teoria nota come il Teorema di Pitagora.
Procedendo in ordine alfabetico l’implacabile maestra interrogò Alceo, Anassagora, Anassimandro, Anassimene, Aristotele, e poi Cherefonte, Democrito, Demostene, Eraclito, Parmenide, Saffo, Seneca. E tutti, uno dopo l’altro, balbettarono scuse inverosimili per giustificare la loro impreparazione.
Le solite giustificazioni da che mondo è mondo: mia nonna è caduta dal letto e ho dovuto accompagnarla all’ospedale, le cavallette e altre pestilenze, la periodica invasione degli Spartani o dei Troiani, lo tsunami sollevato dal rovinoso crollo del Colosso di Rodi.
La maestra non si fece intenerire, e il suo registro si riempì di zeri spaccati.
Arrivò il momento di Socrate, che osservava la carneficina compiersi con assoluta imperturbabilità.
“E tu cos’hai da dire, Socrate? Sentiamo un po’.” Lo apostrofò la maestra.
Nel silenzio più assoluto Socrate si alzò, e guardando la maestra fissa negli occhi proferì con voce ferma:
“So di non sapere.”
La maestra rimase in silenzio alcuni interminabili secondi, soppesando la risposta del giovane discepolo, poi disse:
“Ok, c’hai provato, ma ti becchi uno zero spaccato anche tu. Siediti, va là.”

martedì 24 novembre 2009

Riassunto delle puntate precedenti (Quello che so)

Il direttore creativo di una grossa agenzia pubblicitaria milanese, tal Francesco M., viene trovato morto nel suo ufficio, ucciso con svariate coltellate e una ferocia degna di miglior causa. Delle indagini sull'omicidio viene incaricato il Dott. Calogero Moiano, il quale si imbatte subito nell'evidenza che la vittima non godeva di grande popolarità nell'ambiente. Tutti, infatti, sono felici nel saperlo morto. E tutti, più o meno apertamente, parteggiano per l'assassino (o gli assassini). Nel prosieguo dell'inchiesta il dott. Moiano rinviene un quadernetto scritto a mano dal defunto, il cui titolo: Quello che so, solleva legittimamente un certo entusiasmo nel cuore del funzionario. Il manoscritto promette di rivelarsi molto importante per la risoluzione del caso, e il dott. Moiano si immerge seduta stante nella lettura e decodifica del suddetto. Viene così a sapere che nulla è ciò che sembra. Ma soprattutto apprende dell'esistenza del Pesce Pulitore, metafora sotto la cui coltre si nasconde un obliquo personaggio di sesso femminile che si aggira di notte per il reparto creativo deserto cercando di carpire segreti, occhieggiando campagne pubblicitarie ancora in gestazione, violando computer. Il pesce pulitore agisce in nome e per conto di altri personaggi i quali sono ovviamente troppo furbi per esporsi, e lasciano svolgere il lavoro sporco a chi se ne intende. Il pesce pulitore è anche responsabile della sottrazione e occultamento dell'ultima pagina del manoscritto del defunto. Pur avendo sciaguratamente promesso lealtà alle forze del male, cionondimeno bisogna ammettere che il pesce pulitore spinge la propria devozione fino alle estreme conseguenze, in ciò guadagnandosi una qualche grandezza. Infatti, fedele alla consegna del silenzio, affronta il carcere ed un'accusa di concorso in omicidio, ma non tradisce i suoi mandanti e burattinai. Il segreto contenuto nell'ultima pagina di Quello che so è salvo. E tutto ciò che il manoscritto prometteva non è stato mantenuto. Finora.

mercoledì 23 settembre 2009

Quello che so

Diciannovesima puntata

45.
“La verità è che Francesco M. era uscito di melone, Dottor Moiano. Oppure vogliamo dirla in un altro modo, un po’ più soft? Recentemente aveva avuto una specie di crisi mistica. Il risultato non cambia. Diceva cose strane, a volte raccontava dei sogni che faceva (incubi, più che altro) blaterava che forse era ancora in tempo per rimediare. E rimediare a cosa, esattamente?
Ma soprattutto, pensi che coglione, si era messo in testa di dire la verità, capisce? E che la sua verità avrebbe scatenato un casino senza precedenti. Armageddon. L’Apocalisse. Sentiva di avere questo grande peso dentro, di cui si doveva liberare. Come se a qualcuno gliene fregasse qualcosa, della sua verità, e della verità in generale. E quale può essere la verità scottante sul mondo della pubblicità, poi? Che siamo tutti dei bastardi assetati di una patetica ridicola briciola di potere? Che il più pulito c’ha la rogna? Che tutti, nessuno escluso, passeremmo volentieri sul cadavere di nostra madre con dei tacchi a spillo, pur di avere un fringe benefit in più, un titolo in più, un aumento di stipendio anche ridicolo? E sai che novità.
Ho paura che questo scoop non avrebbe molta possibilità di arrivare in prima pagina, oggi come oggi. Al massimo la pagina dei necrologi. Oggi fa più scandalo la buona educazione e il rispetto per gli altri, temo.”
“Se ha terminato con la sua sparata cinica, dovrei comunicarle una cosa.”
La donna non era abituata alla versione laconico/brusco/burocratica che Calogero Moiano sfoderava solo in rare occasioni (ad esempio quando ne aveva le palle piene) quindi ebbe un moto di sorpresa.
E’ interessante vedere come le persone, anche quelle più apparentemente toste, si sgonfiano all’istante, se adeguatamente punte. Esitante, rispose:
“Sì, ho finito.”
“Bene, allora mi ascolti attentamente. Io sono stato molto paziente, con lei. Più paziente di quanto io sia di solito. E lei se ne è approfittata. Forse ha pensato che tutto questo fosse un gioco, il prolungamento della sceneggiata che recita tutti i giorni. Le comunico che da questo momento lei è incriminata per concorso in omicidio volontario e falsa testimonianza.”

46.
“Ah, che liberazione!”
Il dott. Moiano lo sapeva benissimo che questo non rappresentava la risoluzione del caso. Ma comunque era sollevato dal fatto che almeno per un po’ quella tizia non l’avrebbe più tormentato. Oramai aveva capito che quello che lui voleva sapere da lei, lei non glielo avrebbe mai detto. Quindi, se non poteva sapere cosa c’era scritto sull’ultima pagina del diario di Francesco M. e chi le aveva chiesto di recuperarla e presumibilmente distruggerla, non era più disposto a sorbirsi ore e ore di chiacchiere autoassolutorie.
La vita è troppo breve per perdere tempo in conversazioni noiose.

47.
Nel fallimento generale, almeno un paio di cose buone questo caso gliele aveva portate. La prima è che aveva finalmente preso la decisione di lasciare la moglie alle sue unghie e ai suoi party di beneficenza. La seconda è che aveva avuto una prova ulteriore del fatto che le apparenze ingannano. Non solo, ma spesso anche l’apparenza dell’apparenza inganna. Ed è difficilissimo andare al fondo di tutte queste apparenze e trovare la verità. Ad esempio: il mondo della pubblicità, quello nel quale era maturato l’omicidio di Francesco M. Un luccichio abbagliante, un mondo lieve e felice pieno di soldi, fascino e belle fighe, tutto vissuto all’insegna del glamour. Prima apparenza, quella più superficiale, che viene via con appena un po’ d’acqua (soprattutto quando i tempi non sono esattamente propizi). Appena sotto, si apre un meraviglioso mondo di odi e rancori, violenze e rivalità, nel quale il pescecane più feroce è l’unico che può trionfare. (E il pesce pulitore trovare riparo nel buio della sua ombra.) Seconda apparenza, che assomiglia un poco di più alla verità. Ancora più sotto, nel caso della nostra vittima, una persona che sceglie di nascondersi, con tutte le sue sofferenze e tutte le sue fragilità, dietro un’apparenza squalesca.
Ma per ingannare chi? Per spiazzare chi?
Se stesso o il resto del mondo?

48.
Il dottor Calogero Moiano aveva un suo rituale sacro, dal quale non si era mai distaccato: alla fine di ogni caso, da quando aveva iniziato a lavorare, sia che il caso si concludesse con un successo, sia che restasse insoluto come questo, lui si concedeva una cena nel suo ristorante preferito, uno dei più antichi di Milano.
Aveva più volte riesaminato tutti i dati in suo possesso.
Aveva scorso ancora una volta mentalmente i volti tristi o squallidi o livorosi di tutte le persone che ruotavano intorno a questa storia.
Aveva passato una notte insonne a rivoltarsi sudato nel suo letto quando improvvisamente, come una freccia avvelenata, era stato trafitto dal ricordo di una frase ascoltata settimane prima e mai dimenticata (Forse non c’è un burattinaio. Forse ce ne sono tanti.)
Infine aveva gettato la spugna.
Il diario di Francesco M., Quello che so, era poggiato sul tavolo davanti a lui. Aperto, inutile, e cosparso di molliche di pane. Era stato l’unica cosa che ad un certo punto aveva acceso la sua speranza, ma anche questa speranza era rimasta delusa.
Moiano era assolutamente certo che tutto il diario di Francesco M. fosse stato concepito in funzione di quella ultima pagina, in assenza della quale il titolo stesso, Quello che so, assumeva un tono di sinistra ironia.
Che cosa sai, amico mio? Che cosa sapevi? Scusa se ti chiamo così, ma mi sembra di conoscerti talmente bene che un po’ mi sento come se fossimo diventati vecchi amici. Io sì, che attraverso il tuo diario senza fine ho saputo tante cose su di te. L’unica cosa che non sono riuscito a sapere è proprio quella che volevi rivelarmi, amico mio. La più importante. Almeno dal punto di vista, diciamo così, professionale.
Per una volta il goloso dott. Moiano aveva deciso di rinunciare alla creme broulée, così assaporò l’ultimo sorso di Cognac, si alzò e si diresse verso l’uscita.

mercoledì 9 settembre 2009

Peck Guignol


Mancano due giorni a Natale. Milano è addobbata a festa. Facciamo una passeggiata nei dintorni di piazza del Duomo e a un certo punto capitiamo da Peck. Come il resto della città, anche Peck è in festa. Entriamo. Se possibile tutto è ancora più opulento, esagerato e appariscente di sempre. Ad un certo punto, superata la zona gastronomia, l’angolo del pane, il settore della frutta e verdura fresca, finiamo nello spazio macelleria, affollatissimo di carampane vocianti. Lì, fra polli e tacchini, quarti di bue, cosce di vitello, fegatelli vari e compagnia cantando, c’è anche un maialino intero, adagiato a pancia sotto con la testa rivolta verso di noi. Non ricordo se ha addirittura la mela in bocca come vuole l'iconografia tradizionale ma insomma l’effetto è quello. Pietro lo vede e si avvicina al banco. Capita l’antifona, noi cerchiamo di catturare la sua attenzione e distoglierla verso qualcosa di meno truculento. Inutile. Lui non riesce a staccare il suo sguardo dallo sguardo vitreo del maialino. Si ipnotizzano a vicenda. Quando ha introiettato per bene la faccenda, scoppia a piangere disperato, e saranno veri cazzi per consolarlo. A chi è venuta in mente l’idea di entrare da Peck? A me, credo.

lunedì 7 settembre 2009

Cercando di ricostruire la storia, pezzo dopo pezzo

Il Lettore Di Libri

(seconda puntata)
A chi dovesse interessare, la prima puntata risale al 13 febbraio 2009

3.
Nel loculo dove leggo non ci sono molte comodità, né distrazioni. D’altronde devo leggere, non distrarmi, e a me va benissimo così.
L’unica cosa che mi concedo, di quando in quando, è un sorso di quella insapore bevanda scura e bollente che fuoriesce dalla macchinetta ogniqualvolta si preme con temerarietà il pulsante recante la scritta: caffè.
L’altroieri ero lì davanti alla macchinetta intento a rovistarmi le tasche alla ricerca di qualche spicciolo.
Di spiccioli manco l’ombra, ma in compenso ecco che ti salta fuori dalla tasca un foglietto di carta ingiallito e spiegazzato.
Ancora prima di iniziare a leggere mi interrogai sulla provenienza di quel foglietto dimenticato, e un flash improvviso mi riportò al momento in cui il volume della Treccani stava sorvolando silenziosamente la mia testa. Il ricordo era così vivo che mi è venuto da abbassarmi di scatto per evitare che il tomo mi colpisse. Subito dopo mi sono guardato intorno per vedere se qualcuno mi aveva notato. Fortunatamente nessuno mi nota mai. Che stupido!, pensai. D’altra parte mi ci sentivo spesso, stupido. Meglio ancora: inadeguato. Per l’esattezza mi sentivo così ogni volta che uscivo da un libro ed entravo nella cosiddetta realtà.
Non era scritto a mano ma battuto a macchina, e non appena i miei occhi si posarono su quel foglietto le mie gambe si fecero di burro. Ora svengo, pensai. Il motivo? Le lettere erano un po’ disallineate, e questo mi ricordò in un lampo la vecchia Lettera 22 che avevo amato perdutamente, più di qualunque fidanzata (se mai ne avessi avuta una) durante gli anni del liceo.
Quando ami, perdoni tutto. Di più e meglio: ami i difetti dell’amata o dell’amato come fossero virtù. Ora, che in questo caso l’amata non fosse un essere umano di sesso femminile ma una macchina da scrivere prodotta dalla Olivetti quando era la Olivetti, questo è solo un dettaglio irrilevante. Fatto sta che quelle lettere saltellanti mi procurarono una fitta di nostalgia quasi insostenibile.
Il significato delle parole formate dalle lettere danzanti, invece, mi risultò assolutamente incomprensibile:

“Mentisce chiunque dici, io sono. Fosti vivo, e sarai vivo col forse. Vivi le morti del tempo che fù, muori le vite del tempo che sarà. Finisce di morire chi muore, comincia a morire chi nasce. Ogni istante d’ora, scava un po’ di terra alla fossa: ogni fiato ne porta via una particella di vita.”

Talmente incomprensibile che decisi di dimenticarmene, ma invece conservai il foglietto per il modo sublime in cui era scritto. Meravigliosamente disordinato, intendo.




4.
Fu facile dimenticare quelle oscure parole anche perché erano giorni molto convulsi, per me, e io ero totalmente concentrato su un grande progetto. Ero da poco approdato nella nuova casa editrice, e il mio primo bambino stava per venire alla luce. Di lì a pochi giorni Glok la Sfinge sarebbe stato lanciato in tutto il paese con una tiratura straordinaria per una prima edizione: duecentomila copie. Era una grande dimostrazione di fiducia nei miei confronti, ma stranamente non provavo alcuna ansia, perché ero assolutamente sicuro che sarebbe stato un enorme successo.
Lo so che avevo fatto una cosa un po’ inusuale portandomi dietro il manoscritto di Glok dalla mia precedente casa editrice, ma devo dire che in quell’occasione il mio capo, il lanciatore di enciclopedie, si dimostrò molto generoso. Quando gli dissi che andavo via, nonostante fosse molto intristito mi disse che non mi serbava rancore, e per dimostrarmelo mi diede l’autorizzazione a portarmi via Glok la Sfinge, dicendomi che quella dovevo considerarla la mia dote.
Ora che ci ripenso, ricordo che sul punto di andare via dalla mia vecchia casa editrice per lanciarmi in questa nuova avventura c’è stato un momento in cui ho pensato che non fosse stata al cento per cento una mia decisione.
Vi racconto com’è andata, così anche voi potete farvi un’idea. Qualche giorno dopo il burrascoso incontro con il grande capo (quello con i tomi della Treccani che volavano da una parte all’altra ad altezza d’uomo) ricevo una telefonata inattesa. Doppiamente inattesa, anzi.
Il loculo dove vivo è appena più grande del loculo dove lavoro, essenzialmente perché ci sono un cesso e un angolo cottura. Che a dire il vero potrebbe anche non esserci. L’angolo cottura, intendo. Basterebbe un microonde, tanto quasi tutto quello che mangio proviene dalla rosticceria sotto casa. Quando poi non faccio troppo tardi e trovo ancora una succulenta mezza aragostina bollita, non mi serve manco il microonde. E’ già pronta, aperta, felice, e alla temperatura ottimale. Qualcuno potrebbe dire che il mio stile di vita è dispendioso. Quel qualcuno avrebbe ragione, infatti il mio conto in banca non conosce il colore nero da diversi anni. D’altra parte mi sono detto: Viaggiare: non viaggio. Fumare: non fumo. Donne: niente. Droghe: nemmeno. I libri me li passa la casa editrice. I film li scarico gratis da internet (questa non so se me la passano). Vestiti non ne compro. La mia macchina è ancora la Kadett color aragosta (ci sono delle costanti) che ho comprato usata nel 1985. Quindi vaffanculo, mi potrò anche concedere di comprare del cibo pronto, o no? Voglio vedere se qualcuno ci trova da ridire.
Che finisca alle 6 o alle 7, che finisca alle 9 o più tardi (e allora sono cazzi perché deve entrare in azione il microonde per scongelare qualcosa), che finisca pure a mezzanotte come accade spesso, la mia giornata finisce quando uscito dal loculo lavorativo entro nel loculo abitativo, e chiudo la porta dietro le mie spalle. E’ un gesto al quale attribuisco grande valore simbolico. In quel momento non chiudo solo la porta. In quel momento chiudo il mondo di fuori, e io mi chiudo dentro. In quel momento il mio loculo è il paradiso in terra, e io ne sono l’unico re e l’unico dio. In quel momento non esiste niente se non io, il mio libro e la mia generosa mezza aragostina che si offre in sacrificio per il piacere del suo padrone. Talvolta esiste anche una bottiglia di un buon Sauvignon del Collio, ma questo è un vero optional di felicità.
Mi trovavo in questo stato mentale (compreso il Sauvignon) quando è squillato il telefono. Il telefono fisso, quello di casa. Un suono per me talmente alieno che all’inizio pensavo suonasse dai vicini, quella manica di bastardi. Poi visto che insisteva ho cominciato, non senza bestemmiare tutti gli dei di tutte le religioni monoteistiche e politeistiche a me note, a cercare in ogni angolo della mia vasta magione l’origine di quel suono sconosciuto. Avrà squillato una ventina di volte prima che individuassi il telefono incastrato sotto il divano letto e una volta disincastrato l’oggetto misterioso riuscissi a sollevare la cornetta.
-Pronto, chi parla?
-Parlo con il dottor Bartoli?
-Visto che ha chiamato lei, prima mi dica con chi parlo io, poi casomai le dico con chi parla lei. (Eccheccavolo!)
-Ha ragione, mi scusi. Sono Cisnaghi, il CEO della casa editrice Filippini. Vorrei parlare con il dottor Bartoli. E’ lei?
-(Cazzarola!) Bartoli sono io, ma a dire il vero non sono dottore. Sono solo un umile editor.
La voce di Cisnaghi era calda e gioviale.
-Su, Bartoli. Non faccia il modesto. Ho sentito grandi cose su di lei. Sono felice di conoscerla, ma vorrei conoscerla meglio, e di persona. Cosa ne dice di vederci a pranzo domani, può?
E da chi le avrà sentite queste grandi cose su di me?
-Domani, domani, mi faccia controllare un attimo la mia agenda…
La mezza aragostina mi stava lanciando una mezza occhiata tra l’implorante e il geloso. Sorseggiai un goccio di Sauvignon che nel frattempo si era scaldato. Cazzo!
-Ok, domani a pranzo può andare, dottor Cisnaghi.
-Perfetto, allora. Ora la lascio. E mi scusi di averla disturbata a casa. Buonasera.
-Si figuri, buonasera. (pausa). A proposito, come ha avuto il mio numero di casa dato che non sono sull’elenco?
-…..
Un classico. Quello aveva riattaccato già da un pezzo. Se solo fossi un po’ più svelto a pensare. Ma si può chiedere a un bradipo di sfidare Usain Bolt sui cento metri? Certo che no.