martedì 5 maggio 2009

Quello che so

Sedicesima puntata

39.
Come al solito, il vecchio condizionatore non voleva saperne di partire. Come al solito, il dottor Calogero Moiano da Benevento gli assestò un potente calcione in un punto ben preciso, facilmente individuabile perché portava il segno di tutti i precedenti calcioni. Come al solito, il vecchio condizionatore partì sferragliando. Calogero Moiano allentò la cravatta, sollevò la cornetta del telefono e disse:
“Ok, possiamo cominciare.”
Dopo alcuni secondi entrò la donna, scortata dal giovane assistente di Moiano. Era sorridente e rilassata. La prima notte in carcere della sua vita non sembrava averla minimamente impressionata.
Anche se non è da escludere che la signora avrebbe potuto persino gradire, non ci fu bisogno di alcuna tortura per farla parlare. Quello che aveva deciso di raccontare lo raccontò tranquillamente. Quello che doveva rimanere nascosto, non ci sarebbe stata nessuna tortura capace di portarlo alla luce.
Moiano le indicò una sedia.
“Si accomodi. Posso offrirle una caffè?”
“Grazie. Dottor Moiano, prima che lei cominci a farmi le sue domande, posso farne io una a lei?”
“Prego.”
“Quando le avete messe, le nuove telecamere?”
Il dottor Moiano la guardò in silenzio.
“E’ così che mi avete scoperto, no?”
“Non sarei tenuto a risponderle, ma le rispondo. Le abbiamo installate il giorno dopo la morte di Francesco M. Non pensavo che avrebbero potuto esserci utili. Invece...”
“Che stupida a non averci pensato. Mi sentivo così sicura di me stessa perché mi muovevo nel mio ambiente, conoscevo l’esatta ubicazione di tutte le telecamere di controllo. Quello che si dice l’eccesso di sicurezza.”
“Doveva essere maledettamente importante recuperare quel libro, ma soprattutto quello che c’era dentro. Così importante da giustificare qualche rischio. Dopo averci dormito sopra, ora mi vuol dire cosa c’era, nel libro?”
“E’ un libro molto inspiring, come diciamo noi pubblicitari. Un libro che avevo voglia di rileggere, e non trovavo più la mia copia. Così ho pensato di farmelo prestare da Francesco. Tanto a lui non serviva più.”
“Non credo che così faremo tanta strada.”
Calogero Moiano aprì un cassetto della sua scrivania, e tirò fuori il diario di Francesco M. Lo appoggiò davanti alla donna, rivolto verso di lei.
“Io un’idea me la sono fatta. Lo riconosce?”
La donna non rispose. Calogero Moiano aprì il quaderno e lo sfogliò. Poi lo lasciò aperto davanti alla donna.
“Nota qualcosa di strano?”
“Manca una pagina.”
“E non una pagina qualsiasi.”
“No. Sembra proprio mancare l’ultima pagina.”
Ci fu qualche attimo di silenzio. Poi la donna decise che era arrivato il momento di smettere di giocare.
“Non la troverà mai. Si metta il cuore in pace.”
“Ci sono centinaia di sue impronte digitali su questo quaderno, e dappertutto nell’ufficio di Francesco M.”
“Certo. Ma sul corpo? Sul corpo di Francesco avete trovato le mie impronte?”
Calogero Moiano scosse lentamente il capo.
“Perché io Francesco non l’ho toccato. Ammetto che la notte in cui è stato ucciso, dopo che è stato ucciso, io sono andata nel suo ufficio a fare il mio lavoro. A pulire. Ho strappato quella pagina per portarla via, ma quando stavo per uscire dall’ufficio ho sentito dei rumori nel corridoio. Così l’ho nascosta dentro quel libro pensando di recuperarla in un secondo momento.“
“E’ tutto?”
“E’ tutto quello che sono disposta a raccontarle, dottor Moiano.”

40.
Calogero Moiano fissava la chiave senza decidersi a infilarla nella serratura. Gli era diventato ormai insopportabile rientrare a casa. Stava pregando intensamente che sua moglie fosse andata a giocare a bridge con le amiche, al cinema, a teatro, a una delle sue intollerabili feste di beneficenza, a scopare con qualcun altro. Dovunque, basta che non fosse in casa. Finita la preghiera, si decise. La casa era immersa nel buio. Era stato esaudito. Sul tavolo in cucina c’era un foglietto, con su scritto: “Pizza nel congelatore.”
Moiano se ne andò a letto velocemente, temendo che la donna potesse rientrare trovandolo ancora alzato.

domenica 3 maggio 2009

UN GIORNO, DUE RAGAZZE, DUE VECCHI

Sono le nove del mattino, è il giorno che precede la primavera, e il treno è appena partito.
Laura è seduta, un libro nuovo nuovo tra le mani, in un vagone completamente vuoto. I pendolari hanno affollato il treno precedente, e così per Laura è stato facile trovare un vagone deserto dove i pensieri del mattino abbiano spazio sufficiente per vagabondare senza ostacoli.

Sono le nove del mattino, è il giorno che precede la primavera, e Valeria non deve andare al lavoro. Prepara la sua colazione con calma, e si accuccia sul divano con il televisore sintonizzato sul canale numero sette. Oggi, pensa, mentre infila nella tazza un biscotto bianco e nero, potrebbe trascorrere un po’ di tempo con sua nonna.

Osserva le casette rosa che macchiettano i campi scorrere oltre il finestrino, Laura, e immagina le vite degli inquilini che le popolano, cercando di indovinarne il volto, il nome e la professione in base alla forma degli edifici. Il libro, tra le sue mani, è aperto a pagina sette.

Valeria scende le scale, abita al secondo piano di una villetta rosa che spunta come un fungo tra i campi. Al primo vivono sua madre e suo padre, mentre la nonna materna se ne sta solitaria al pian terreno. Valeria stringe tra le mani una scatola di cioccolatini: sua madre gli impedirebbe di regalarli alla nonna, ma questa mattina sua madre non c’è.

“La vuoi una caramella?” dice il vecchio sedendosi proprio di fronte a Laura. Il suo alito puzza di marcio e di alcol. Laura lo osserva frugarsi le tasche della giacca marrone, risponde “No, grazie” ma spera che il vecchio capisca “Mi lasci in pace, la prego”.

“Grazie, ma lo sai che la mamma non vuole!” dice la nonna. Dice proprio “la mamma”, anche se in realtà si tratta di sua figlia. “Un cioccolatino o due non ti manderanno mica all’ospedale” dice Valeria con gli occhi rivolti al cielo. “Oggi non lavori?” domanda la nonna, seduta al tavolo della cucina, scartando il primo cioccolatino.

“Senti” dice il vecchio senza tirare fuori le mani dalle tasche “se mi dici il tuo nome ti do una caramella”. Il taglio che nasconde dietro la barba si inarca ad imitazione di un sorriso. Laura cerca con gli occhi la presenza di qualcun altro tra i sedili, invano: “Le ho detto che non la voglio”.

Valeria e sua nonna sono sedute al tavolo della cucina, una di fronte all’altra. Tra un cioccolatino e l’altro parlano dell’arrivo della primavera, dei peschi che sono già in fiore, e dei prezzi del Conad, sempre più alti. Ogni tanto qualche parola proveniente dal televisore, rimasto acceso in salotto, riesce a farsi strada fino alla cucina, e s’infila nei loro discorsi.

Laura valuta il tempo che manca alla prossima fermata. Proprio nel momento in cui, raccolte le sue forze, è decisa ad alzarsi e infilarsi subito in un altro vagone, il vecchio le afferra un braccio fulmineo: “Dove vai?” le dice con quel taglio che si ritrova al posto di una bocca “Non vorrai mica andartene prima che ti abbia dato la mia caramella!”

A quanto pare sta andando in onda uno di quei programmi orribili, dove le persone mettono in piazza le loro tragedie, vere o presunte. Sembra che una donna stia raccontando il dramma di una violenza subita. Ma Valeria e sua nonna non si lasciano distrarre che per un istante. “Voglio darti una cosa” dice ad un certo punto la nonna, illuminata dalla luce della primavera.

Laura tira, cerca di divincolarsi, ma il vecchio ha più forza di lei. “Vieni qui!” le dice, tirandola a sé. “No!” grida Laura, “Mi lasci!” grida anche, “Mi lasci subito!” grida chiudendo gli occhi.

“Chiudi gli occhi” dice la nonna. Valeria ubbidisce e sente che le viene messo in mano qualcosa di freddo. Quando riapre gli occhi scopre nel suo palmo una fede. “Nonna.”, dice, perché è l’unica parola che le viene in mente. “Me l’aveva regalata il nonno, è stato un matrimonio lungo e sereno. Da oggi in poi la terrai tu”. “Ma nonna!” dice Valeria, di nuovo senza sapere cosa aggiungere.
“Spero che ti regali tanti giorni come questo” dice la nonna. Valeria sente gli occhi che le diventano umidi.

Laura piange, piange e grida aiuto. Grida aiuto e finalmente, con uno strattone, riesce a liberarsi dal vecchio. Scatta come una molla e corre via singhiozzando, mentre il treno rallenta placidamente fino a fermasi. Il vecchio raccoglie il libro e se lo ficca in tasca.

mercoledì 29 aprile 2009

Communication breakdown

Marco e Lorenzo erano imbarazzati. Dopo tutto quel tempo avevano perso l’abituale dimestichezza reciproca.
Marco trovava Lorenzo un po’ stempiato. Lorenzo trovava Marco un po’ appesantito. Rimasero qualche minuto in silenzio, facendo finta di guardare il menu dei cocktails.
Fu Marco a parlare per primo:
-Qui chi ci capisce è bravo.
-Mah, io tanto prendo un Negroni.
-Martini cocktail, per me, disse Marco al cameriere. Così ora non avevano più alibi.
-Quanto tempo è passato? Quattro anni? disse Lorenzo.
-Più di quattro e mezzo, quasi cinque.
-Già...
Ci fu un altro lungo intervallo di silenzio. La conversazione era molto faticosa, e come si dice stentava a decollare. Nessuno dei due d’altra parte sembrava particolarmente interessato a vederla decollare.
-Com'è quella cosa? I veri amici si riconoscono nel momento del bisogno.
Lorenzo fissò Marco negli occhi.
-Forse l’aggettivo non c’è. Non ce n’è bisogno. Comunque sì, è proprio così.
-Perché non mi hai risposto?
-Di che cazzo parli?
-Lo sai benissimo di che cazzo parlo. Io ti ho chiesto aiuto, Lorenzo.
-E io ti ho risposto di sì, ti ho detto che ero a tua disposizione. Non fare il furbo.
-Sei tu che stai facendo il furbo. Ma io mi alzo e me ne vado. Per me possono passare altri cinque anni.
-Anche dieci. Fai un po’ come cazzo ti pare.
Marco, che aveva fatto il gesto di alzarsi, si rimise a sedere. Si piegò sul tavolino sporgendosi verso l’ex amico. La fatica di parlare sottovoce mentre aveva voglia di urlare lo stava rendendo paonazzo. Sputacchiava anche un po’.
-Falla finita! Non mi hai mai risposto, cazzo! Più di un mese e mezzo sono stato ad aspettare la tua cazzo di risposta! Ogni cazzo di giorno aprivo la mail e rimanevo lì come uno stronzo a guardare il niente. Ogni cazzo di giorno per un mese e mezzo ho guardato il telefono per vedere se mi mandavi un cazzo di sms, se c’era una cazzo di chiamata non risposta o un cazzo di messaggio nella segreteria, per cui per favore fammi il cazzo di favore di risparmiarmi almeno questa umiliazione, cazzo!
-Senti Marco, vaffanculo, non parlare a me della tua umiliazione. Io cosa dovrei dire, allora, che mi sono messo a tua disposizione e poi non ho più saputo niente di te? Cos’è, il mio aiuto non ti andava bene, non era sufficiente per te? Cercavi qualcos’altro? Qualcosa di diverso? Qualcosa che ti poteva arrivare dai tuoi nuovi cazzo di amici di Facebook?
Marco fece una strana espressione.
-Dove mi hai risposto?
-Cioè?
-Hai fatto reply alla mia mail, o cosa?
-E chi se lo ricorda…No, mi sembra di averti mandato una mail su Facebook. Ci passavi le giornate, ho pensato che fosse il modo più veloce per risponderti.
Marco si appoggiò allo schienale della sedia. Ora non era più rosso. Ora era pallido.
-Mi ero rotto i coglioni, di Facebook. Improvvisamente mi sembrava tutto così…finto. Ho smesso di andarci. Poi dopo un po’ ho cancellato il mio account.
-Io non ho mai capito cosa ci trovassi, in Facebook. E’ una stronzata.
-Ci sono momenti in cui anche un’imitazione di amicizia è meglio di niente.
-Comunque non mi freghi. Quando ti arriva un messaggio su Facebook non ti arriva anche la notifica sulla mail?
-L’indirizzo mail a cui arrivava la notifica mi dava dei problemi. L'ho cambiato.
-E Myspace, e LinkedIn?
-Mi sono tirato fuori da tutti questi cazzo di social network. Erano diventati una specie di ossessione. Potevi telefonarmi però, Lorenzo. Ho dormito con il telefono sotto il cuscino per più di un mese, prima di buttarlo nel Naviglio Grande.
-Cazzo se ti ho chiamato! Ti avrò chiamato due o trecento volte, ho lasciato messaggi su messaggi. Poi francamente mi sono rotto i coglioni. Ho pensato che se non volevi il mio aiuto non te lo meritavi.
Marco ormai parlava con un filo di voce:
-A quale numero mi hai chiamato?
-Al tuo solito numero, quello dove ti ho chiamato oggi per metterci d’accordo sull’appuntamento.
-Quando mi hanno mandato via quel numero è stato disattivato, ed è rimasto inattivo per un paio di settimane. Poi l’ho riattivato facendo un contratto a mio nome.
-E tu, Marco, perché non mi hai chiamato?
-Ero ferito. Arrabbiato. Ti volevo vedere morto. Come potevo chiamarti dopo che mi avevi trattato in quel modo? Io ti chiedo aiuto in un momento faticoso della mia vita e tu non mi degni neanche di una risposta.
Arrivarono i cocktail. Marco e Lorenzo li bevvero velocemente senza parlare. Poi si alzarono e si diedero la mano. Peccato per gli stuzzichini, che in quel bar erano davvero ottimi.

Chi è chi

“Raccontami tutto. Non ho niente da raccontare. Invece sì, sono sicuro che, se vuoi, qualcosa da raccontare lo trovi. Va bene, è solo che non so da che parte cominciare. Comincia dalla fine: stai ancora bene con me? Questa è la cosa più difficile da dire. Difficile, che stronzata. Non ti ho mica chiesto: mi ami? E neanche la versione meno compromettente: mi vuoi bene? Allora c'è da rispondere: ti voglio (tanto, tantissimo, un sacco di, un mondo di) bene. Ti ho chiesto invece una cosa più piccola, concreta. Sicuro, sicuro, troppo. E per te sarebbe una domanda facile? Cosa vuol dire: stai ancora bene con me? Io non sto bene. Con te o senza di te. Niente furbizia per piacere. Forse è meglio lasciar perdere, fermarci qui. Neanche per idea. E allora lasciami parlare senza fare del sarcasmo gratuito. Non faccio del sarcasmo, solo vorrei che non eludessi il problema. Hai capito benissimo cosa ti ho chiesto. Nemmeno io sto bene. Però voglio sapere: ti faccio ridere, ti faccio godere, ti faccio dormire, ti faccio tristezza, ti faccio pensare? Dipende. No che non dipende. Invece sì, e tu lo sai benissimo. Perché tu sei il primo a mettere il proprio umore in cima a tutto il resto. Può darsi, ma non lo accetto. Ah, non lo accetti? Puoi dispensare gioia o dolore a seconda dei tuoi movimenti peristaltici ma non ne accetti le conseguenze. Non accetti che la vita possa essere governata da una legge così brutale, vero? Ma è proprio così. Ieri mi facevi ridere. Ieri mi facevi godere. Oggi no. Domani chi lo sa? O meglio ancora. Dieci minuti fa mi divertivi. Ora mi annoi. Ma fra dieci minuti? Adesso sei tu che mi annoi. Ne ero sicura. Sono io, ma è difficile ammetterlo. Guarda che non è la prima volta che succede. E' banale. Non ho mai preteso di essere eccezionale. Falso. E anche banale. E anche un po' meschino. Oh no, ancora una volta qui. Ancora una volta alla fine del giro, a rifare il biglietto per un'altra corsa. Ma il biglietto costa sempre più caro. Non fare il melodrammatico. Non ti consolerò per il dolore di avermi lasciato. Solo adesso mi rendo conto di quanto ho bisogno di te. Solo adesso mi rendo conto di quanto ti ho sopravvalutato, ma più che per un mio errore di valutazione, proprio per la tua capacità di fingere. Così bene da ingannare anche te stesso. E questa è l'unica attenuante che riesco a concederti. A concedermi. Non mi lasciare. Non mi seccare. Sei tu che mi lasci, stronzo. Fottiti.”

lunedì 27 aprile 2009

Il tempo ritrovato

Un giorno andai a trovare Anna, verso la fine di giugno. Era stanca ma di buon umore. Aveva già provato tutto, e sembrava sollevata dal fatto di non aver lasciato niente di intentato: i raggi, la chimica, i viaggi della speranza.
Diceva:
-La coscienza ce l'ho a posto. Almeno quella.
In quel periodo leggeva moltissimo e non usciva quasi più. Mi raccontò che aveva avuto per tanti anni nella libreria i sette volumi della Ricerca di Proust, Einaudi Editore, collana Gli Struzzi, la stessa edizione che avevo a casa io, e che non aveva mai avuto il coraggio di affrontarli.
-Dillo a me, quelli mi fissano ogni mattina solo per farmi sentire in colpa.
Ma ora quel coraggio l'aveva trovato, e si era buttata a capofitto in quell'impresa così impegnativa. Fra una chiacchiera e l'altra, quasi casualmente, quel pomeriggio mi disse sorridendo:
-Chissà se ce la farò a finirlo.
Lo disse con leggerezza, come avrei potuto dirlo io, con un riferimento alla mia pigrizia e alla rottura di palle per un libro che non finisce mai.
Non abbiamo mai parlato della morte, né mai pronunciato la parola cancro. Però stranamente non mi sembrava che ci fosse reticenza fra noi. Semplicemente, non era necessario essere brutali. Sulla porta mi disse:
-Abbracciami.
Portava sempre dei maglioni enormi perché aveva sempre freddo. Così prima di quel momento non avevo mai capito quanto fosse dimagrita.
Tre mesi dopo sua sorella mi diede una busta. Dentro c’era un foglio del suo bloc notes.
Lessi:
“Non ci crederai, ma ce l'ho fatta.
Te lo consiglio.
Ricordati di me.
Anna.”

lunedì 20 aprile 2009

Quello che so

Quindicesima puntata

38.
"Lei lo trova offensivo, quel termine? Insultante? Irridente, forse?"
La donna era seduta davanti alla scrivania di Calogero Moiano, proprio di fronte a lui, ma non sembrava stesse parlando con lui, quindi Moiano non si diede pena di rispondere. Lasciò semplicemente che il silenzio facesse il suo lavoro.
La donna espirò, e rimase a guardare affascinata gli anelli di fumo che salivano lentamente verso il soffitto.
Entrò l’assistente di Moiano, come sempre trafelatissimo.
Il dott. Moiano non disse nulla, e sollevò l’indice della mano sinistra verso il giovane, facendogli segno di lasciargli qualche secondo di tempo.
Sorprendentemente, il ragazzo capì e uscì in silenzio dall’ufficio.
"Come l’ha capito, dott. Moiano? Come ci è arrivato?"
"Non sono neanche sicuro di avere capito tutto, a dire la verità. Per esempio, una cosa che ancora non ho capito e perché lei è tornata in quell’ufficio. Perché si è presa questo rischio? Cosa cercava? Cosa c’era in quel libro? E ha trovato quello che cercava?"
"Accidenti quante domande. Riuscirà a trovare tutte le risposte, dott. Moiano?"
La donna sorrise, e per la prima volta guardò Moiano negli occhi, intensamente.
"Una cosa però l’ha capita, non è vero? D’altra parte non è così strano che un essere la cui missione nella vita si esaurisca nel tenere pulito l’acquario sia di sesso femminile, no? Il buon vecchio Francesco era uno stronzo maschilista, in fondo. Non gli piaceva l’idea di una donna che si facesse valere."
"Non ho mai creduto che il pesce pulitore potesse essere Roberto Benati. Per un certo periodo ho creduto invece che potesse essere Antonio U., mi sembrava il profilo giusto…"
La donna rise fragorosamente. Sembrava sinceramente divertita.
"Antonio U.? Poveretto, lui è solo un patetico burattino, un niente assoluto, perfetto per il ruolo che ha assunto."
"E chi è il burattinaio, allora?"
La donna smise di ridere. Il dott. Moiano aveva deciso che era arrivato il momento di provare a capirci qualcosa.
"Non ho più tanta voglia di giocare, signora, ora si fa sul serio."
"Il burattinaio, dice? E chi lo sa chi è il burattinaio? Forse non c’è un burattinaio. Forse ce ne sono tanti. L’unica cosa certa, dott. Moiano, è che niente è come sembra. Tutti questi buffoni che si dannano l’anima e si scannano per una miserabile briciola di pane, che credono di lottare per una fetta di potere, che sarebbero disposti a qualunque cosa pur di avere il loro momento di ridicola gloria, tutti loro si credono burattinai, ma non sono niente, niente di niente."
"E lei?"
"Io? Io sono solo un umile pesce pulitore, faccio il mio lavoro in silenzio, senza dare fastidio a nessuno. Io ascolto, imparo, so stare al mio posto, non insidio nessuno."
"Già, ma poi l’acquario si spopola. E magari così non le rimane più niente da…pulire."
Lo sguardo che la donna gli lanciò mise i brividi a Calogero Moiano. Sotto una sottilissima parvenza di finta umiltà impastata di innuendo sessuale, in quella donna si nascondeva qualcosa di freddo e implacabile che lo spaventava.
"A proposito di pulizie, cos’ha portato via dall’ufficio di Francesco M.? Cosa c’era in quel libro? Prima o poi dovrà dirmelo."
"E se non glielo dico cosa mi farà, dott. Moiano? Mi torturerà? E quali orribili torture ha in mente per me?"

domenica 19 aprile 2009

Le foglie morte

Lui faceva il gradasso ma per scherzo e per amore, lo faceva per lei. E ora noi, tutti gli autunni al morire delle foglie, non possiamo non ricordarlo con quell'aria sfrontata e sicura, finta. Lei amava i francesi e il loro charme, la pronuncia, la romance, la Senna e i colori pastello. Lui un po' goffo con il suo registratore a cassette, uno dei primi in circolazione, si presentò da lei con un braccio nascosto dietro la schiena, ed entrò in casa sorridendo. Lei anche sorrise, non capendo, e disse cosa vuoi, cosa nascondi? Ho un regalo per te, una sorpresa, disse lui emozionato come non si sa cosa.
Lei lo guardava in silenzio, mentre lui armeggiava coi fili e preparava la sorpresa. Lei lo guardava in silenzio e in silenzio lo amava da tanto, inconfessata. Notò le occhiaie profonde e il bianco negli occhi di lui tutto rosso, ma non poteva sapere della sua notte insonne, trascorsa nel delirio e nella fatica della creazione, e alle prese con non irrilevanti problemi tecnici.
Tutto pronto, mettiti comoda, abbassiamo un po' la luce, un pizzico di atmosfera, ma cosa mi vuoi fare? niente niente non ti preoccupare, voglio solo farti sentire una cosa, una cosa che ho fatto per te, e ti prego non ridere troppo ti prego.
Lei si accomodò in fondo al divano, rannicchiata e lontana, e fissò il registratore sul tavolino come fosse in trance, mentre lui premeva il pulsante play. Poi andò a sedersi anche lui, nell'ombra, mentre si sentiva avvampare e non voleva essere visto.
La sua voce uscì dal registratore improvvisa e lei fece un salto sul divano. E la sua voce disse: dedicato a Cristina.
Poi, dopo qualche secondo, iniziò quella musica inconfondibile. Ma ecco la sorpresa: al posto della voce di Yves Montand, o meglio sopra la voce di Yves Montand relegata in sottofondo c'era la voce di lui che cantava per lei. Con il suo francese approssimativo, con la sua intonazione un po' insicura, con il fiato corto nei passaggi più difficili, con due o tre sfondoni nel francese perché lui il francese aveva cominciato a studiarlo per lei, ma non è che lo conoscesse proprio bene.
Quando la canzone finì, rimasero in silenzio. Lei disse non accendere. E quando lui si avvicinò al divano, vide che aveva gli occhi lucidi. Non dissero altro, e per la prima volta si baciarono. Fu un bacio in verità piuttosto umido, circondato di lacrime calde che non si volevano fermare. Quando infine si fermarono lui tornò gradasso, e le disse: ti avevo chiesto di non ridere, ma mi hai preso troppo alla lettera.
E' così che Antonio, 68 anni, e Cristina, 60 anni, si dichiararono un reciproco amore che durava da tutta la vita e che avevano sempre taciuto. E' così che con tanta gioia e un velo di rimpianto per le troppe foglie cadute dietro di loro, si incamminarono insieme verso l'autunno.