(Tragicommedia ambientata nel magico mondo della pubblicità)
Decima puntata
28.
Roberto Benati esce di casa prima dell’alba, quando la città è ancora deserta. Non ci farà mai più ritorno. Prima di sparire per sempre, telefona al dottor Moiano e gli chiede se può andare a trovarlo un attimo. Il dottor Moiano gli risponde ma certo lei è sempre il benvenuto.
Quando si siede davanti al magistrato ha la faccia grigia e due occhiaie molto profonde. Il dottor Moiano, uomo discreto e riservato, non può fare a meno di chiedergli se si sente bene.
“Benissimo, è solo che ultimamente non dormo molto bene.” risponde Benati con aria assente.
“Vuole un caffè?”
“Mi scusi se la disturbo a quest’ora del mattino.”
“Non si preoccupi, anch’io sono molto mattiniero, ultimamente. Questo caso non mi lascia dormire.”
“Già, il caso. Come va, dottore? Sta seguendo qualche pista?”
“Sa che non potrei parlarne con lei, anche se volessi.”
“Perché sono un indiziato?”
“Questo conta poco, a dire la verità. Questo è il caso con il maggior numero di indiziati che mi sia mai capitato. Non ne posso parlare semplicemente perché l’inchiesta è ancora in corso, e come lei sa esiste il segreto istruttorio.”
“Allora forse può starmi ad ascoltare cinque minuti, se gliene parlo un po’ io.”
Benati non può vederle, ma le antenne del dottor Calogero Moiano si drizzano al massimo in una frazione di secondo.
“L’ascolto volentieri.”
“In realtà non credo di doverle dire niente di straordinario, o qualcosa che le possa dare una mano a risolvere il suo caso. Io…lei sa che ho perso da poco tutta la mia famiglia…”
“Sì lo so, mi dispiace, ma non capisco come…”
“Infatti non c’entra proprio niente. Mi viene in mente solo perché l’unico che sembrava essersi reso conto di quello che mi era capitato era Francesco M. Capisce? Uno così stronzo e spietato, una merda integrale…Voglio dire, non so bene neanch’io cosa voglio dire, non è che importi molto a questo punto. Però, ecco, Francesco non era quello che sembrava, o quantomeno non era soltanto quello che sembrava. Era molto di moda considerarlo e definirlo il perfetto stronzo perché lui per primo voleva essere considerato così. Ma insomma, la realtà era un po’ più complicata.”
“Perché mi dice questo? Perché adesso?”
“Non lo so…Voglio che lei sappia che non l’ho ucciso io, non avrei mai potuto. Mi ha dato una mano, ha cercato di aiutarmi a sopravvivere, e io mi vergogno di aver detto quelle cose su di lui quando ci siamo visti la prima volta. L’unica giustificazione che posso darmi e che probabilmente a lui avrebbe fatto piacere sentirsi dipingere così.”
Moiano vorrebbe rispondere che lo sa già, che ha dapprima cominciato a sospettarlo e poi a capirlo. Invece dice:
“E’ proprio sicuro di stare bene?”
L’altro lo guarda come se facesse fatica a riconoscerlo.
“Come? Oh, certo, le ho già detto che sto benissimo, mi sento anche un po’ più leggero adesso, ho depositato tutti i bagagli. Mi scusi ancora per il disturbo, arrivederci.”
Fa per alzarsi, ma il dottor Calogero Moiano lo trattiene con una mano appoggiata sul braccio. Vuole che quell’uomo sofferente resti ancora un po’ con lui.
“Non ho mai pensato che lei avesse ucciso Francesco M.” dice mentendo. “Comunque la ringrazio di avermi voluto dire queste cose. Senta, non ha proprio nient’altro da raccontarmi, è sicuro?”
C’è una pausa piuttosto lunga, di quel genere che ad un certo punto diventano imbarazzanti e senti il bisogno di schiarirti la gola o dire qualcosa sul tempo per riempire il silenzio. Il dottor Calogero Moiano ha già aperto la bocca per dire qualcosa, anche se non sa ancora cosa potrebbe dire, quando invece Roberto Benati risponde.
“Non era felice. Era spesso nervoso o cupo. Poi a volte diceva delle cose che non capivo, ma che evidentemente gli davano un po’ di sollievo.”
“Quali cose? Se ne ricorda qualcuna?”
“Beh, sì…negli ultimi tempi quando pranzavamo insieme o eravamo soli lui a volte mi diceva: “Roberto, forse sono ancora in tempo.” oppure “forse posso ancora farcela a rimediare.”
“E a cosa si riferiva?”
“Chi lo sa? Quando glielo chiedevo lui sorrideva e rispondeva “Lo so io, vedrai.”
29.
Quello che so, pagina 25:
‘Qualche giorno fa mi accorgo che l’acqua dentro il mio piccolo acquario in salotto è diventata torbida. Di nuovo. Che palle, non ho il tempo né la voglia di stare lì a pulire con la spazzola tutta quella merda.
Così vado al negozio dove l’ho comprato, e scopro l’esistenza del Pesce Pulitore. Ha delle piccole ventose nella parte inferiore del corpo, con le quali rimuove lo sporco dalle pareti dell’acquario. Tu guarda la natura cosa è un grado di inventare. Lo compro.
Quando lo libero dentro l’acquario tutti gli altri pesci corrono a nascondersi dietro le rocce o la vegetazione. Chissà perché, hanno paura. Ma forse è solo una mia impressione.
Il suo nome è gentile, singolarmente ingannevole. Farebbe pensare ad un timido esserino che svolga con diligenza l’umile mestiere di tenere l’acquario sgombro dalle alghe.
Non cadere in questa trappola, il pesce pulitore è un mostro, l’essenza stessa del male.
I condor e le iene sentono morire gli altri animali e arrivano a spazzare via tutto, ma non vivono insieme alle antilopi, non condividono le stesse passioni dei leoni, non bevono nel fiume fianco a fianco degli elefanti.
Il pesce pulitore vive con gli altri pesci, è uno di loro. Sembra uno di loro.
Si nasconde fra le piante, gioca a rincorrersi, e all’ora del rancio sbocconcella placidamente la sua razione.
Poi un giorno uno dei pesci manca all’appello, e noti che il pesce pulitore è impercettibilmente cresciuto, tanto impercettibilmente che stenti ad accorgertene, e più ancora a crederci.
Ci credi qualche giorno dopo, quando un altro pesce tropicale scompare dalla circolazione e vedi il pesce pulitore adagiato sul fondo, immobile.
Guardi meglio e capisci che il pesce pulitore non è adagiato proprio sul fondo, bensì su una lisca tropicale, ormai quasi completamente spolpata.
E’ cresciuto ancora un po’, ed è anche un po’ ingrassato. Intanto le pareti dell’acquario non sono più così limpide come i primi tempi, è subentrata un po’ di sciatteria nel modo in cui tiene pulita la casa.
Un giorno, quando dentro l’acquario da dieci che erano sono rimasti solo in due, lui e un nervosissimo pesciolino neon che ormai non è grande nemmeno un quinto del pesce pulitore, lo guardi in faccia con attenzione e ti sembra di vederlo sorridere, e non è un sorriso gentile e rassicurante come il suo nome farebbe pensare. Il suo sorriso ti fa rabbrividire. Ora sai chi è, sai qual è la sua natura, sai dove vuole arrivare.’
Le storie ci accompagnano. In tutti i momenti della nostra vita c'è sempre qualcuno che ce ne racconta una. Alcune sono belle, alcune brutte. Allegre, tristi, buffe, sinistre. O anche semplicemente noiose. Ma persino quando diciamo: "Dai, non raccontarmi storie", in fondo per noi le storie non sono mai abbastanza. C'è un modo personale di parlare di cose universali?
lunedì 16 marzo 2009
martedì 10 marzo 2009
Quello che so
(Tragicommedia ambientata nel magico mondo della pubblicità)
Nona puntata
25.
Nonostante ci fosse il memotac sulla porta, il giovane assistente del dottor Calogero Moiano entrò spedito, e per giunta senza bussare. Aveva la faccia tutta rossa e gli occhi quasi fuori dalle orbite. Moiano sollevò gli occhi dalla sua lettura e disse:
“Dalla tua faccia direi che hai scoperto qualcosa di interessante, Franco.”
“Ci può scommettere, dottore.”
“Io per abitudine non scommetto su niente, Franco. E in un caso come questo, meno che mai. Comunque, visto che sei entrato…”
“Li teneva per le palle, dottore. Tutti quanti.”
“Franco, per favore, vorrei che costruissi la frase in modo classico, come hai imparato a scuola: soggetto, predicato verbale, complemento oggetto. Sono piccoli e facili trucchetti, ma vedrai che così sarà più facile capirsi.”
Franco Malegori fece un lungo respiro e cercò di calmarsi. Anche se lo prendeva sempre in giro, il suo capo gli piaceva.
“La vittima, Francesco M., teneva per le palle tutti gli altri membri del consiglio di amministrazione della sua agenzia.”
“Siediti e raccontami tutto.”
“Lei sa che fino a poco tempo fa c’era un altro membro nel consiglio di amministrazione, Chris Connelly, un inglese che vive in Italia da tanti anni. Per l’esattezza era il presidente del consiglio di amministrazione. La carica formalmente più importante anche se poco più che onorifica. Se n’è andato improvvisamente tre mesi fa, e quando ho chiesto il motivo agli altri membri del consiglio, mi sono sembrati piuttosto evasivi. Così sono andato a trovarlo nella casa in Toscana dove si è ritirato, e lui mi ha raccontato una storia molto interessante. La vuole sentire?”
“Ho idea che siamo qui per questo.”
“Un giorno, all’incirca tre mesi fa, Francesco M. convoca gli altri e gli fa un discorso di questo genere: sentite, amici miei, ho pensato una cosa. Se io sono diventato il punto di riferimento, l’unico punto di riferimento, per quasi tutti i clienti di questa agenzia, è ora che questa agenzia in qualche modo mi riconosca il ruolo preminente che mi avete attribuito. Insomma, non voglio arrivare a dire che siete tutti qui a sbafo, ma poco ci manca. Quindi ho deciso quanto segue: primo, dal fatturato generato da ciascun cliente l’agenzia preleva una percentuale fissa, diciamo il 15%, e me lo versa. Secondo, da questo momento in poi, qui dentro voglio decidere tutto io, dallo stipendio dell’ultimo dipendente alle assunzioni delle segretarie, dal conto del bar al ristorante per la cena sociale. Se non vi sta bene non avete che da dirmelo e io me ne vado, però mi porto via tutti i clienti. L’avete detto voi che pendono dalle mie labbra, no?”
“Che figlio di zoccola…” Il dottor Calogero Moiano, suo malgrado, cominciava a provare una certa simpatia per quel patetico imbecille, come lo aveva chiamato solo poche ore prima.
“E’ la stessa cosa che devono aver pensato anche tutti gli altri, solo che poi ci hanno ripensato un attimo ed hanno capito che non potevano fare altro che accettare. In pratica si erano sparati nelle palle da soli.”
“E l’inglese, perché se n’è andato?”
“Che vuole, lui si era fatto un sacco di soldi negli anni passati, si era comprato una meravigliosa casa in Chianti, non aveva più voglia di tutto questo schifo, mi ha detto. Così ha detto vaffanculo, e arrivederci a tutti.”
“E perché mi hai raccontato tutto questo?”
“Dottore, mi sembra un movente perfetto. E’ anche una spiegazione plausibile dell’omicidio di gruppo, non le pare?”
Calogero Moiano sorrise, ma non era un sorriso allegro. “Già, avevamo proprio bisogno di un movente. E comunque, mi manca il quinto.”
“Prego?”
“L’inglese si era chiamato fuori, no? Inoltre, è stato lui a tirare fuori questa storia. Quindi possiamo presumere che lui non c’entri. Sei d’accordo, finora?”
Franco fece sì con la testa. Si stava sgonfiando come un palloncino bucato.
“L’anatomopatologo ha detto che aveva non meno di cinque impronte diverse, e loro, via l’inglese, sono rimasti in quattro. Ecco, mi manca il quinto.”
26.
Quello che so, pagina 19:
‘So che mi ci hanno spinto loro verso questo precipizio di cui non vedo il fondo, ma so anche che mi ci sono fatto spingere, che ho opposto ben poca resistenza. So che il mio sogno era un posto diverso da questo, un luogo silenzioso. L'aereo è una biblioteca, la biblioteca è un aereo. La biblioteca e l'aereo sono un ponte.
Due posti così diversi, ma con così tante cose in comune. (Una cosa in comune, a dire il vero, ma importantissima.) Un tempo tutto loro. Un tempo sospeso. Un tempo fermo fra due abissi di fluire nevrotico.
Quando abbandoni la luce del giorno, il traffico, i clacson delle macchine e la puzza di smog per attraversare il portone di legno intarsiato della tua Biblioteca stai salendo su quel ponte e non vuoi raggiungere l'altra riva, cominci a muoverti molto lentamente come nel film Nike con Michael Jordan che cattura lo spazio di tempo quasi immobile nella città che assiste al lancio di un pallone verso il canestro. Dalla mano di Michael Jordan al canestro c'è un ponte di tempo indisturbato, pienamente goduto. (L'unico pienamente goduto).
Così quando abbandoni il braccio pneumatico del terminal e sali su quel luogo extraterritoriale, un luogo che non appartiene a nessun luogo, c'è in qualche modo la stessa sacralità della biblioteca. Ti siedi nella tua poltrona, ti accomodi sul ponte sospeso fra due pezzi di mondo che continuano a correre come pazzi mentre il tuo tempo comincia a rallentare. L'aereo rulla sulla pista, acquista velocità, e il tuo tempo rallenta sempre più. L'aereo raggiunge la velocità massima, il punto di non ritorno, decolla, e il tuo tempo finalmente, magicamente si ferma. Più lungo sarà il volo, più tempo guadagnerai.
E' una bugia quindi, un fatale errore di prospettiva pensare che i lunghi viaggi transoceanici da un continente all'altro siano una perdita di tempo. Al contrario, mentre ai due punti estremi della linea del viaggio c'è la consunzione del tempo fisico che si brucia inutile in riunioni, telefonate, discussioni, umiliazioni, code in macchina, insomma nella vita di tutti i giorni, all'interno dello spazio irraggiungibile in cui ti trovi c'è il tempo per leggere, dormire, pensare, guardare il cielo e le nuvole e le stelle e la notte, non fare niente, insomma per vivere. (cfr. l’inesauribile miniera di sapienza costituita dall’orsetto di pezza Winnie the Pooh, per il quale ‘non fare niente’ equivale esattamente a ‘vivere’.)
Nella biblioteca la protezione del tempo immobile è spirituale, filosofica. Essa è il presupposto stesso dell'esistenza della biblioteca. Questo luogo nasce per salvare qualcosa (i libri, le storie, la conoscenza, le passioni) dalla distruzione operata dal tempo che passa di volta in volta sotto forma di tarme, inquisizione, nazisti, venditori di Publitalia. E quando ci entri senti che per quell'ora, quelle due o tre ore che rimarrai lì dentro sarai salvo anche tu, assediato forse ma salvo, ti senti partecipe e beneficiario di quell'opera meritoria. Sei in un luogo antico circondato da cose antiche, cose sopravvissute ai secoli che ancora ti raccontano delle storie, entri in un libro e poco dopo la mano che ti artiglia il cuore allenta la sua presa e si allontana, tanto sa che alla lunga vincerà, quindi può anche andare fuori ad aspettarti con calma.
Così nell'aereo la protezione del tempo immobile è fisica, tecnologica. Principalmente dovuta a quel fatale errore di prospettiva, al fatto che la maggior parte della gente là fuori, quelli che ti aspettano impazienti ai due lati della linea, i padroni del tuo tempo esterno, seduti in una sala riunione con dei lucidi già caricati sulla lavagna luminosa, considera questo tempo che stai vivendo, il tempo dello spostamento, un tempo perduto. Perduto per loro, guadagnato per te.
Se sei mai entrato in una biblioteca non puoi non aver notato una cosa straordinaria. Generalmente si trovano nel centro delle città, circondate dal traffico e dal rumore. Eppure dentro c'è un silenzio assoluto, irreale.
Così se hai volato almeno una volta su un aereo abbastanza nuovo, e non hai avuto la sfortuna di sederti proprio in fondo accanto ai motori, non avrai potuto fare a meno di notare il silenzio inatteso che regna all'interno, considerando il fracasso che gli aerei fanno da fuori, un silenzio rotto solo da un timido costante ronzìo di fondo, che sollecita il raccoglimento, la riflessione, infine il sonno e l'oblìo.
Ora non ho più silenzio, e il mio tempo appartiene a loro. Che almeno mi paghino.’
27.
“Sono ad un punto morto. Non so più da che parte andare. Forse questa storia è più grande di me.”
“Ti è capitato altre volte, caro. Poi alla fine ce l’hai sempre fatta.” La moglie del dottor Calogero Moiano soffiò sulle unghie per asciugare lo smalto, poi lanciò un sorriso affettuoso al marito.
“Questa volta è diverso, questa volta non ce la faccio, lo sento. E la cosa peggiore, la cosa che mi secca di più, è che mi rendo conto che mi sto affezionando ogni giorno di più a quel poveretto, capisci? Ogni giorno che passa vorrei risolverlo un po’ di più, questo caso, e ogni giorno che passa sento che mi sfugge un po’ di più.”
“Quante volte hai detto la parola ‘più’ in questa frase, caro?”
“E questo cosa c’entra?”
“Più vuol dire positività, energia, vita. Vuol dire che anche se ti sembra di allontanarti dalla soluzione, dentro di te hai l’energia positiva che ti serve per raggiungere il tuo obiettivo.”
Il dottor Calogero Moiano rimase qualche istante in silenzio, cercando di ricordare quale fosse il motivo preciso per il quale aveva sposato quella donna, poi disse: “Capisco.” e andò in cucina a stapparsi una birra.
Nona puntata
25.
Nonostante ci fosse il memotac sulla porta, il giovane assistente del dottor Calogero Moiano entrò spedito, e per giunta senza bussare. Aveva la faccia tutta rossa e gli occhi quasi fuori dalle orbite. Moiano sollevò gli occhi dalla sua lettura e disse:
“Dalla tua faccia direi che hai scoperto qualcosa di interessante, Franco.”
“Ci può scommettere, dottore.”
“Io per abitudine non scommetto su niente, Franco. E in un caso come questo, meno che mai. Comunque, visto che sei entrato…”
“Li teneva per le palle, dottore. Tutti quanti.”
“Franco, per favore, vorrei che costruissi la frase in modo classico, come hai imparato a scuola: soggetto, predicato verbale, complemento oggetto. Sono piccoli e facili trucchetti, ma vedrai che così sarà più facile capirsi.”
Franco Malegori fece un lungo respiro e cercò di calmarsi. Anche se lo prendeva sempre in giro, il suo capo gli piaceva.
“La vittima, Francesco M., teneva per le palle tutti gli altri membri del consiglio di amministrazione della sua agenzia.”
“Siediti e raccontami tutto.”
“Lei sa che fino a poco tempo fa c’era un altro membro nel consiglio di amministrazione, Chris Connelly, un inglese che vive in Italia da tanti anni. Per l’esattezza era il presidente del consiglio di amministrazione. La carica formalmente più importante anche se poco più che onorifica. Se n’è andato improvvisamente tre mesi fa, e quando ho chiesto il motivo agli altri membri del consiglio, mi sono sembrati piuttosto evasivi. Così sono andato a trovarlo nella casa in Toscana dove si è ritirato, e lui mi ha raccontato una storia molto interessante. La vuole sentire?”
“Ho idea che siamo qui per questo.”
“Un giorno, all’incirca tre mesi fa, Francesco M. convoca gli altri e gli fa un discorso di questo genere: sentite, amici miei, ho pensato una cosa. Se io sono diventato il punto di riferimento, l’unico punto di riferimento, per quasi tutti i clienti di questa agenzia, è ora che questa agenzia in qualche modo mi riconosca il ruolo preminente che mi avete attribuito. Insomma, non voglio arrivare a dire che siete tutti qui a sbafo, ma poco ci manca. Quindi ho deciso quanto segue: primo, dal fatturato generato da ciascun cliente l’agenzia preleva una percentuale fissa, diciamo il 15%, e me lo versa. Secondo, da questo momento in poi, qui dentro voglio decidere tutto io, dallo stipendio dell’ultimo dipendente alle assunzioni delle segretarie, dal conto del bar al ristorante per la cena sociale. Se non vi sta bene non avete che da dirmelo e io me ne vado, però mi porto via tutti i clienti. L’avete detto voi che pendono dalle mie labbra, no?”
“Che figlio di zoccola…” Il dottor Calogero Moiano, suo malgrado, cominciava a provare una certa simpatia per quel patetico imbecille, come lo aveva chiamato solo poche ore prima.
“E’ la stessa cosa che devono aver pensato anche tutti gli altri, solo che poi ci hanno ripensato un attimo ed hanno capito che non potevano fare altro che accettare. In pratica si erano sparati nelle palle da soli.”
“E l’inglese, perché se n’è andato?”
“Che vuole, lui si era fatto un sacco di soldi negli anni passati, si era comprato una meravigliosa casa in Chianti, non aveva più voglia di tutto questo schifo, mi ha detto. Così ha detto vaffanculo, e arrivederci a tutti.”
“E perché mi hai raccontato tutto questo?”
“Dottore, mi sembra un movente perfetto. E’ anche una spiegazione plausibile dell’omicidio di gruppo, non le pare?”
Calogero Moiano sorrise, ma non era un sorriso allegro. “Già, avevamo proprio bisogno di un movente. E comunque, mi manca il quinto.”
“Prego?”
“L’inglese si era chiamato fuori, no? Inoltre, è stato lui a tirare fuori questa storia. Quindi possiamo presumere che lui non c’entri. Sei d’accordo, finora?”
Franco fece sì con la testa. Si stava sgonfiando come un palloncino bucato.
“L’anatomopatologo ha detto che aveva non meno di cinque impronte diverse, e loro, via l’inglese, sono rimasti in quattro. Ecco, mi manca il quinto.”
26.
Quello che so, pagina 19:
‘So che mi ci hanno spinto loro verso questo precipizio di cui non vedo il fondo, ma so anche che mi ci sono fatto spingere, che ho opposto ben poca resistenza. So che il mio sogno era un posto diverso da questo, un luogo silenzioso. L'aereo è una biblioteca, la biblioteca è un aereo. La biblioteca e l'aereo sono un ponte.
Due posti così diversi, ma con così tante cose in comune. (Una cosa in comune, a dire il vero, ma importantissima.) Un tempo tutto loro. Un tempo sospeso. Un tempo fermo fra due abissi di fluire nevrotico.
Quando abbandoni la luce del giorno, il traffico, i clacson delle macchine e la puzza di smog per attraversare il portone di legno intarsiato della tua Biblioteca stai salendo su quel ponte e non vuoi raggiungere l'altra riva, cominci a muoverti molto lentamente come nel film Nike con Michael Jordan che cattura lo spazio di tempo quasi immobile nella città che assiste al lancio di un pallone verso il canestro. Dalla mano di Michael Jordan al canestro c'è un ponte di tempo indisturbato, pienamente goduto. (L'unico pienamente goduto).
Così quando abbandoni il braccio pneumatico del terminal e sali su quel luogo extraterritoriale, un luogo che non appartiene a nessun luogo, c'è in qualche modo la stessa sacralità della biblioteca. Ti siedi nella tua poltrona, ti accomodi sul ponte sospeso fra due pezzi di mondo che continuano a correre come pazzi mentre il tuo tempo comincia a rallentare. L'aereo rulla sulla pista, acquista velocità, e il tuo tempo rallenta sempre più. L'aereo raggiunge la velocità massima, il punto di non ritorno, decolla, e il tuo tempo finalmente, magicamente si ferma. Più lungo sarà il volo, più tempo guadagnerai.
E' una bugia quindi, un fatale errore di prospettiva pensare che i lunghi viaggi transoceanici da un continente all'altro siano una perdita di tempo. Al contrario, mentre ai due punti estremi della linea del viaggio c'è la consunzione del tempo fisico che si brucia inutile in riunioni, telefonate, discussioni, umiliazioni, code in macchina, insomma nella vita di tutti i giorni, all'interno dello spazio irraggiungibile in cui ti trovi c'è il tempo per leggere, dormire, pensare, guardare il cielo e le nuvole e le stelle e la notte, non fare niente, insomma per vivere. (cfr. l’inesauribile miniera di sapienza costituita dall’orsetto di pezza Winnie the Pooh, per il quale ‘non fare niente’ equivale esattamente a ‘vivere’.)
Nella biblioteca la protezione del tempo immobile è spirituale, filosofica. Essa è il presupposto stesso dell'esistenza della biblioteca. Questo luogo nasce per salvare qualcosa (i libri, le storie, la conoscenza, le passioni) dalla distruzione operata dal tempo che passa di volta in volta sotto forma di tarme, inquisizione, nazisti, venditori di Publitalia. E quando ci entri senti che per quell'ora, quelle due o tre ore che rimarrai lì dentro sarai salvo anche tu, assediato forse ma salvo, ti senti partecipe e beneficiario di quell'opera meritoria. Sei in un luogo antico circondato da cose antiche, cose sopravvissute ai secoli che ancora ti raccontano delle storie, entri in un libro e poco dopo la mano che ti artiglia il cuore allenta la sua presa e si allontana, tanto sa che alla lunga vincerà, quindi può anche andare fuori ad aspettarti con calma.
Così nell'aereo la protezione del tempo immobile è fisica, tecnologica. Principalmente dovuta a quel fatale errore di prospettiva, al fatto che la maggior parte della gente là fuori, quelli che ti aspettano impazienti ai due lati della linea, i padroni del tuo tempo esterno, seduti in una sala riunione con dei lucidi già caricati sulla lavagna luminosa, considera questo tempo che stai vivendo, il tempo dello spostamento, un tempo perduto. Perduto per loro, guadagnato per te.
Se sei mai entrato in una biblioteca non puoi non aver notato una cosa straordinaria. Generalmente si trovano nel centro delle città, circondate dal traffico e dal rumore. Eppure dentro c'è un silenzio assoluto, irreale.
Così se hai volato almeno una volta su un aereo abbastanza nuovo, e non hai avuto la sfortuna di sederti proprio in fondo accanto ai motori, non avrai potuto fare a meno di notare il silenzio inatteso che regna all'interno, considerando il fracasso che gli aerei fanno da fuori, un silenzio rotto solo da un timido costante ronzìo di fondo, che sollecita il raccoglimento, la riflessione, infine il sonno e l'oblìo.
Ora non ho più silenzio, e il mio tempo appartiene a loro. Che almeno mi paghino.’
27.
“Sono ad un punto morto. Non so più da che parte andare. Forse questa storia è più grande di me.”
“Ti è capitato altre volte, caro. Poi alla fine ce l’hai sempre fatta.” La moglie del dottor Calogero Moiano soffiò sulle unghie per asciugare lo smalto, poi lanciò un sorriso affettuoso al marito.
“Questa volta è diverso, questa volta non ce la faccio, lo sento. E la cosa peggiore, la cosa che mi secca di più, è che mi rendo conto che mi sto affezionando ogni giorno di più a quel poveretto, capisci? Ogni giorno che passa vorrei risolverlo un po’ di più, questo caso, e ogni giorno che passa sento che mi sfugge un po’ di più.”
“Quante volte hai detto la parola ‘più’ in questa frase, caro?”
“E questo cosa c’entra?”
“Più vuol dire positività, energia, vita. Vuol dire che anche se ti sembra di allontanarti dalla soluzione, dentro di te hai l’energia positiva che ti serve per raggiungere il tuo obiettivo.”
Il dottor Calogero Moiano rimase qualche istante in silenzio, cercando di ricordare quale fosse il motivo preciso per il quale aveva sposato quella donna, poi disse: “Capisco.” e andò in cucina a stapparsi una birra.
martedì 3 marzo 2009
Quello che so
(Tragicommedia ambientata nel magico mondo della pubblicità)
Ottava puntata
24.
Quello che so, pagina 15:
Faccio sogni strani, di recente. La notte scorsa nella mia testa c'è un grande banchetto.
Si svolge silenzioso ma molto allegro. Gli invitati si stanno divertendo, mentre sbocconcellano a pezzetti il tumore che esce dal mio stomaco. Qualcuno si occupa di tagliarlo e servirlo ai commensali, che mostrano di apprezzare. Le fette sono morbide e succulente, appoggiate su un letto di pesche caramellate. A vederlo lo scambieresti per fois gras intero, e anche il sapore non dev’essere molto diverso, a giudicare dai mugolii di piacere.
Non ho tanta voglia di assaggiarlo, anche se sono ghiotto di fois gras.
Chissà, forse non è il momento giusto. E poi non c’è nemmeno un calice di sauternes, come si fa?
Ma il tipo che taglia le fette è molto insistente, e se continuo a rifiutare finisce che si offende.
Così lo assaggio, controvoglia e per buona educazione come faccio praticamente tutto nella vita, e dio mi fulmini se non è il più sensazionale fois gras che abbia mai frequentato il mio palato.
Magicamente si materializza anche un calice di sauternes, quindi mentre mi nutro del mio cancro penso: il paradiso esiste.
Ottava puntata
24.
Quello che so, pagina 15:
Faccio sogni strani, di recente. La notte scorsa nella mia testa c'è un grande banchetto.
Si svolge silenzioso ma molto allegro. Gli invitati si stanno divertendo, mentre sbocconcellano a pezzetti il tumore che esce dal mio stomaco. Qualcuno si occupa di tagliarlo e servirlo ai commensali, che mostrano di apprezzare. Le fette sono morbide e succulente, appoggiate su un letto di pesche caramellate. A vederlo lo scambieresti per fois gras intero, e anche il sapore non dev’essere molto diverso, a giudicare dai mugolii di piacere.
Non ho tanta voglia di assaggiarlo, anche se sono ghiotto di fois gras.
Chissà, forse non è il momento giusto. E poi non c’è nemmeno un calice di sauternes, come si fa?
Ma il tipo che taglia le fette è molto insistente, e se continuo a rifiutare finisce che si offende.
Così lo assaggio, controvoglia e per buona educazione come faccio praticamente tutto nella vita, e dio mi fulmini se non è il più sensazionale fois gras che abbia mai frequentato il mio palato.
Magicamente si materializza anche un calice di sauternes, quindi mentre mi nutro del mio cancro penso: il paradiso esiste.
lunedì 2 marzo 2009
Un mattino
Un mattino, risvegliandosi un po' più tardi del solito, si sorprese nel vedere suo marito sdraiato accanto a lei. Sapendo già quel che non voleva sapere, avvicinò il suo volto a quello di lui, e si mise in ascolto: Giorgio non respirava più. Era morto nel sonno, stupidamente, semplicemente, a neanche quarant’anni. Ci siamo, pensò. Pensò che aveva trascorso metà della sua vita preparandosi a questo evento, e adesso era messa alla prova. Intendiamoci, non che suo marito fosse malato, tutt'altro. Era solo che lei aveva la fissazione della morte, sapeva che prima o poi sarebbe arrivata e non voleva farsi cogliere di sorpresa. Era sempre stata sicura che non sarebbe stata così fortunata da andarsene prima di lui e lasciare che restasse lui a cavarsela da solo. E infatti era stata lungimirante. Eccolo lì, lo stronzo. Il vigliacco, dimostrandosi vigliacco anche stavolta come sempre, se l'era svignata alla chetichella lasciandola in un mare di guai. Ma fortunatamente lei era preparata. La preparazione era cominciata per tempo, molti anni prima. Il principio fondamentale consisteva nel non affezionarsi mai a niente o a nessuno. Era stata la sua educazione religiosa a fortificarla in questo principio, insegnandole a non legarsi ai beni e agli affetti terreni per meglio predisporsi a quelli ultraterreni. Se c'era stato un tempo in cui aveva amato il marito, questo tempo era stato breve, e lei ne aveva perso la memoria. Dal giorno successivo al matrimonio il suo imperativo morale era stato: mai abbandonarsi, mai abbassare le difese, mai far vincere i sentimenti, le passioni, l'irrazionalità. E ancora: sempre pensarsi sola, mai confidare nell'altro, mai immaginarsi parte di qualcosa di più grande, perché tanto poi alla fine, nei momenti che contano, ognuno di noi è solo. La preparazione, ora, stava dando i suoi frutti. Dai suoi occhi, neanche una lacrima. Solo, inaspettatamente, uno stupido senso di vuoto. Allora si sentì tradita. Ma come, pensò, dopo tutta questa fatica per allontanarmi da lui, per ucciderlo molto prima che morisse, cosa c'entra adesso questa vertigine, questo buco alla bocca dello stomaco, questa spossatezza? Sentì improvvisa una gran voglia di andarsene, o meglio fuggire, darsela a gambe. Prese una piccola valigia e ci infilò dentro un paio di mutande, qualche maglietta e dei jeans, si guardò allo specchio ma non si truccò né si pettinò -le sembrava osceno- e uscì, inseguita da quell'immensa voragine nera che si stava aprendo dietro di lei. Guidando troppo velocemente verso l'aeroporto si chiese:
-Avrò chiuso il gas?
-Avrò chiuso il gas?
L'antipasto di Orlando
Di ritorno dall'isola del Giglio in una splendida giornata di sole pensai che avevo proprio bisogno dell'antipasto di Orlando. Ne seguì un quarto d'ora di ardua riflessione. Guardavo Cinzia che guardava l'orizzonte con lo sguardo beatamente assente negli occhi sereni e innocenti, e pensavo: "Te lo meriti, Cinzia?" Poi, visto che sono sempre stato un giocatore, osai:
"Cinzia, conosci l'antipasto di Orlando?" Non lo conosceva. Costeggiando la passeggiata a mare di Porto S. Stefano, ero distratto e pensieroso. Lei, di ottimo umore e molto loquace, mi domandava continuamente:
"Amore, ma cos'hai?" e non aspettava mai la risposta. Era abbronzata e si era tanto divertita al Giglio. Arrivammo da Orlando, ci accomodammo e ordinammo due antipasti di mare caldi, la specialità della casa. Incautamente mi feci travolgere dall'ottimismo. Presi a descrivere a Cinzia le meraviglie di quello che stavamo per mangiare, le parlai in termini accorati e poetici dei minuscoli moscardini e delle morbide piccole cozze fragranti, le confessai con trasporto che l'antipasto di Orlando era per me un'esperienza mistica prima ancora che un'esperienza culinaria. Lei mi osservava sinceramente divertita. Arrivò l'antipasto. Io lo amai in silenzio, Cinzia lo mangiò lasciando nel piatto alcune cozze e evitando di fare la scarpetta. Infine disse:
"Quanto olio! Troppo unto per i miei gusti." Il resto della conversazione fu piuttosto un soliloquio di Cinzia. Io non dissi più una parola e certamente dovevo apparire molto triste. Più tardi, nel pomeriggio, tornando indietro proposi di fare la strada panoramica. Lei aderì entusiasticamente. In alto fermai la macchina e dissi: godiamoci un po' di panorama.
Mentre Cinzia guardava il mare e le barche e il bellissimo tramonto voltandomi le spalle, io la colpii violentemente alla testa con una pala che avevo preso dal bagagliaio dell'auto. Trascinai il corpo per alcuni metri dietro i cespugli e cominciai a scavare. Il fetore diventò presto insopportabile, e dovetti fermarmi per legarmi un fazzoletto intorno al volto. Quando trovai gli altri cadaveri, presi il corpo di Cinzia e lo gettai nella fossa. Poi richiusi la buca e me ne andai, riflettendo sull'ingratitudine della gente.
"Cinzia, conosci l'antipasto di Orlando?" Non lo conosceva. Costeggiando la passeggiata a mare di Porto S. Stefano, ero distratto e pensieroso. Lei, di ottimo umore e molto loquace, mi domandava continuamente:
"Amore, ma cos'hai?" e non aspettava mai la risposta. Era abbronzata e si era tanto divertita al Giglio. Arrivammo da Orlando, ci accomodammo e ordinammo due antipasti di mare caldi, la specialità della casa. Incautamente mi feci travolgere dall'ottimismo. Presi a descrivere a Cinzia le meraviglie di quello che stavamo per mangiare, le parlai in termini accorati e poetici dei minuscoli moscardini e delle morbide piccole cozze fragranti, le confessai con trasporto che l'antipasto di Orlando era per me un'esperienza mistica prima ancora che un'esperienza culinaria. Lei mi osservava sinceramente divertita. Arrivò l'antipasto. Io lo amai in silenzio, Cinzia lo mangiò lasciando nel piatto alcune cozze e evitando di fare la scarpetta. Infine disse:
"Quanto olio! Troppo unto per i miei gusti." Il resto della conversazione fu piuttosto un soliloquio di Cinzia. Io non dissi più una parola e certamente dovevo apparire molto triste. Più tardi, nel pomeriggio, tornando indietro proposi di fare la strada panoramica. Lei aderì entusiasticamente. In alto fermai la macchina e dissi: godiamoci un po' di panorama.
Mentre Cinzia guardava il mare e le barche e il bellissimo tramonto voltandomi le spalle, io la colpii violentemente alla testa con una pala che avevo preso dal bagagliaio dell'auto. Trascinai il corpo per alcuni metri dietro i cespugli e cominciai a scavare. Il fetore diventò presto insopportabile, e dovetti fermarmi per legarmi un fazzoletto intorno al volto. Quando trovai gli altri cadaveri, presi il corpo di Cinzia e lo gettai nella fossa. Poi richiusi la buca e me ne andai, riflettendo sull'ingratitudine della gente.
Sfumature
Seduti l'uno di fronte all'altra, si guardavano negli occhi e parlavano poco. Il cibo era come sempre ottimo, il ristorante era il loro preferito. Tante altre volte in quel luogo si erano scambiati sguardi d'amore e detti parole d'amore. Improvvisamente il discorso vago e faticoso, che oscillava fra banalità e notizie di scarso interesse, subì una brusca virata quando lei disse:
- Ti vedo assente, e non mi piace.
Il dialogo continuò su questo tono per il resto della serata fino a quando lei disse, facendo attenzione a non drammatizzare troppo questa frase, a non renderla troppo minacciosa:
-Sarei capace di accettare qualsiasi cosa da te, qualsiasi tuo umore nero o qualunque silenzio, se almeno sapessi che tu mi ami, se ne avessi la certezza.
E subito cambiò discorso, con nochalance, per non metterlo in difficoltà. Ma avrebbe tanto voluto che lui cogliesse l'occasione per dirle: Sì, ti amo oppure Lo sai che ti amo, sciocchina, o qualsiasi altra stronzata del genere. Ma lui non colse l'occasione e rimase in silenzio. Lui la guardava, e sentiva che lei era qualcosa di meraviglioso, il più bel dono che la vita potesse fargli, sentiva di non meritare tanta fortuna, e provava affetto e tenerezza infinita per quella donna serena e sincera che aveva davanti. Lui avrebbe tanto voluto dirle, come le aveva detto tante volte in passato: Lo sai che ti amo sciocchina. Ma semplicemente non ci riuscì, e le parole rimasero chiuse dentro di lui. Di ritorno dal ristorante furono molto silenziosi, e per la prima volta da tanto tempo evitarono di guardarsi negli occhi.
- Ti vedo assente, e non mi piace.
Il dialogo continuò su questo tono per il resto della serata fino a quando lei disse, facendo attenzione a non drammatizzare troppo questa frase, a non renderla troppo minacciosa:
-Sarei capace di accettare qualsiasi cosa da te, qualsiasi tuo umore nero o qualunque silenzio, se almeno sapessi che tu mi ami, se ne avessi la certezza.
E subito cambiò discorso, con nochalance, per non metterlo in difficoltà. Ma avrebbe tanto voluto che lui cogliesse l'occasione per dirle: Sì, ti amo oppure Lo sai che ti amo, sciocchina, o qualsiasi altra stronzata del genere. Ma lui non colse l'occasione e rimase in silenzio. Lui la guardava, e sentiva che lei era qualcosa di meraviglioso, il più bel dono che la vita potesse fargli, sentiva di non meritare tanta fortuna, e provava affetto e tenerezza infinita per quella donna serena e sincera che aveva davanti. Lui avrebbe tanto voluto dirle, come le aveva detto tante volte in passato: Lo sai che ti amo sciocchina. Ma semplicemente non ci riuscì, e le parole rimasero chiuse dentro di lui. Di ritorno dal ristorante furono molto silenziosi, e per la prima volta da tanto tempo evitarono di guardarsi negli occhi.
giovedì 19 febbraio 2009
Quello che so
(Tragicommedia ambientata nel magico mondo della pubblicità)
Settima puntata
20.
Tutti gli impiegati dell’agenzia Altoprofilo si trovavano riuniti nella sala riunioni grande al secondo piano. Avrebbe dovuto parlare Stefano Massa in qualità di amministratore delegato, ma quella mattina aveva accusato un attacco di sciatica e non era riuscito ad alzarsi dal letto. Così, nel silenzio generale prese la parola Richard Young:
“Sono qui per dirvi due cose. La morte di Francesco è stata un fatto troppo terribile perché se ne potesse parlare. Una cosa che ci ha lasciato muti. Voi tutti eravate al funerale e avete salutato Francesco insieme a noi, all’inizio del suo ultimo viaggio. Lasciatemi dire che nel mio cuore, nel nostro cuore, Francesco non potrà mai essere sostituito…”
(pausa)
“…purtroppo però, o per fortuna, the show must go on, come diciamo noi americani, e in un’agenzia di successo come la nostra lo show va in onda quotidianamente, e non si può saltare neanche una replica. La seconda cosa che vi volevo dire è che abbiamo trovato a tempo di record quello che ci sembra il sostituto ideale di Francesco. E’ un uomo che ha condiviso con Francesco esperienze di lavoro importanti e un comune modo di intendere la creatività, è un uomo che Francesco rispettava e stimava, anche se in passato avevano avuto alcune piccole divergenze peraltro tipiche di un mestiere così sentito e viscerale come il nostro. In breve, è il nostro uomo. Signore e signori, vi presento il nuovo Direttore Creativo Esecutivo di Altoprofilo: Antonio U.
“Vedi? Come ti dico sempre io: al peggio non c’è mai fine.”
“Non ci credo.”
“Invece toccherà che cominci a crederci.”
“Dobbiamo subito cercare di scappare di qui.”
“Per andare dove?”
“Boh.”
21.
Quello che so, pagina 7:
‘Offrire la linea di minor resistenza. Ecco il segreto. L’ho capito abbastanza presto. Basta non opporsi al fluire dagli eventi, delle cose, dei gusti degli altri. Non cercare la ragione, la logica, il senso. Tutte cose superate. E’ una cosa che posso dire di sapere, l’ho imparato sulla mia pelle. C’è stato un momento, all’inizio, in cui diciamo che ci credevo. Credevo che questo lavoro, come tutti i lavori, potesse avere una sua etica interna, una sua deontologia. Non mi sono mai illuso che chi la seguiva venisse premiato in modo clamoroso, ma mi sono invece illuso che fosse possibile vivere, almeno sopravvivere dignitosamente, applicando questa forma di rigore a quello che si faceva, e che la virtù fosse premio a se stessa. Ora so che non è così. E’ necessario che lo sappiano tutti.’
22.
Il primo atto di Antonio U. come nuovo Direttore Creativo Esecutivo della agenzia di pubblicità Altoprofilo fu cambiare l’arredamento della stanza. Il secondo costringere tutti ad una manifestazione di sottomissione nei suoi confronti. Naturalmente tutti fecero ciò che Antonio U. esigeva. Ora si trovava nella sua stanza rimessa a nuovo seduto di fronte ad uno dei creativi più giovani, Massimo Serafini, un ragazzo di venticinque anni appena salito a Milano dalla Calabria.
“Devi dire che Francesco M. era una merda.”
“E’ proprio necessario?”
“Vuoi continuare a lavorare qui?”
“Sì, penso di sì.”
“Allora è proprio necessario.”
“Vabbene, se ci tieni. Francesco M. era una merda.”
“Benissimo. Ora devi dire: tu sei il miglior direttore creativo del mondo.”
“Forse sarebbe meglio se ci conoscessimo un po’, prima.”
“Credo che se continui così non avrai l’opportunità di conoscermi meglio, perché domani sarai fuori di qui.”
“Scusa, ma se non conosco nessun altro direttore creativo, come faccio a dire che…”
“Senti, mi hai rotto le palle, vattene fuori di qui…”
“Okay, okay, lo dico. Tu sei il miglior direttore creativo del mondo.”
“Ci voleva tanto? Mi hai fatto perdere un sacco di tempo per una cosa semplicissima. Ora togliti dai piedi.”
23.
Quello che so, pagina 12:
‘Ricordo molto bene il giorno in cui ho pensato: non si può essere un po’ stronzi e un po’ bravi ragazzi, figli di puttana a metà. Dare via solo un pezzetto di culo. Vendere un porzione mignon di anima. Se bisogna essere delle merde, bisogna esserlo fino in fondo, senza mezzi termini. Da lì è iniziata la mia fortuna.’
Settima puntata
20.
Tutti gli impiegati dell’agenzia Altoprofilo si trovavano riuniti nella sala riunioni grande al secondo piano. Avrebbe dovuto parlare Stefano Massa in qualità di amministratore delegato, ma quella mattina aveva accusato un attacco di sciatica e non era riuscito ad alzarsi dal letto. Così, nel silenzio generale prese la parola Richard Young:
“Sono qui per dirvi due cose. La morte di Francesco è stata un fatto troppo terribile perché se ne potesse parlare. Una cosa che ci ha lasciato muti. Voi tutti eravate al funerale e avete salutato Francesco insieme a noi, all’inizio del suo ultimo viaggio. Lasciatemi dire che nel mio cuore, nel nostro cuore, Francesco non potrà mai essere sostituito…”
(pausa)
“…purtroppo però, o per fortuna, the show must go on, come diciamo noi americani, e in un’agenzia di successo come la nostra lo show va in onda quotidianamente, e non si può saltare neanche una replica. La seconda cosa che vi volevo dire è che abbiamo trovato a tempo di record quello che ci sembra il sostituto ideale di Francesco. E’ un uomo che ha condiviso con Francesco esperienze di lavoro importanti e un comune modo di intendere la creatività, è un uomo che Francesco rispettava e stimava, anche se in passato avevano avuto alcune piccole divergenze peraltro tipiche di un mestiere così sentito e viscerale come il nostro. In breve, è il nostro uomo. Signore e signori, vi presento il nuovo Direttore Creativo Esecutivo di Altoprofilo: Antonio U.
“Vedi? Come ti dico sempre io: al peggio non c’è mai fine.”
“Non ci credo.”
“Invece toccherà che cominci a crederci.”
“Dobbiamo subito cercare di scappare di qui.”
“Per andare dove?”
“Boh.”
21.
Quello che so, pagina 7:
‘Offrire la linea di minor resistenza. Ecco il segreto. L’ho capito abbastanza presto. Basta non opporsi al fluire dagli eventi, delle cose, dei gusti degli altri. Non cercare la ragione, la logica, il senso. Tutte cose superate. E’ una cosa che posso dire di sapere, l’ho imparato sulla mia pelle. C’è stato un momento, all’inizio, in cui diciamo che ci credevo. Credevo che questo lavoro, come tutti i lavori, potesse avere una sua etica interna, una sua deontologia. Non mi sono mai illuso che chi la seguiva venisse premiato in modo clamoroso, ma mi sono invece illuso che fosse possibile vivere, almeno sopravvivere dignitosamente, applicando questa forma di rigore a quello che si faceva, e che la virtù fosse premio a se stessa. Ora so che non è così. E’ necessario che lo sappiano tutti.’
22.
Il primo atto di Antonio U. come nuovo Direttore Creativo Esecutivo della agenzia di pubblicità Altoprofilo fu cambiare l’arredamento della stanza. Il secondo costringere tutti ad una manifestazione di sottomissione nei suoi confronti. Naturalmente tutti fecero ciò che Antonio U. esigeva. Ora si trovava nella sua stanza rimessa a nuovo seduto di fronte ad uno dei creativi più giovani, Massimo Serafini, un ragazzo di venticinque anni appena salito a Milano dalla Calabria.
“Devi dire che Francesco M. era una merda.”
“E’ proprio necessario?”
“Vuoi continuare a lavorare qui?”
“Sì, penso di sì.”
“Allora è proprio necessario.”
“Vabbene, se ci tieni. Francesco M. era una merda.”
“Benissimo. Ora devi dire: tu sei il miglior direttore creativo del mondo.”
“Forse sarebbe meglio se ci conoscessimo un po’, prima.”
“Credo che se continui così non avrai l’opportunità di conoscermi meglio, perché domani sarai fuori di qui.”
“Scusa, ma se non conosco nessun altro direttore creativo, come faccio a dire che…”
“Senti, mi hai rotto le palle, vattene fuori di qui…”
“Okay, okay, lo dico. Tu sei il miglior direttore creativo del mondo.”
“Ci voleva tanto? Mi hai fatto perdere un sacco di tempo per una cosa semplicissima. Ora togliti dai piedi.”
23.
Quello che so, pagina 12:
‘Ricordo molto bene il giorno in cui ho pensato: non si può essere un po’ stronzi e un po’ bravi ragazzi, figli di puttana a metà. Dare via solo un pezzetto di culo. Vendere un porzione mignon di anima. Se bisogna essere delle merde, bisogna esserlo fino in fondo, senza mezzi termini. Da lì è iniziata la mia fortuna.’
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