Le storie ci accompagnano. In tutti i momenti della nostra vita c'è sempre qualcuno che ce ne racconta una. Alcune sono belle, alcune brutte. Allegre, tristi, buffe, sinistre. O anche semplicemente noiose. Ma persino quando diciamo: "Dai, non raccontarmi storie", in fondo per noi le storie non sono mai abbastanza. C'è un modo personale di parlare di cose universali?
martedì 24 novembre 2009
Riassunto delle puntate precedenti (Quello che so)
Il direttore creativo di una grossa agenzia pubblicitaria milanese, tal Francesco M., viene trovato morto nel suo ufficio, ucciso con svariate coltellate e una ferocia degna di miglior causa. Delle indagini sull'omicidio viene incaricato il Dott. Calogero Moiano, il quale si imbatte subito nell'evidenza che la vittima non godeva di grande popolarità nell'ambiente. Tutti, infatti, sono felici nel saperlo morto. E tutti, più o meno apertamente, parteggiano per l'assassino (o gli assassini). Nel prosieguo dell'inchiesta il dott. Moiano rinviene un quadernetto scritto a mano dal defunto, il cui titolo: Quello che so, solleva legittimamente un certo entusiasmo nel cuore del funzionario. Il manoscritto promette di rivelarsi molto importante per la risoluzione del caso, e il dott. Moiano si immerge seduta stante nella lettura e decodifica del suddetto. Viene così a sapere che nulla è ciò che sembra. Ma soprattutto apprende dell'esistenza del Pesce Pulitore, metafora sotto la cui coltre si nasconde un obliquo personaggio di sesso femminile che si aggira di notte per il reparto creativo deserto cercando di carpire segreti, occhieggiando campagne pubblicitarie ancora in gestazione, violando computer. Il pesce pulitore agisce in nome e per conto di altri personaggi i quali sono ovviamente troppo furbi per esporsi, e lasciano svolgere il lavoro sporco a chi se ne intende. Il pesce pulitore è anche responsabile della sottrazione e occultamento dell'ultima pagina del manoscritto del defunto. Pur avendo sciaguratamente promesso lealtà alle forze del male, cionondimeno bisogna ammettere che il pesce pulitore spinge la propria devozione fino alle estreme conseguenze, in ciò guadagnandosi una qualche grandezza. Infatti, fedele alla consegna del silenzio, affronta il carcere ed un'accusa di concorso in omicidio, ma non tradisce i suoi mandanti e burattinai. Il segreto contenuto nell'ultima pagina di Quello che so è salvo. E tutto ciò che il manoscritto prometteva non è stato mantenuto. Finora.
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mercoledì 23 settembre 2009
Quello che so
Diciannovesima puntata
45.
“La verità è che Francesco M. era uscito di melone, Dottor Moiano. Oppure vogliamo dirla in un altro modo, un po’ più soft? Recentemente aveva avuto una specie di crisi mistica. Il risultato non cambia. Diceva cose strane, a volte raccontava dei sogni che faceva (incubi, più che altro) blaterava che forse era ancora in tempo per rimediare. E rimediare a cosa, esattamente?
Ma soprattutto, pensi che coglione, si era messo in testa di dire la verità, capisce? E che la sua verità avrebbe scatenato un casino senza precedenti. Armageddon. L’Apocalisse. Sentiva di avere questo grande peso dentro, di cui si doveva liberare. Come se a qualcuno gliene fregasse qualcosa, della sua verità, e della verità in generale. E quale può essere la verità scottante sul mondo della pubblicità, poi? Che siamo tutti dei bastardi assetati di una patetica ridicola briciola di potere? Che il più pulito c’ha la rogna? Che tutti, nessuno escluso, passeremmo volentieri sul cadavere di nostra madre con dei tacchi a spillo, pur di avere un fringe benefit in più, un titolo in più, un aumento di stipendio anche ridicolo? E sai che novità.
Ho paura che questo scoop non avrebbe molta possibilità di arrivare in prima pagina, oggi come oggi. Al massimo la pagina dei necrologi. Oggi fa più scandalo la buona educazione e il rispetto per gli altri, temo.”
“Se ha terminato con la sua sparata cinica, dovrei comunicarle una cosa.”
La donna non era abituata alla versione laconico/brusco/burocratica che Calogero Moiano sfoderava solo in rare occasioni (ad esempio quando ne aveva le palle piene) quindi ebbe un moto di sorpresa.
E’ interessante vedere come le persone, anche quelle più apparentemente toste, si sgonfiano all’istante, se adeguatamente punte. Esitante, rispose:
“Sì, ho finito.”
“Bene, allora mi ascolti attentamente. Io sono stato molto paziente, con lei. Più paziente di quanto io sia di solito. E lei se ne è approfittata. Forse ha pensato che tutto questo fosse un gioco, il prolungamento della sceneggiata che recita tutti i giorni. Le comunico che da questo momento lei è incriminata per concorso in omicidio volontario e falsa testimonianza.”
46.
“Ah, che liberazione!”
Il dott. Moiano lo sapeva benissimo che questo non rappresentava la risoluzione del caso. Ma comunque era sollevato dal fatto che almeno per un po’ quella tizia non l’avrebbe più tormentato. Oramai aveva capito che quello che lui voleva sapere da lei, lei non glielo avrebbe mai detto. Quindi, se non poteva sapere cosa c’era scritto sull’ultima pagina del diario di Francesco M. e chi le aveva chiesto di recuperarla e presumibilmente distruggerla, non era più disposto a sorbirsi ore e ore di chiacchiere autoassolutorie.
La vita è troppo breve per perdere tempo in conversazioni noiose.
47.
Nel fallimento generale, almeno un paio di cose buone questo caso gliele aveva portate. La prima è che aveva finalmente preso la decisione di lasciare la moglie alle sue unghie e ai suoi party di beneficenza. La seconda è che aveva avuto una prova ulteriore del fatto che le apparenze ingannano. Non solo, ma spesso anche l’apparenza dell’apparenza inganna. Ed è difficilissimo andare al fondo di tutte queste apparenze e trovare la verità. Ad esempio: il mondo della pubblicità, quello nel quale era maturato l’omicidio di Francesco M. Un luccichio abbagliante, un mondo lieve e felice pieno di soldi, fascino e belle fighe, tutto vissuto all’insegna del glamour. Prima apparenza, quella più superficiale, che viene via con appena un po’ d’acqua (soprattutto quando i tempi non sono esattamente propizi). Appena sotto, si apre un meraviglioso mondo di odi e rancori, violenze e rivalità, nel quale il pescecane più feroce è l’unico che può trionfare. (E il pesce pulitore trovare riparo nel buio della sua ombra.) Seconda apparenza, che assomiglia un poco di più alla verità. Ancora più sotto, nel caso della nostra vittima, una persona che sceglie di nascondersi, con tutte le sue sofferenze e tutte le sue fragilità, dietro un’apparenza squalesca.
Ma per ingannare chi? Per spiazzare chi?
Se stesso o il resto del mondo?
48.
Il dottor Calogero Moiano aveva un suo rituale sacro, dal quale non si era mai distaccato: alla fine di ogni caso, da quando aveva iniziato a lavorare, sia che il caso si concludesse con un successo, sia che restasse insoluto come questo, lui si concedeva una cena nel suo ristorante preferito, uno dei più antichi di Milano.
Aveva più volte riesaminato tutti i dati in suo possesso.
Aveva scorso ancora una volta mentalmente i volti tristi o squallidi o livorosi di tutte le persone che ruotavano intorno a questa storia.
Aveva passato una notte insonne a rivoltarsi sudato nel suo letto quando improvvisamente, come una freccia avvelenata, era stato trafitto dal ricordo di una frase ascoltata settimane prima e mai dimenticata (Forse non c’è un burattinaio. Forse ce ne sono tanti.)
Infine aveva gettato la spugna.
Il diario di Francesco M., Quello che so, era poggiato sul tavolo davanti a lui. Aperto, inutile, e cosparso di molliche di pane. Era stato l’unica cosa che ad un certo punto aveva acceso la sua speranza, ma anche questa speranza era rimasta delusa.
Moiano era assolutamente certo che tutto il diario di Francesco M. fosse stato concepito in funzione di quella ultima pagina, in assenza della quale il titolo stesso, Quello che so, assumeva un tono di sinistra ironia.
Che cosa sai, amico mio? Che cosa sapevi? Scusa se ti chiamo così, ma mi sembra di conoscerti talmente bene che un po’ mi sento come se fossimo diventati vecchi amici. Io sì, che attraverso il tuo diario senza fine ho saputo tante cose su di te. L’unica cosa che non sono riuscito a sapere è proprio quella che volevi rivelarmi, amico mio. La più importante. Almeno dal punto di vista, diciamo così, professionale.
Per una volta il goloso dott. Moiano aveva deciso di rinunciare alla creme broulée, così assaporò l’ultimo sorso di Cognac, si alzò e si diresse verso l’uscita.
45.
“La verità è che Francesco M. era uscito di melone, Dottor Moiano. Oppure vogliamo dirla in un altro modo, un po’ più soft? Recentemente aveva avuto una specie di crisi mistica. Il risultato non cambia. Diceva cose strane, a volte raccontava dei sogni che faceva (incubi, più che altro) blaterava che forse era ancora in tempo per rimediare. E rimediare a cosa, esattamente?
Ma soprattutto, pensi che coglione, si era messo in testa di dire la verità, capisce? E che la sua verità avrebbe scatenato un casino senza precedenti. Armageddon. L’Apocalisse. Sentiva di avere questo grande peso dentro, di cui si doveva liberare. Come se a qualcuno gliene fregasse qualcosa, della sua verità, e della verità in generale. E quale può essere la verità scottante sul mondo della pubblicità, poi? Che siamo tutti dei bastardi assetati di una patetica ridicola briciola di potere? Che il più pulito c’ha la rogna? Che tutti, nessuno escluso, passeremmo volentieri sul cadavere di nostra madre con dei tacchi a spillo, pur di avere un fringe benefit in più, un titolo in più, un aumento di stipendio anche ridicolo? E sai che novità.
Ho paura che questo scoop non avrebbe molta possibilità di arrivare in prima pagina, oggi come oggi. Al massimo la pagina dei necrologi. Oggi fa più scandalo la buona educazione e il rispetto per gli altri, temo.”
“Se ha terminato con la sua sparata cinica, dovrei comunicarle una cosa.”
La donna non era abituata alla versione laconico/brusco/burocratica che Calogero Moiano sfoderava solo in rare occasioni (ad esempio quando ne aveva le palle piene) quindi ebbe un moto di sorpresa.
E’ interessante vedere come le persone, anche quelle più apparentemente toste, si sgonfiano all’istante, se adeguatamente punte. Esitante, rispose:
“Sì, ho finito.”
“Bene, allora mi ascolti attentamente. Io sono stato molto paziente, con lei. Più paziente di quanto io sia di solito. E lei se ne è approfittata. Forse ha pensato che tutto questo fosse un gioco, il prolungamento della sceneggiata che recita tutti i giorni. Le comunico che da questo momento lei è incriminata per concorso in omicidio volontario e falsa testimonianza.”
46.
“Ah, che liberazione!”
Il dott. Moiano lo sapeva benissimo che questo non rappresentava la risoluzione del caso. Ma comunque era sollevato dal fatto che almeno per un po’ quella tizia non l’avrebbe più tormentato. Oramai aveva capito che quello che lui voleva sapere da lei, lei non glielo avrebbe mai detto. Quindi, se non poteva sapere cosa c’era scritto sull’ultima pagina del diario di Francesco M. e chi le aveva chiesto di recuperarla e presumibilmente distruggerla, non era più disposto a sorbirsi ore e ore di chiacchiere autoassolutorie.
La vita è troppo breve per perdere tempo in conversazioni noiose.
47.
Nel fallimento generale, almeno un paio di cose buone questo caso gliele aveva portate. La prima è che aveva finalmente preso la decisione di lasciare la moglie alle sue unghie e ai suoi party di beneficenza. La seconda è che aveva avuto una prova ulteriore del fatto che le apparenze ingannano. Non solo, ma spesso anche l’apparenza dell’apparenza inganna. Ed è difficilissimo andare al fondo di tutte queste apparenze e trovare la verità. Ad esempio: il mondo della pubblicità, quello nel quale era maturato l’omicidio di Francesco M. Un luccichio abbagliante, un mondo lieve e felice pieno di soldi, fascino e belle fighe, tutto vissuto all’insegna del glamour. Prima apparenza, quella più superficiale, che viene via con appena un po’ d’acqua (soprattutto quando i tempi non sono esattamente propizi). Appena sotto, si apre un meraviglioso mondo di odi e rancori, violenze e rivalità, nel quale il pescecane più feroce è l’unico che può trionfare. (E il pesce pulitore trovare riparo nel buio della sua ombra.) Seconda apparenza, che assomiglia un poco di più alla verità. Ancora più sotto, nel caso della nostra vittima, una persona che sceglie di nascondersi, con tutte le sue sofferenze e tutte le sue fragilità, dietro un’apparenza squalesca.
Ma per ingannare chi? Per spiazzare chi?
Se stesso o il resto del mondo?
48.
Il dottor Calogero Moiano aveva un suo rituale sacro, dal quale non si era mai distaccato: alla fine di ogni caso, da quando aveva iniziato a lavorare, sia che il caso si concludesse con un successo, sia che restasse insoluto come questo, lui si concedeva una cena nel suo ristorante preferito, uno dei più antichi di Milano.
Aveva più volte riesaminato tutti i dati in suo possesso.
Aveva scorso ancora una volta mentalmente i volti tristi o squallidi o livorosi di tutte le persone che ruotavano intorno a questa storia.
Aveva passato una notte insonne a rivoltarsi sudato nel suo letto quando improvvisamente, come una freccia avvelenata, era stato trafitto dal ricordo di una frase ascoltata settimane prima e mai dimenticata (Forse non c’è un burattinaio. Forse ce ne sono tanti.)
Infine aveva gettato la spugna.
Il diario di Francesco M., Quello che so, era poggiato sul tavolo davanti a lui. Aperto, inutile, e cosparso di molliche di pane. Era stato l’unica cosa che ad un certo punto aveva acceso la sua speranza, ma anche questa speranza era rimasta delusa.
Moiano era assolutamente certo che tutto il diario di Francesco M. fosse stato concepito in funzione di quella ultima pagina, in assenza della quale il titolo stesso, Quello che so, assumeva un tono di sinistra ironia.
Che cosa sai, amico mio? Che cosa sapevi? Scusa se ti chiamo così, ma mi sembra di conoscerti talmente bene che un po’ mi sento come se fossimo diventati vecchi amici. Io sì, che attraverso il tuo diario senza fine ho saputo tante cose su di te. L’unica cosa che non sono riuscito a sapere è proprio quella che volevi rivelarmi, amico mio. La più importante. Almeno dal punto di vista, diciamo così, professionale.
Per una volta il goloso dott. Moiano aveva deciso di rinunciare alla creme broulée, così assaporò l’ultimo sorso di Cognac, si alzò e si diresse verso l’uscita.
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mercoledì 9 settembre 2009
Peck Guignol

Mancano due giorni a Natale. Milano è addobbata a festa. Facciamo una passeggiata nei dintorni di piazza del Duomo e a un certo punto capitiamo da Peck. Come il resto della città, anche Peck è in festa. Entriamo. Se possibile tutto è ancora più opulento, esagerato e appariscente di sempre. Ad un certo punto, superata la zona gastronomia, l’angolo del pane, il settore della frutta e verdura fresca, finiamo nello spazio macelleria, affollatissimo di carampane vocianti. Lì, fra polli e tacchini, quarti di bue, cosce di vitello, fegatelli vari e compagnia cantando, c’è anche un maialino intero, adagiato a pancia sotto con la testa rivolta verso di noi. Non ricordo se ha addirittura la mela in bocca come vuole l'iconografia tradizionale ma insomma l’effetto è quello. Pietro lo vede e si avvicina al banco. Capita l’antifona, noi cerchiamo di catturare la sua attenzione e distoglierla verso qualcosa di meno truculento. Inutile. Lui non riesce a staccare il suo sguardo dallo sguardo vitreo del maialino. Si ipnotizzano a vicenda. Quando ha introiettato per bene la faccenda, scoppia a piangere disperato, e saranno veri cazzi per consolarlo. A chi è venuta in mente l’idea di entrare da Peck? A me, credo.
lunedì 7 settembre 2009
Il Lettore Di Libri
(seconda puntata)
A chi dovesse interessare, la prima puntata risale al 13 febbraio 2009
3.
Nel loculo dove leggo non ci sono molte comodità, né distrazioni. D’altronde devo leggere, non distrarmi, e a me va benissimo così.
L’unica cosa che mi concedo, di quando in quando, è un sorso di quella insapore bevanda scura e bollente che fuoriesce dalla macchinetta ogniqualvolta si preme con temerarietà il pulsante recante la scritta: caffè.
L’altroieri ero lì davanti alla macchinetta intento a rovistarmi le tasche alla ricerca di qualche spicciolo.
Di spiccioli manco l’ombra, ma in compenso ecco che ti salta fuori dalla tasca un foglietto di carta ingiallito e spiegazzato.
Ancora prima di iniziare a leggere mi interrogai sulla provenienza di quel foglietto dimenticato, e un flash improvviso mi riportò al momento in cui il volume della Treccani stava sorvolando silenziosamente la mia testa. Il ricordo era così vivo che mi è venuto da abbassarmi di scatto per evitare che il tomo mi colpisse. Subito dopo mi sono guardato intorno per vedere se qualcuno mi aveva notato. Fortunatamente nessuno mi nota mai. Che stupido!, pensai. D’altra parte mi ci sentivo spesso, stupido. Meglio ancora: inadeguato. Per l’esattezza mi sentivo così ogni volta che uscivo da un libro ed entravo nella cosiddetta realtà.
Non era scritto a mano ma battuto a macchina, e non appena i miei occhi si posarono su quel foglietto le mie gambe si fecero di burro. Ora svengo, pensai. Il motivo? Le lettere erano un po’ disallineate, e questo mi ricordò in un lampo la vecchia Lettera 22 che avevo amato perdutamente, più di qualunque fidanzata (se mai ne avessi avuta una) durante gli anni del liceo.
Quando ami, perdoni tutto. Di più e meglio: ami i difetti dell’amata o dell’amato come fossero virtù. Ora, che in questo caso l’amata non fosse un essere umano di sesso femminile ma una macchina da scrivere prodotta dalla Olivetti quando era la Olivetti, questo è solo un dettaglio irrilevante. Fatto sta che quelle lettere saltellanti mi procurarono una fitta di nostalgia quasi insostenibile.
Il significato delle parole formate dalle lettere danzanti, invece, mi risultò assolutamente incomprensibile:
“Mentisce chiunque dici, io sono. Fosti vivo, e sarai vivo col forse. Vivi le morti del tempo che fù, muori le vite del tempo che sarà. Finisce di morire chi muore, comincia a morire chi nasce. Ogni istante d’ora, scava un po’ di terra alla fossa: ogni fiato ne porta via una particella di vita.”
Talmente incomprensibile che decisi di dimenticarmene, ma invece conservai il foglietto per il modo sublime in cui era scritto. Meravigliosamente disordinato, intendo.
4.
Fu facile dimenticare quelle oscure parole anche perché erano giorni molto convulsi, per me, e io ero totalmente concentrato su un grande progetto. Ero da poco approdato nella nuova casa editrice, e il mio primo bambino stava per venire alla luce. Di lì a pochi giorni Glok la Sfinge sarebbe stato lanciato in tutto il paese con una tiratura straordinaria per una prima edizione: duecentomila copie. Era una grande dimostrazione di fiducia nei miei confronti, ma stranamente non provavo alcuna ansia, perché ero assolutamente sicuro che sarebbe stato un enorme successo.
Lo so che avevo fatto una cosa un po’ inusuale portandomi dietro il manoscritto di Glok dalla mia precedente casa editrice, ma devo dire che in quell’occasione il mio capo, il lanciatore di enciclopedie, si dimostrò molto generoso. Quando gli dissi che andavo via, nonostante fosse molto intristito mi disse che non mi serbava rancore, e per dimostrarmelo mi diede l’autorizzazione a portarmi via Glok la Sfinge, dicendomi che quella dovevo considerarla la mia dote.
Ora che ci ripenso, ricordo che sul punto di andare via dalla mia vecchia casa editrice per lanciarmi in questa nuova avventura c’è stato un momento in cui ho pensato che non fosse stata al cento per cento una mia decisione.
Vi racconto com’è andata, così anche voi potete farvi un’idea. Qualche giorno dopo il burrascoso incontro con il grande capo (quello con i tomi della Treccani che volavano da una parte all’altra ad altezza d’uomo) ricevo una telefonata inattesa. Doppiamente inattesa, anzi.
Il loculo dove vivo è appena più grande del loculo dove lavoro, essenzialmente perché ci sono un cesso e un angolo cottura. Che a dire il vero potrebbe anche non esserci. L’angolo cottura, intendo. Basterebbe un microonde, tanto quasi tutto quello che mangio proviene dalla rosticceria sotto casa. Quando poi non faccio troppo tardi e trovo ancora una succulenta mezza aragostina bollita, non mi serve manco il microonde. E’ già pronta, aperta, felice, e alla temperatura ottimale. Qualcuno potrebbe dire che il mio stile di vita è dispendioso. Quel qualcuno avrebbe ragione, infatti il mio conto in banca non conosce il colore nero da diversi anni. D’altra parte mi sono detto: Viaggiare: non viaggio. Fumare: non fumo. Donne: niente. Droghe: nemmeno. I libri me li passa la casa editrice. I film li scarico gratis da internet (questa non so se me la passano). Vestiti non ne compro. La mia macchina è ancora la Kadett color aragosta (ci sono delle costanti) che ho comprato usata nel 1985. Quindi vaffanculo, mi potrò anche concedere di comprare del cibo pronto, o no? Voglio vedere se qualcuno ci trova da ridire.
Che finisca alle 6 o alle 7, che finisca alle 9 o più tardi (e allora sono cazzi perché deve entrare in azione il microonde per scongelare qualcosa), che finisca pure a mezzanotte come accade spesso, la mia giornata finisce quando uscito dal loculo lavorativo entro nel loculo abitativo, e chiudo la porta dietro le mie spalle. E’ un gesto al quale attribuisco grande valore simbolico. In quel momento non chiudo solo la porta. In quel momento chiudo il mondo di fuori, e io mi chiudo dentro. In quel momento il mio loculo è il paradiso in terra, e io ne sono l’unico re e l’unico dio. In quel momento non esiste niente se non io, il mio libro e la mia generosa mezza aragostina che si offre in sacrificio per il piacere del suo padrone. Talvolta esiste anche una bottiglia di un buon Sauvignon del Collio, ma questo è un vero optional di felicità.
Mi trovavo in questo stato mentale (compreso il Sauvignon) quando è squillato il telefono. Il telefono fisso, quello di casa. Un suono per me talmente alieno che all’inizio pensavo suonasse dai vicini, quella manica di bastardi. Poi visto che insisteva ho cominciato, non senza bestemmiare tutti gli dei di tutte le religioni monoteistiche e politeistiche a me note, a cercare in ogni angolo della mia vasta magione l’origine di quel suono sconosciuto. Avrà squillato una ventina di volte prima che individuassi il telefono incastrato sotto il divano letto e una volta disincastrato l’oggetto misterioso riuscissi a sollevare la cornetta.
-Pronto, chi parla?
-Parlo con il dottor Bartoli?
-Visto che ha chiamato lei, prima mi dica con chi parlo io, poi casomai le dico con chi parla lei. (Eccheccavolo!)
-Ha ragione, mi scusi. Sono Cisnaghi, il CEO della casa editrice Filippini. Vorrei parlare con il dottor Bartoli. E’ lei?
-(Cazzarola!) Bartoli sono io, ma a dire il vero non sono dottore. Sono solo un umile editor.
La voce di Cisnaghi era calda e gioviale.
-Su, Bartoli. Non faccia il modesto. Ho sentito grandi cose su di lei. Sono felice di conoscerla, ma vorrei conoscerla meglio, e di persona. Cosa ne dice di vederci a pranzo domani, può?
E da chi le avrà sentite queste grandi cose su di me?
-Domani, domani, mi faccia controllare un attimo la mia agenda…
La mezza aragostina mi stava lanciando una mezza occhiata tra l’implorante e il geloso. Sorseggiai un goccio di Sauvignon che nel frattempo si era scaldato. Cazzo!
-Ok, domani a pranzo può andare, dottor Cisnaghi.
-Perfetto, allora. Ora la lascio. E mi scusi di averla disturbata a casa. Buonasera.
-Si figuri, buonasera. (pausa). A proposito, come ha avuto il mio numero di casa dato che non sono sull’elenco?
-…..
Un classico. Quello aveva riattaccato già da un pezzo. Se solo fossi un po’ più svelto a pensare. Ma si può chiedere a un bradipo di sfidare Usain Bolt sui cento metri? Certo che no.
A chi dovesse interessare, la prima puntata risale al 13 febbraio 2009
3.
Nel loculo dove leggo non ci sono molte comodità, né distrazioni. D’altronde devo leggere, non distrarmi, e a me va benissimo così.
L’unica cosa che mi concedo, di quando in quando, è un sorso di quella insapore bevanda scura e bollente che fuoriesce dalla macchinetta ogniqualvolta si preme con temerarietà il pulsante recante la scritta: caffè.
L’altroieri ero lì davanti alla macchinetta intento a rovistarmi le tasche alla ricerca di qualche spicciolo.
Di spiccioli manco l’ombra, ma in compenso ecco che ti salta fuori dalla tasca un foglietto di carta ingiallito e spiegazzato.
Ancora prima di iniziare a leggere mi interrogai sulla provenienza di quel foglietto dimenticato, e un flash improvviso mi riportò al momento in cui il volume della Treccani stava sorvolando silenziosamente la mia testa. Il ricordo era così vivo che mi è venuto da abbassarmi di scatto per evitare che il tomo mi colpisse. Subito dopo mi sono guardato intorno per vedere se qualcuno mi aveva notato. Fortunatamente nessuno mi nota mai. Che stupido!, pensai. D’altra parte mi ci sentivo spesso, stupido. Meglio ancora: inadeguato. Per l’esattezza mi sentivo così ogni volta che uscivo da un libro ed entravo nella cosiddetta realtà.
Non era scritto a mano ma battuto a macchina, e non appena i miei occhi si posarono su quel foglietto le mie gambe si fecero di burro. Ora svengo, pensai. Il motivo? Le lettere erano un po’ disallineate, e questo mi ricordò in un lampo la vecchia Lettera 22 che avevo amato perdutamente, più di qualunque fidanzata (se mai ne avessi avuta una) durante gli anni del liceo.
Quando ami, perdoni tutto. Di più e meglio: ami i difetti dell’amata o dell’amato come fossero virtù. Ora, che in questo caso l’amata non fosse un essere umano di sesso femminile ma una macchina da scrivere prodotta dalla Olivetti quando era la Olivetti, questo è solo un dettaglio irrilevante. Fatto sta che quelle lettere saltellanti mi procurarono una fitta di nostalgia quasi insostenibile.
Il significato delle parole formate dalle lettere danzanti, invece, mi risultò assolutamente incomprensibile:
“Mentisce chiunque dici, io sono. Fosti vivo, e sarai vivo col forse. Vivi le morti del tempo che fù, muori le vite del tempo che sarà. Finisce di morire chi muore, comincia a morire chi nasce. Ogni istante d’ora, scava un po’ di terra alla fossa: ogni fiato ne porta via una particella di vita.”
Talmente incomprensibile che decisi di dimenticarmene, ma invece conservai il foglietto per il modo sublime in cui era scritto. Meravigliosamente disordinato, intendo.
4.
Fu facile dimenticare quelle oscure parole anche perché erano giorni molto convulsi, per me, e io ero totalmente concentrato su un grande progetto. Ero da poco approdato nella nuova casa editrice, e il mio primo bambino stava per venire alla luce. Di lì a pochi giorni Glok la Sfinge sarebbe stato lanciato in tutto il paese con una tiratura straordinaria per una prima edizione: duecentomila copie. Era una grande dimostrazione di fiducia nei miei confronti, ma stranamente non provavo alcuna ansia, perché ero assolutamente sicuro che sarebbe stato un enorme successo.
Lo so che avevo fatto una cosa un po’ inusuale portandomi dietro il manoscritto di Glok dalla mia precedente casa editrice, ma devo dire che in quell’occasione il mio capo, il lanciatore di enciclopedie, si dimostrò molto generoso. Quando gli dissi che andavo via, nonostante fosse molto intristito mi disse che non mi serbava rancore, e per dimostrarmelo mi diede l’autorizzazione a portarmi via Glok la Sfinge, dicendomi che quella dovevo considerarla la mia dote.
Ora che ci ripenso, ricordo che sul punto di andare via dalla mia vecchia casa editrice per lanciarmi in questa nuova avventura c’è stato un momento in cui ho pensato che non fosse stata al cento per cento una mia decisione.
Vi racconto com’è andata, così anche voi potete farvi un’idea. Qualche giorno dopo il burrascoso incontro con il grande capo (quello con i tomi della Treccani che volavano da una parte all’altra ad altezza d’uomo) ricevo una telefonata inattesa. Doppiamente inattesa, anzi.
Il loculo dove vivo è appena più grande del loculo dove lavoro, essenzialmente perché ci sono un cesso e un angolo cottura. Che a dire il vero potrebbe anche non esserci. L’angolo cottura, intendo. Basterebbe un microonde, tanto quasi tutto quello che mangio proviene dalla rosticceria sotto casa. Quando poi non faccio troppo tardi e trovo ancora una succulenta mezza aragostina bollita, non mi serve manco il microonde. E’ già pronta, aperta, felice, e alla temperatura ottimale. Qualcuno potrebbe dire che il mio stile di vita è dispendioso. Quel qualcuno avrebbe ragione, infatti il mio conto in banca non conosce il colore nero da diversi anni. D’altra parte mi sono detto: Viaggiare: non viaggio. Fumare: non fumo. Donne: niente. Droghe: nemmeno. I libri me li passa la casa editrice. I film li scarico gratis da internet (questa non so se me la passano). Vestiti non ne compro. La mia macchina è ancora la Kadett color aragosta (ci sono delle costanti) che ho comprato usata nel 1985. Quindi vaffanculo, mi potrò anche concedere di comprare del cibo pronto, o no? Voglio vedere se qualcuno ci trova da ridire.
Che finisca alle 6 o alle 7, che finisca alle 9 o più tardi (e allora sono cazzi perché deve entrare in azione il microonde per scongelare qualcosa), che finisca pure a mezzanotte come accade spesso, la mia giornata finisce quando uscito dal loculo lavorativo entro nel loculo abitativo, e chiudo la porta dietro le mie spalle. E’ un gesto al quale attribuisco grande valore simbolico. In quel momento non chiudo solo la porta. In quel momento chiudo il mondo di fuori, e io mi chiudo dentro. In quel momento il mio loculo è il paradiso in terra, e io ne sono l’unico re e l’unico dio. In quel momento non esiste niente se non io, il mio libro e la mia generosa mezza aragostina che si offre in sacrificio per il piacere del suo padrone. Talvolta esiste anche una bottiglia di un buon Sauvignon del Collio, ma questo è un vero optional di felicità.
Mi trovavo in questo stato mentale (compreso il Sauvignon) quando è squillato il telefono. Il telefono fisso, quello di casa. Un suono per me talmente alieno che all’inizio pensavo suonasse dai vicini, quella manica di bastardi. Poi visto che insisteva ho cominciato, non senza bestemmiare tutti gli dei di tutte le religioni monoteistiche e politeistiche a me note, a cercare in ogni angolo della mia vasta magione l’origine di quel suono sconosciuto. Avrà squillato una ventina di volte prima che individuassi il telefono incastrato sotto il divano letto e una volta disincastrato l’oggetto misterioso riuscissi a sollevare la cornetta.
-Pronto, chi parla?
-Parlo con il dottor Bartoli?
-Visto che ha chiamato lei, prima mi dica con chi parlo io, poi casomai le dico con chi parla lei. (Eccheccavolo!)
-Ha ragione, mi scusi. Sono Cisnaghi, il CEO della casa editrice Filippini. Vorrei parlare con il dottor Bartoli. E’ lei?
-(Cazzarola!) Bartoli sono io, ma a dire il vero non sono dottore. Sono solo un umile editor.
La voce di Cisnaghi era calda e gioviale.
-Su, Bartoli. Non faccia il modesto. Ho sentito grandi cose su di lei. Sono felice di conoscerla, ma vorrei conoscerla meglio, e di persona. Cosa ne dice di vederci a pranzo domani, può?
E da chi le avrà sentite queste grandi cose su di me?
-Domani, domani, mi faccia controllare un attimo la mia agenda…
La mezza aragostina mi stava lanciando una mezza occhiata tra l’implorante e il geloso. Sorseggiai un goccio di Sauvignon che nel frattempo si era scaldato. Cazzo!
-Ok, domani a pranzo può andare, dottor Cisnaghi.
-Perfetto, allora. Ora la lascio. E mi scusi di averla disturbata a casa. Buonasera.
-Si figuri, buonasera. (pausa). A proposito, come ha avuto il mio numero di casa dato che non sono sull’elenco?
-…..
Un classico. Quello aveva riattaccato già da un pezzo. Se solo fossi un po’ più svelto a pensare. Ma si può chiedere a un bradipo di sfidare Usain Bolt sui cento metri? Certo che no.
lunedì 31 agosto 2009
La prima buona azione di Jerry Pasquali
Americano di origine italiana, Jerry Pasquali era nato e cresciuto nella zona più povera e malfamata del South Bronx, il quartiere più povero e malfamato di New York. Sopravvissuto miracolosamente, divenne copywriter in un'agenzia pubblicitaria di Manhattan, che non avrebbe mai più lasciato. Molti non sanno cosa voglia dire la parola copywriter, e la confondono spesso e volentieri con la parola copyright, dal significato totalmente diverso. Il copywriter, in buona sostanza, è colui il quale, nella divisione dei ruoli tipica di un'agenzia pubblicitaria, scrive i testi, i titoli e i cosiddetti slogan di un annuncio pubblicitario destinato ad essere pubblicato sulla stampa, o di uno spot, o di un comunicato radio e così via.
L'agenzia in cui aveva cominciato a lavorare era la Grant Castorini Jacobi, 22 Madison Avenue. Tutto iniziò in modo strano, e come spesso accade, casuale. Un giorno, a diciotto anni, gli capitò di consegnare una pizza coi peperoni a Lou Jacobi in persona. Erano le tre di notte. Lou Jacobi aveva i piedi sulla scrivania, la cravatta slacciata e la faccia giallo verde. Quando Jerry entrò nel suo ufficio, il vecchio Jacobi stava buttando giù un po' di Maalox con una smorfia che era tutto un programma.
-Sei il nuovo ragazzo di Al? lo apostrofò brusco Lou.
-Sì.
-E che ci fai ancora in piedi?
-Questa settimana ho il turno di notte. Lei lo sa qual è il nostro motto, no? "Se vuoi una pizza chiama Al, da mezzogiorno al canto del gal."
-Ti piace?
-Cosa.
-Il motto che mi hai appena recitato.
-Mi fa schifo. Ma perché me lo chiede?
-L'ho scritto io.
-Mi dispiace, signore.
-Non devi dispiacerti, ragazzo. Fa schifo anche a me. (Lou buttò giù una altro sorsetto di Maalox). E poi mi piace la sincerità. Pensi che potresti combinare qualcosa di meglio, con le parole?
-Penso di sì, signore.
-Bene, sei assunto in prova. Adesso togliti dai coglioni che devo scrivere altre zozzerie del genere. Presentati domani mattina alle nove.
Nove anni dopo questa conversazione, Jerry era stravaccato con i piedi piazzati sulla stessa scrivania, nello stesso ufficio, con gli occhi persi nello skyline notturno di Manhattan. Pensava al vecchio Lou Jacobi, morto di un attacco di ulcera perforata l'estate precedente, a quarantotto anni. L'attacco fatale gli era venuto dopo che un cliente aveva rifiutato un suo slogan per una nuova mozzarella ipocalorica. Come faceva quello slogan? E chi se lo ricorda. Jerry tirò fuori un piccolo specchio dal cassetto. Si guardò e gli venne il voltastomaco nel vedere il colore giallo verde della sua faccia. Preferì vedere nel piccolo specchio una strisciolina di coca, e poi non vederla più e sentirsela tutta bella sparata nel cervello moscio. Guardò l'ora. Le tre e mezza. E il foglio davanti a lui era pieno di merda. Non c'era neanche la traccia di un'idea decente, di un titolo efficace, di uno slogan convincente. Fra sei ore avrebbe dovuto presentare la campagna di lancio delle patatine Crocchissime, e non aveva niente in mano. Avrebbero perso il cliente. Jerry fu invaso da una sorta di fatalismo. Se il destino voleva che cadesse, non c'era proprio un cazzo da fare.
Suonò il citofono. Jerry, da solo in agenzia, andò a rispondere.
-Sì?
-E' qui l'agenzia Grant Castorini Jacobi Pasquali?
Jerry ebbe un brivido. Dei quattro nomi, il suo era l'unico appartenente a persona ancora vivente, o meglio sopravvivente.
-Sì, rispose.
-E' per quella pizza coi peperoni.
-118° piano.
-Cacchio!
-L'ascensore funziona.
-Beh, ci mancherebbe.
Il ragazzo avrà avuto 18 anni al massimo, e aveva l'aria malinconica e furba di chi si è fatto un gran culo per sopravvivere.
-Sei il nuovo ragazzo di Al?
-Sì.
-E' un po' tardi per stare ancora in giro, no?
-Che vuole, c'ho il turno di notte.
-Senti un po', come fa il nuovo motto della vostra pizzeria?
-E chi se lo ricorda.
-"Una pizza da Al, se vuoi dormire tra due guancial." Fa così mi sembra, vero?
-Già.
-E ti piace?
-Cosa.
-Il motto, lo slogan.
-Mi fa schifo. Mi piaceva di più quello vecchio. Perché?
-L'ho scritto io.
-E la pagano, per questo?
-Già. Sentì un po', visto che ti fa così schifo, pensi che saresti in grado di combinare qualcosa di meglio, con le parole?
-Penso di sì.
-Bene, allora... vaffanculo. Togliti di torno che c'ho da fare, coglione presuntuoso che non sei altro.
Il ragazzo ci restò molto male, ma mentre lo vedeva allontanarsi verso l'ascensore, Jerry Pasquali esultava in cuor suo, consapevole di aver fatto, per la prima volta nella sua vita, una buona azione.
L'agenzia in cui aveva cominciato a lavorare era la Grant Castorini Jacobi, 22 Madison Avenue. Tutto iniziò in modo strano, e come spesso accade, casuale. Un giorno, a diciotto anni, gli capitò di consegnare una pizza coi peperoni a Lou Jacobi in persona. Erano le tre di notte. Lou Jacobi aveva i piedi sulla scrivania, la cravatta slacciata e la faccia giallo verde. Quando Jerry entrò nel suo ufficio, il vecchio Jacobi stava buttando giù un po' di Maalox con una smorfia che era tutto un programma.
-Sei il nuovo ragazzo di Al? lo apostrofò brusco Lou.
-Sì.
-E che ci fai ancora in piedi?
-Questa settimana ho il turno di notte. Lei lo sa qual è il nostro motto, no? "Se vuoi una pizza chiama Al, da mezzogiorno al canto del gal."
-Ti piace?
-Cosa.
-Il motto che mi hai appena recitato.
-Mi fa schifo. Ma perché me lo chiede?
-L'ho scritto io.
-Mi dispiace, signore.
-Non devi dispiacerti, ragazzo. Fa schifo anche a me. (Lou buttò giù una altro sorsetto di Maalox). E poi mi piace la sincerità. Pensi che potresti combinare qualcosa di meglio, con le parole?
-Penso di sì, signore.
-Bene, sei assunto in prova. Adesso togliti dai coglioni che devo scrivere altre zozzerie del genere. Presentati domani mattina alle nove.
Nove anni dopo questa conversazione, Jerry era stravaccato con i piedi piazzati sulla stessa scrivania, nello stesso ufficio, con gli occhi persi nello skyline notturno di Manhattan. Pensava al vecchio Lou Jacobi, morto di un attacco di ulcera perforata l'estate precedente, a quarantotto anni. L'attacco fatale gli era venuto dopo che un cliente aveva rifiutato un suo slogan per una nuova mozzarella ipocalorica. Come faceva quello slogan? E chi se lo ricorda. Jerry tirò fuori un piccolo specchio dal cassetto. Si guardò e gli venne il voltastomaco nel vedere il colore giallo verde della sua faccia. Preferì vedere nel piccolo specchio una strisciolina di coca, e poi non vederla più e sentirsela tutta bella sparata nel cervello moscio. Guardò l'ora. Le tre e mezza. E il foglio davanti a lui era pieno di merda. Non c'era neanche la traccia di un'idea decente, di un titolo efficace, di uno slogan convincente. Fra sei ore avrebbe dovuto presentare la campagna di lancio delle patatine Crocchissime, e non aveva niente in mano. Avrebbero perso il cliente. Jerry fu invaso da una sorta di fatalismo. Se il destino voleva che cadesse, non c'era proprio un cazzo da fare.
Suonò il citofono. Jerry, da solo in agenzia, andò a rispondere.
-Sì?
-E' qui l'agenzia Grant Castorini Jacobi Pasquali?
Jerry ebbe un brivido. Dei quattro nomi, il suo era l'unico appartenente a persona ancora vivente, o meglio sopravvivente.
-Sì, rispose.
-E' per quella pizza coi peperoni.
-118° piano.
-Cacchio!
-L'ascensore funziona.
-Beh, ci mancherebbe.
Il ragazzo avrà avuto 18 anni al massimo, e aveva l'aria malinconica e furba di chi si è fatto un gran culo per sopravvivere.
-Sei il nuovo ragazzo di Al?
-Sì.
-E' un po' tardi per stare ancora in giro, no?
-Che vuole, c'ho il turno di notte.
-Senti un po', come fa il nuovo motto della vostra pizzeria?
-E chi se lo ricorda.
-"Una pizza da Al, se vuoi dormire tra due guancial." Fa così mi sembra, vero?
-Già.
-E ti piace?
-Cosa.
-Il motto, lo slogan.
-Mi fa schifo. Mi piaceva di più quello vecchio. Perché?
-L'ho scritto io.
-E la pagano, per questo?
-Già. Sentì un po', visto che ti fa così schifo, pensi che saresti in grado di combinare qualcosa di meglio, con le parole?
-Penso di sì.
-Bene, allora... vaffanculo. Togliti di torno che c'ho da fare, coglione presuntuoso che non sei altro.
Il ragazzo ci restò molto male, ma mentre lo vedeva allontanarsi verso l'ascensore, Jerry Pasquali esultava in cuor suo, consapevole di aver fatto, per la prima volta nella sua vita, una buona azione.
mercoledì 15 luglio 2009
Quello che so
Diciottesima puntata
42.
Pausa pranzo.
E questo era di per sé un avvenimento per il dott.Moiano, poiché per una volta aveva deciso di concedersi una vera pausa e un vero pranzo. Si sentiva inspiegabilmente di buon umore. Di un umore che non corrispondeva affatto al suo stato d’animo abituale. Riuscì per qualche minuto persino a dimenticarsi del vicolo cieco in cui si era cacciato con il caso Francesco M.
Arrivati alla creme broulée, di cui andava ghiottissimo e che aveva imposto anche al suo giovane subalterno, improvvisamente chiese:
"Senti un po’, Franco. Che ne dici se mi facessi chiamare Cal?
Cal Moiano?"
"Non so, dottore, io non…"
"Ti sembra strano? Lo trovi buffo?" (Questa frase la pronunciò imitando Joe Pesci in Goodfellas, ma non era sicuro che il ragazzo fosse in grado di cogliere la citazione).
"No, è che non capisco il motivo di questa…scelta."
"Sai, indagando su questo fottuto caso ho notato che nell’ambiente pubblicitario, a parte le dovute eccezioni fra le quali la nostra vittima, molti hanno la tendenza ad americanizzare il proprio nome, renderlo esotico, anche se vengono, chessò, da Matera o da Villa S.Giovanni. Forse è più glamour così, e anche più ciovane. Allora, ho pensato, Cal Moiano da Benevento, magari fa figo, no? Cosa ne dici tu, che sei ciovane? "
Il giovane Malegori era visibilmente confuso, così il dott. Moiano rimase a scrutarlo per qualche istante, molto divertito.
"Sei come mia moglie. Tu e lei non capite mai quando scherzo. Che noia." Disse Moiano sorridendo.
"Forse è perché lei non scherza mai, dottore."
"La finisci quella crema bruciata?"
"No, dottore, io non amo la creme broulée, come lei sa molto bene. In più mi si appiccica tutta ai denti e rischio di far saltare il provvisorio che ho qui a destra. Prego, la finisca lei."
"Se proprio insisti…Allora fammi il piacere, torna in ufficio e vedi se quella è arrivata. Ha chiesto di parlarmi, chissà cosa avrà ancora da dire, certamente niente che possa interessarmi. Casomai falla aspettare cinque minuti, offrile un caffè, un bicchier d’acqua. Io arrivo. Non si può mica mandare indietro questa prelibatezza."
43.
“In una cosa quella grandissima testa di cazzo ci aveva preso. E sa qual è?”
Calogero Moiano scosse il capo, in silenzio. La donna riprese a parlare.
“Il pesce pulitore lavora di notte. Il pesce pulitore ama la notte. Quella quiete, quel silenzio, che meraviglia. Proprio così: lei non immagina neanche lontanamente cosa diventi l’agenzia pubblicitaria, di notte. E’ un luogo incantato, è il paese delle meraviglie, per chi quelle meraviglie sa dove cercarle.”
Anche se di quando in quando si concedeva lunghe pause di riflessione, durante le quali aspirava lentamente le sue anacronistiche sigarette al mentolo, la donna sembrava avere voglia di parlare.
E Moiano la lasciò parlare, pur sospettando che non avrebbe rivelato niente di significativo ai fini dell’inchiesta.
“Sa dottore, i creativi sono come dei bambini viziati. Sono capricciosi, egocentrici, prepotenti, e anche disordinati, disorganizzati, presuntuosi.
Partendo dai Francesco M. di questo mondo e arrivando fino all’ultimo sfigato di stagista sbarcato ieri in agenzia, si sentono tutti delle superstar, primedonne piene di sé, boriosi come pavoni. Sono così arroganti da considerarsi persino i padroni delle loro stesse idee. Credono di avere il potere su quelle idee che fuoriescono da quelle testoline da mocciosi, credono di poterne disporre a piacimento. Pensi un po’. Ma non basta. Credono di essere in grado di poter decidere quali sono le buone idee e le cattive, usare il potere di discernimento e di giudizio, e attraverso questo potere pensano di tagliarci fuori, metterci in un angolo.
Che idioti.
E la cosa più idiota di tutte è che credono che al centro di questo loro ridicolo mondo delle favole ci sia il Direttore Creativo, il loro guru, il loro mentore e protettore, quello in grado di capire la potenzialità di un’idea e nutrirla, farla crescere, difenderla contro tutto e tutti, soprattutto contro i cattivi (che siamo noi) e spesso anche contro gli stessi clienti, che sono quelli che alla fine ci mettono i soldi. Se lo immagina questo ridicolo personaggio, il direttore creativo, che delle volte si sente un po’ come Andy Warhol alla sua Factory, e pontifica di pubblicità come se parlasse delle ultime tendenze dell’arte contemporanea? La sto annoiando, dott. Moiano?“
44.
Quello che so, pag. 34:
Quello che so è quello che vedo. Tutti i giorni da questa finestra vedo il mondo scorrere davanti a me.
Era gennaio, credo, di certo faceva un freddo cane, questo lo ricordo bene perché mi stupì molto vedere quel ragazzo in mezzo alla strada con addosso soltanto una camicia di cotone e un paio di jeans tutti zozzi e bucati. Nient'altro. Nemmeno le scarpe. E la prima cosa che ho notato di lui infatti sono stati i piedi. Sopra neri di fango e sotto rossi di freddo.
Non lava i vetri delle macchine, non vende accendini. Neanche importuna nessuno con la classica aggressività da semaforo.
Ciondola col suo sorriso ebete, e basta. La mano appena sollevata a mendicare senza convinzione camminando traballante da un'auto all'altra. Senza aspettare il cenno di rifiuto che tutti gli rivolgono. E sorride con l'aria di non rendersi conto, o di rendersi conto troppo bene.
Così il primo giorno.
Il secondo, uguale.
Il terzo nevica e lui ora ha i piedi bianchi e paonazzi. Bianchi sopra e paonazzi sotto.
Tutto il resto non cambia.
Il quarto giorno comincio a sentirmi a disagio e non capisco perché.
Il quinto giorno mentre lo sto guardando dalla finestra lui si volta come se sentisse il mio sguardo. Alza gli occhi e mi fissa sorridendo. La sua bocca sorride, i suoi occhi no. I suoi occhi sono buchi neri. I suoi occhi sono morti. Occhi da squalo. Le macchine partono sgommando impaurite dal ragazzo muto e sorridente. Lui ora non ciondola più. Lui ora guarda. I suoi occhi sono fissi nei miei. Abbasso precipitosamente le tapparelle della finestra.
42.
Pausa pranzo.
E questo era di per sé un avvenimento per il dott.Moiano, poiché per una volta aveva deciso di concedersi una vera pausa e un vero pranzo. Si sentiva inspiegabilmente di buon umore. Di un umore che non corrispondeva affatto al suo stato d’animo abituale. Riuscì per qualche minuto persino a dimenticarsi del vicolo cieco in cui si era cacciato con il caso Francesco M.
Arrivati alla creme broulée, di cui andava ghiottissimo e che aveva imposto anche al suo giovane subalterno, improvvisamente chiese:
"Senti un po’, Franco. Che ne dici se mi facessi chiamare Cal?
Cal Moiano?"
"Non so, dottore, io non…"
"Ti sembra strano? Lo trovi buffo?" (Questa frase la pronunciò imitando Joe Pesci in Goodfellas, ma non era sicuro che il ragazzo fosse in grado di cogliere la citazione).
"No, è che non capisco il motivo di questa…scelta."
"Sai, indagando su questo fottuto caso ho notato che nell’ambiente pubblicitario, a parte le dovute eccezioni fra le quali la nostra vittima, molti hanno la tendenza ad americanizzare il proprio nome, renderlo esotico, anche se vengono, chessò, da Matera o da Villa S.Giovanni. Forse è più glamour così, e anche più ciovane. Allora, ho pensato, Cal Moiano da Benevento, magari fa figo, no? Cosa ne dici tu, che sei ciovane? "
Il giovane Malegori era visibilmente confuso, così il dott. Moiano rimase a scrutarlo per qualche istante, molto divertito.
"Sei come mia moglie. Tu e lei non capite mai quando scherzo. Che noia." Disse Moiano sorridendo.
"Forse è perché lei non scherza mai, dottore."
"La finisci quella crema bruciata?"
"No, dottore, io non amo la creme broulée, come lei sa molto bene. In più mi si appiccica tutta ai denti e rischio di far saltare il provvisorio che ho qui a destra. Prego, la finisca lei."
"Se proprio insisti…Allora fammi il piacere, torna in ufficio e vedi se quella è arrivata. Ha chiesto di parlarmi, chissà cosa avrà ancora da dire, certamente niente che possa interessarmi. Casomai falla aspettare cinque minuti, offrile un caffè, un bicchier d’acqua. Io arrivo. Non si può mica mandare indietro questa prelibatezza."
43.
“In una cosa quella grandissima testa di cazzo ci aveva preso. E sa qual è?”
Calogero Moiano scosse il capo, in silenzio. La donna riprese a parlare.
“Il pesce pulitore lavora di notte. Il pesce pulitore ama la notte. Quella quiete, quel silenzio, che meraviglia. Proprio così: lei non immagina neanche lontanamente cosa diventi l’agenzia pubblicitaria, di notte. E’ un luogo incantato, è il paese delle meraviglie, per chi quelle meraviglie sa dove cercarle.”
Anche se di quando in quando si concedeva lunghe pause di riflessione, durante le quali aspirava lentamente le sue anacronistiche sigarette al mentolo, la donna sembrava avere voglia di parlare.
E Moiano la lasciò parlare, pur sospettando che non avrebbe rivelato niente di significativo ai fini dell’inchiesta.
“Sa dottore, i creativi sono come dei bambini viziati. Sono capricciosi, egocentrici, prepotenti, e anche disordinati, disorganizzati, presuntuosi.
Partendo dai Francesco M. di questo mondo e arrivando fino all’ultimo sfigato di stagista sbarcato ieri in agenzia, si sentono tutti delle superstar, primedonne piene di sé, boriosi come pavoni. Sono così arroganti da considerarsi persino i padroni delle loro stesse idee. Credono di avere il potere su quelle idee che fuoriescono da quelle testoline da mocciosi, credono di poterne disporre a piacimento. Pensi un po’. Ma non basta. Credono di essere in grado di poter decidere quali sono le buone idee e le cattive, usare il potere di discernimento e di giudizio, e attraverso questo potere pensano di tagliarci fuori, metterci in un angolo.
Che idioti.
E la cosa più idiota di tutte è che credono che al centro di questo loro ridicolo mondo delle favole ci sia il Direttore Creativo, il loro guru, il loro mentore e protettore, quello in grado di capire la potenzialità di un’idea e nutrirla, farla crescere, difenderla contro tutto e tutti, soprattutto contro i cattivi (che siamo noi) e spesso anche contro gli stessi clienti, che sono quelli che alla fine ci mettono i soldi. Se lo immagina questo ridicolo personaggio, il direttore creativo, che delle volte si sente un po’ come Andy Warhol alla sua Factory, e pontifica di pubblicità come se parlasse delle ultime tendenze dell’arte contemporanea? La sto annoiando, dott. Moiano?“
44.
Quello che so, pag. 34:
Quello che so è quello che vedo. Tutti i giorni da questa finestra vedo il mondo scorrere davanti a me.
Era gennaio, credo, di certo faceva un freddo cane, questo lo ricordo bene perché mi stupì molto vedere quel ragazzo in mezzo alla strada con addosso soltanto una camicia di cotone e un paio di jeans tutti zozzi e bucati. Nient'altro. Nemmeno le scarpe. E la prima cosa che ho notato di lui infatti sono stati i piedi. Sopra neri di fango e sotto rossi di freddo.
Non lava i vetri delle macchine, non vende accendini. Neanche importuna nessuno con la classica aggressività da semaforo.
Ciondola col suo sorriso ebete, e basta. La mano appena sollevata a mendicare senza convinzione camminando traballante da un'auto all'altra. Senza aspettare il cenno di rifiuto che tutti gli rivolgono. E sorride con l'aria di non rendersi conto, o di rendersi conto troppo bene.
Così il primo giorno.
Il secondo, uguale.
Il terzo nevica e lui ora ha i piedi bianchi e paonazzi. Bianchi sopra e paonazzi sotto.
Tutto il resto non cambia.
Il quarto giorno comincio a sentirmi a disagio e non capisco perché.
Il quinto giorno mentre lo sto guardando dalla finestra lui si volta come se sentisse il mio sguardo. Alza gli occhi e mi fissa sorridendo. La sua bocca sorride, i suoi occhi no. I suoi occhi sono buchi neri. I suoi occhi sono morti. Occhi da squalo. Le macchine partono sgommando impaurite dal ragazzo muto e sorridente. Lui ora non ciondola più. Lui ora guarda. I suoi occhi sono fissi nei miei. Abbasso precipitosamente le tapparelle della finestra.
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