Le storie ci accompagnano. In tutti i momenti della nostra vita c'è sempre qualcuno che ce ne racconta una. Alcune sono belle, alcune brutte. Allegre, tristi, buffe, sinistre. O anche semplicemente noiose. Ma persino quando diciamo: "Dai, non raccontarmi storie", in fondo per noi le storie non sono mai abbastanza. C'è un modo personale di parlare di cose universali?
domenica 10 marzo 2013
Dove eravamo rimasti
Ricordo che eravamo seduti al bar a chiacchierare del più e del meno, e a sorseggiare un aperitivo, quando lui mi disse:
-Sono un po’ preoccupato per il colore della mia merda.
-Va bene che ci conosciamo da quando eravamo in terza media, ma ti pare il caso di parlarmi della tua merda dopo quasi un anno che non ci vediamo?
Ci mettemmo a ridere, e quella fu l’ultima volta che ridemmo insieme con un residuo di quella spensieratezza che avevamo avuto in passato senza avere mai saputo di averla.
Le nostre strade si erano negli anni separate, ma non i nostri cuori. Vivevamo lontani e ci vedevamo sempre più raramente, a volte anche a distanza di diversi mesi l’una dall’altra. Ma ogni volta, magicamente, riprendevamo il discorso come se l’avessimo interrotto giusto il tempo di una pisciata o di un battito di ciglia.
Conosco molte persone con le quali mi accade l’esatto contrario: posso incontrarle anche venti volte in una settimana, e ogni volta ci troviamo a dover affrontare quel pesante strato di ghiaccio che si solidifica più rapidamente di qualsiasi nostro sforzo.
La differenza tra la giovinezza e quello che viene dopo, comunque lo si voglia chiamare, è che ad un certo punto improvvisamente ti ritrovi a parlare della tua pressione, dei capelli che ti cadono, del cazzo che non ti tira più, dei bozzi che ti spuntano addosso di qua e di là nel tuo vasto corpo incontrollabile.
E del preoccupante colore della tua merda.
Ineluttabilmente, il cemento più forte della nostra unione era che siamo sempre stati due ipocondriaci cacasotto, quindi la mia risposta sorpresa al bar era in fondo parte di un gioco delle parti, perché quello era esattamente uno dei nostri argomenti più classici e abituali.
Il nostro era un affettuoso esorcismo: lui non poteva pensare che io potessi morire, intendo realmente morire, io non potevo pensare che lui potesse realmente morire.
Invece lui aveva già cominciato a morire, anche se ancora nessuno di noi due lo sapeva.
Molti dei nostri amici comuni ad un certo punto non hanno più voluto vederlo: volevano ricordarlo com’era una volta, dicevano.
A me è successo invece di avere bisogno di rinnovare il suo ricordo ogni giorno.
Di avere bisogno di vedere il mio amico e accompagnarlo in quegli ultimi tre mesi, in cui ci siamo visti più volte che nei precedenti cinque anni.
Ci sono grosso modo due tipi di persone (o meglio, di atteggiamenti), penso, di fronte alla certezza della morte che sta arrivando. C’è chi si abbandona. E c’è chi lotta.
Lui ha lottato con una ferocia che non avrei mai sospettato, e so di dire una cosa quasi blasfema, ma la sua agonia mi è servita, mi ha aiutato a resistere al suo abbandono, e questo, credo, è il motivo per cui avevo così tanto bisogno di vederlo. Mentre moriva giorno dopo giorno io bevevo la sua rabbia di vita come ambrosia.
Ora sono qui da solo davanti alla sua tomba, dovrebbe piovere e invece è una giornata fastidiosamente bella. Come un’idiota gli parlo, e mi viene un po’ da ridere ripensando alle cazzate che abbiamo sparato in questi ultimi tre mesi. Tra l’altro abbiamo trovato il coraggio di raccontarci di tutte le donne che ci eravamo fregati a vicenda ai tempi del liceo. E naturalmente ci siamo resi conto che non c’era bisogno poi di tanto coraggio.
Parlavamo fitto quasi senza prendere fiato, più spesso parlavo io perché lui si stancava nel parlare ma mai nell’ascoltare, e c’era quel senso di urgenza, chiarissimo anche se mai dichiarato. Ricordo che ogni mattina quando di buon’ora arrivavo in ospedale e entravo nella sua stanza lui mi accoglieva invariabilmente con un sorriso e una domanda:
-Dove eravamo rimasti?
Anche lunedì scorso è andata così. Non so se aveva bisogno di salutarmi, forse sapeva che io avevo bisogno di salutare lui. Sono entrato e lui mi ha sorriso, come sempre, e come sempre mi ha fatto la domanda che era diventato il nostro rito benaugurale.
sabato 5 gennaio 2013
La scatola da scarpe
Un regalo strano l’ho ricevuto il giorno del mio dodicesimo compleanno. Avevo già avuto quello che desideravo e che mi aspettavo, ma mio padre disse:
-Non è finita.
Lo disse con un sorriso appena accennato che non riuscii ad interpretare. Guardai mia madre, che mi sembrò stupita. Mi ci gioco le palle che non ne sapeva niente neppure lei.
Il mio vecchio si alzò e andò in camera sua. Quando tornò in salotto aveva in mano un pacchetto della grandezza di una scatola da scarpe, avvolto in una carta da regalo rossa e abbellito da un nastro dorato.
Non me lo diede, però, e invece si rimise seduto sul divano con il pacchetto in grembo. Per un po’ nessuno disse niente.
Io non dicevo niente perché non ci capivo niente, e una delle poche cose che avevo imparato era che quando non ci capisci niente, la cosa migliore è startene zitto e ascoltare. Non ho mai capito granché della vita, devo dire, quindi questa regola mi è stata utile in diverse occasioni. E credo sarebbe molto utile a molta gente.
Comunque, dopo un intervallo di tempo piuttosto lungo, mio padre si decise:
-Andrea, questo è l’ultimo regalo per il tuo compleanno. E’ un regalo molto prezioso, ma ha una particolarità che necessita di una grande disciplina da parte tua.
Qui lasciò scivolare una delle sue irritanti pause alle quali attribuiva un grande effetto retorico, e che invece per me erano semplicemente pallose. Restai zitto, in attesa.
Mi fissò dritto negli occhi e con tono solenne continuò:
-La particolarità di questo regalo è che tu non devi aprire la scatola fino al giorno in cui arriverai alla mia età.
Rapido calcolo: 47-12=35. Cazzo, dovrei stare trentacinque anni senza aprire quella scatola? Ammazza che stronzo, pensai.
Lo pensai per la prima volta. Negli anni successivi lo avrei pensato tante altre volte. Ma quella prima volta lo pensai così forte che temetti l’avesse sentito. Per quanto ne sapevo potevo persino averlo detto senza accorgermene.
Dal fatto di non essere ribaltato da uno di quei manrovesci che mi assestava di quando in quando con le sue mani enormi, dedussi che non aveva sentito. Ma l’espressione della mia faccia parlava per me.
-Ora sei deluso, lo so. Non ti posso svelare niente a proposito del contenuto di questa scatola. L’unica cosa che posso dirti è che qui dentro c’è qualcosa della quale ora non sapresti che fartene, ma che ti sarà enormemente utile quando lo aprirai.
Se voleva consolarmi, non ottenne l’effetto desiderato. Rimasi in silenzio, ma confesso che un paio di lacrime mi rigarono le guance.
-Capisco che è difficile, Andrea. Ora ti consegnerò il tuo regalo, ma prima di farlo ho bisogno che tu faccia una cosa per me. Devi promettere sul tuo onore che non lo aprirai fino al giorno del tuo quarantasettesimo compleanno.
C’erano diverse cose che avevo voglia di fare, alcune delle quali non confessabili, ma certamente non avevo nessuna voglia di formulare una promessa così assurdamente contro natura. Sul mio onore, poi.
Ma inaspettatamente una voce che mi sembrava lontanissima, anche se proveniva dalla mia gola, disse:
-Lo prometto.
E il pacchetto divenne mio. Quando passò dalle grandi mani di mio padre alle mie piccole mani, rimasi stupito dal suo peso. Pensai: una cosa è certa, anche se sembra una scatola da scarpe dentro non ci sono delle scarpe, a meno che non siano delle scarpe di piombo.
Ieri ho compiuto 47 anni quasi senza accorgermene. Arriva l’età in cui non c’è molto da festeggiare. Mia madre è morta tre anni fa, mio padre morirà presto. Io sono solo, perché l’unica donna che ho amato veramente e con la quale avrei voluto e potuto vivere desiderava dei figli. Io no. Comunque potesse andare a finire tra noi, uno di noi avrebbe dovuto subire una scelta che non condivideva su un tema molto importante. Così è finita che ci siamo lasciati. Lei ora ha quattro figli, penso e spero che sia contenta. Ogni tanto ci sentiamo, per esempio quando mi chiama per farmi gli auguri di compleanno.
Non dimentica mai la data.
Anche ieri mi ha telefonato, è così che mi sono ricordato che era il mio compleanno. Non solo, mi ha anche ricordato quanti anni ho compiuto. Io ho un po’ perso il conto, o forse mi fa comodo crederlo.
-Quarantasette anni, accipicchia, vecchione. Come ti senti?
-Quarantasette? Sei proprio sicura? Non sono quarantasei?
-Non ci provare, Andrea. Sono quarantasette. Morto che parla.
(L’originalità dell’umorismo non è mai stata una sua dote. Ne aveva delle altre, di doti.)
Ci salutammo, e io mi sentivo strano, e mi chiedevo perché mi sentivo così strano. Doveva avere a che fare con il quarantasette, ma non sapevo in che modo.
Avete presente la sensazione che si prova quando non riesci a ricordarti il nome di un attore che conosci benissimo? Quella. Il nome è lì, davanti a te, ma non riesci a vederlo, o meglio lo vedi, sai che è lì, ma è come se improvvisamente fosse stato ricoperto da un velo di bambagia. Una sensazione di soffocamento.
Poi, improvvisamente come era arrivata, la nebbia si è alzata. E da sotto la nebbia è spuntata la scatola da scarpe.
In mezzo c’erano quei trentacinque anni. Senza averlo deciso, cominciai quasi involontariamente a passarli in rassegna.
Il ponte pericolante che separa quel bambino da quest’uomo solo e un po’ malinconico è pieno di giorni passati a guardare quella scatola proibita.
Per anni è sempre stata con me, a portata di mano. Tortura sublime.
Quante notti ho allungato il braccio fino a terra e sotto il letto a controllare che ci fosse, quando mi svegliavo sudato alle due o alle tre di notte. Quanti giorni sono tornato correndo a perdifiato da scuola terrorizzato dalla certezza che non l’avrei ritrovata, e invece era sempre là che mi aspettava. Quanti giorni dei miei successivi compleanni li ho trascorsi in trance a fissare quella scatola del cazzo, senza vedere altro che quella. Infinite volte allora ho maledetto mio padre, infinite volte ho alimentato il mio odio verso di lui, gli ho augurato la morte, me ne sono pentito, e poi gliel’ho augurata di nuovo.
In tutti quegli anni, anche se ne ho avuto spesso la tentazione, mai ho seriamente preso in considerazione l’ipotesi di aprirla. Come di solito accade, il motivo era in realtà una combinazione di motivi: parte obbligo morale di mantenere la parola data (il famoso onore), parte terrore superstizioso che se l’avessi aperta prima del tempo sarebbe successo qualcosa di simile a quello che accade quando i nazisti aprono l’arca dell’alleanza alla fine de I predatori dell’arca perduta di Spielberg.
Quando infine l’ossessione divenne insopportabile, presi una decisione dolorosa.
Non potevo distruggerla o gettarla via, ma dovevo allontanarla da me. Ormai per me era diventata come la Kriptonite verde per Superman. Finì in cantina, poi in soffitta, poi in un’altra cantina. Sempre viaggiando con me nei miei tanti traslochi e non abbandonandomi mai, ma a debita distanza.
Poi me ne dimenticai, fino a ieri.
Ieri. Avreste dovuto vedermi ieri in cantina, mentre come un pazzo aprivo scatoloni mezzo ammuffiti dall’umidità che si sgretolavano tra le mie mani in un crescendo parossistico mentre la disperazione alimentava la mia furia, e la mia furia accresceva la disperazione.
Quando avevo deciso che non l’avrei mai trovata, e avevo cominciato a prendere a calci e pugni il muro scrostato della cantina procurandomi varie abrasioni, la vidi. L’umidità aveva trasformato il rosso vivace della carta in cui era avvolta in un color mattone scuro, sembrava aver subito un processo di invecchiamento simile a quello dei vini d’annata. E dato che l’avevo infilata, secoli prima, in uno scaffale dietro ai vini, aveva finito per mimetizzarsi con essi.
Lo so che avrei dovuto tributare la giusta solennità all’apertura della scatola. Dopo tutto erano trentacinque anni che aspettavo questo momento. Ma non è così che vanno le cose. O almeno, non è così che è andata per me. Ho strappato la carta violentemente con le mani sanguinanti e ho sollevato il coperchio.
La scatola era piena di sabbia. Ci affondai le mani alla ricerca di qualcosa che potesse essere nascosto lì in mezzo. Niente. Solo sabbia a ricoprire altra sabbia. Il mio regalo tanto atteso.
Nonostante l’umidità della cantina, la sabbia si era conservata piuttosto asciutta. Ne presi in mano una bella manciata, e la lasciai scivolare lentamente tra le dita, rapito.
La corsia dell’ospedale era deserta, perché io riuscivo sempre ad arrivare quando i parenti degli altri malati se n’erano andati via. Lo trovai nel suo stato di perenne dormiveglia in cui lo teneva la morfina, buon per lui.
Socchiuse appena gli occhi quando mi sedetti accanto a lui e gli presi la mano.
Parlai sottovoce:
-Ciao papà. Ieri ho compiuto quarantasette anni, sai? Così ho aperto il tuo regalo.
Lui sollevò lo sguardo e mi fissò. Era già da tempo che aveva smesso di parlare.
-Ho capito, papà. Grazie. Volevo dirti solo questo.
Lui accennò un sorriso e quasi impercettibilmente annuì. Poi chiuse gli occhi.
sabato 10 marzo 2012
IL PARADOSSO (Un romanzo scritto male)
PROLOGO
(Conversazione tra l’autore e l’editore)
-Non so...
-Cosa?
-Non so, c’è qualcosa che non mi convince.
-Cosa?
-Non so dirti esattamente cosa...
-Provaci, non abbiamo più molto tempo.
-Il titolo è bello. Mi piace. Semplice, incisivo, attraente.
-Allora?
-Non so, Marco. E’ che forse... insomma... non mi sento tanto sicuro...insomma ho un problema...vabbè, lo dico: ho un problema con il sottotitolo.
-Lo sapevo. Lo sapevo, ci avrei giurato che alla fine ti saresti cagato sotto. Sei un codardo di merda.
-Marco, scusa, e se la gente lo prende sul serio? Mi sembra un approccio un po’ negativo. Non è proprio il massimo dal punto di vista marketing.
-Ne abbiamo parlato mille volte: si regge tutto su quel sottotitolo. Se manca quello, va tutto a farsi fottere. Eri d’accordo anche tu, brutto stronzo.
-Lo so, lo so, Marco. Ma ci ho ripensato, capita. E poi...
-E poi?
-L’ho fatto vedere anche a mia moglie. Mi fido molto di mia moglie, su queste cose. E lei sai cos’ha detto?
-Sto provando a immaginarlo, ma preferisco se me lo dici tu.
-Ha detto: “Se scrivete Un romanzo scritto male, la gente penserà che è un libro scritto male e non lo comprerà.
-Lorenzo, vai a cagare. E manda a cagare anche la tua signora da parte mia, per favore.
(Conversazione tra l’autore e l’editore)
-Non so...
-Cosa?
-Non so, c’è qualcosa che non mi convince.
-Cosa?
-Non so dirti esattamente cosa...
-Provaci, non abbiamo più molto tempo.
-Il titolo è bello. Mi piace. Semplice, incisivo, attraente.
-Allora?
-Non so, Marco. E’ che forse... insomma... non mi sento tanto sicuro...insomma ho un problema...vabbè, lo dico: ho un problema con il sottotitolo.
-Lo sapevo. Lo sapevo, ci avrei giurato che alla fine ti saresti cagato sotto. Sei un codardo di merda.
-Marco, scusa, e se la gente lo prende sul serio? Mi sembra un approccio un po’ negativo. Non è proprio il massimo dal punto di vista marketing.
-Ne abbiamo parlato mille volte: si regge tutto su quel sottotitolo. Se manca quello, va tutto a farsi fottere. Eri d’accordo anche tu, brutto stronzo.
-Lo so, lo so, Marco. Ma ci ho ripensato, capita. E poi...
-E poi?
-L’ho fatto vedere anche a mia moglie. Mi fido molto di mia moglie, su queste cose. E lei sai cos’ha detto?
-Sto provando a immaginarlo, ma preferisco se me lo dici tu.
-Ha detto: “Se scrivete Un romanzo scritto male, la gente penserà che è un libro scritto male e non lo comprerà.
-Lorenzo, vai a cagare. E manda a cagare anche la tua signora da parte mia, per favore.
martedì 12 luglio 2011
Storytelling in comunicazione
Questa non è una storia come tutte le altre. Questa è una storia sul raccontare storie. Sull'appassionarsi al raccontare storie, imparare a raccontarle, acquisire gli skill e gli strumenti necessari. In una parola: sull'avventura del comunicare. Qui c'è il Master in Copywriting che l'Università IULM ha avviato per la prima volta, e di cui sarò il coordinatore didattico. Nel link tutte le informazioni e il programma. Per iscriversi c'è tempo fino al 21 ottobre.
lunedì 20 giugno 2011
Rimozione
Non so resistere a una bella rimozione. Così quando sono fortunato e mi capita, non me la lascio di certo scappare. E’ uno spettacolo raro quanto sublime.
Vedere come il carro attrezzi si avvicina lentamente alla sua vittima, un’auto parcheggiata in un posto riservato ai portatori di handicap. Come il vigile, seduto accanto al posto di guida, scende e prima di tutto scrive la multa, poi con cura sistema il foglietto sul parabrezza dell’auto poi appoggia bene il tergicristalli sopra la notifica della multa in modo che non cada.
Se ci pensate, dal punto di vista pratico, tutto ciò è inutile, dal momento che l’auto verrà rimossa e con essa la multa.
Ma questa non è una procedura. Questa è una liturgia.
E’ la sacra liturgia del rispetto delle leggi. E’ uno dei momenti più alti di una democrazia in azione. Non è sopruso, non è arbitrio. E’ la vera libertà. Quella libertà di tutti che per non essere conculcata necessita del fatto che tutti rispettino le regole. E’ l’essenza del vivere sociale, ciò che infine ci distingue dalle bestie e da Capezzone (Filiberto Capezzone, un mio compagno di liceo che tirava sempre le caccole addosso alla prof. di matematica quando essa scriveva alla lavagna).
Vedere come il carro attrezzi si avvicina lentamente alla sua vittima, un’auto parcheggiata in un posto riservato ai portatori di handicap. Come il vigile, seduto accanto al posto di guida, scende e prima di tutto scrive la multa, poi con cura sistema il foglietto sul parabrezza dell’auto poi appoggia bene il tergicristalli sopra la notifica della multa in modo che non cada.
Se ci pensate, dal punto di vista pratico, tutto ciò è inutile, dal momento che l’auto verrà rimossa e con essa la multa.
Ma questa non è una procedura. Questa è una liturgia.
E’ la sacra liturgia del rispetto delle leggi. E’ uno dei momenti più alti di una democrazia in azione. Non è sopruso, non è arbitrio. E’ la vera libertà. Quella libertà di tutti che per non essere conculcata necessita del fatto che tutti rispettino le regole. E’ l’essenza del vivere sociale, ciò che infine ci distingue dalle bestie e da Capezzone (Filiberto Capezzone, un mio compagno di liceo che tirava sempre le caccole addosso alla prof. di matematica quando essa scriveva alla lavagna).
lunedì 13 giugno 2011
Le chiavi di casa
-Ciao, non ho riconosciuto il numero, da dove stai chiamando?
-Da una cabina telefonica. Anzi per l’esattezza da un Posto telefonico pubblico, non hai idea di cosa ho dovuto fare per trovarne uno. Ormai sono introvabili. Ti ricordi di quando le cabine del telefono erano a ogni angolo di strada?
-Sì, e di quando c’era la carta carbone, e le video cassette e il Carousel della Kodak, adesso non cominciare ti prego.
-Ok, ok, non ti scaldare. Ritarda l’accensione delle polveri ancora per un attimo.
-Che vuoi dire? (pausa) Ora che ci penso, perché non mi hai chiamato dal cellulare?
-E’ una storia lunga. Hai tempo e voglia di sentirla?
-Né l’uno né l’altra, veramente. Ma mi sa che mi toccherà ascoltarla comunque la tua storia. Cerca almeno di non tirarla troppo per le lunghe come tuo solito. Dunque? Te l’hanno rubato?
-Magari.
-Perché magari?
-Ne uscirei meglio. Un po’ meglio ai tuoi occhi intendo. Vittima innocente di un sopruso.
-Che palle con questa storia, Marco. Lo sapevo che finiva così. Se ti va di dirmi cosa è successo, dimmelo. Altrimenti facciamola finita subito. Ne ho le palle piene del tuo vittimismo.
-Lo sai quella specie di tombino che c’è proprio davanti al portone di casa? Quel cazzo di tombino di marmo con le fessure che mi ha sempre spaventato dal primo giorno che siamo arrivati lì?
-Non è un tombino. Altrimenti non ci sarebbero le fessure, e ho idea che se fosse un tombino non sarei qui a sentire questa storia. Allora, come ha fatto il tuo cellulare a finire dentro una fessura? L’avevi in mano e ti è scivolato, come ti scivola tutto da quelle mani di burro?
-Capisci perché ho risposto magari quando mi hai chiesto se me l’avevano rubato? Comunque no, era in tasca e mi è scivolato fuori dalla tasca. Che sfiga.
-E adesso dimmi perché non mi hai chiamato da casa, e sei andato a cercare un posto telefonico pubblico, ormai quasi introvabile.
-(silenzio)
-Ci sei ancora Marco? Guarda che non ho tutta la sera. Siamo appena tornati dal mare, quei due devono ancora fare la doccia e io non ho ancora cominciato a preparare la cena.
-Ha a che fare con il motivo per il quale mi è scivolato il telefono dalla tasca.
-Cioè?
-Non avevo il telefono in mano perché avevo le chiavi di casa, in mano. Stavo per aprire il portone. Quelle, mi sono scivolate dalle mani di burro.
-Non ci credo.
Mi sono buttato giù di colpo nel tentativo di prenderle al volo, e nel movimento mi è uscito il telefono dalla tasca. Le chiavi in una fessura, il telefono in un’altra.
-Non ci credo.
-E’ così. Ora puoi cominciare a sparare. Sono pronto.
-Non ci credo. Non puoi essere così coglione. E adesso?
-Dimmelo tu, adesso. Il palazzo è vuoto. Milano è vuota, non c’è un cane che mi possa ospitare, sono partiti tutti. E comunque non è che mi ricordi i numeri di telefono di tutti a memoria. Il biglietto del treno è in casa, la valigia è in casa, e io non ci posso entrare.
-Ok, mi fa veramente schifo buttare i nostri soldi così, ma l’unica cosa che puoi fare è andarti a cercare un albergo e poi domani mattina ricomprare il biglietto direttamente alla stazione. Come se navigassimo nell’oro, in questo momento.
-Non posso.
-Anche a me fa schifo buttare così i soldi che non abbiamo, come ho detto, ma non vedo altra soluzione.
-No, è che non posso proprio… avevo voglia di un gelato, così ho preso solo cinque euro e sono uscito. Senza portafoglio. Quindi senza documenti, senza carte di credito. E meno male che non ho trovato nemmeno una gelateria aperta, così ho risparmiato i soldi del gelato e ti ho potuto telefonare…
-(silenzio)
-Ci sei ancora, Raffaella? Ora non è che possa pensare di chiederti di mollare tutto e partire per venire a soccorrermi, dalla Puglia fino a Milano, con due bambini, il 13 agosto. Lo so perfettamente. E’ solo che mi sembra che stia andando tutto in malora, dentro la mia testa. Mi sembra di non riuscire a fare più niente. Che tutto mi sia precluso. Che tutto sia per me un ostacolo insormontabile. Ho paura di tutto. Come questa storia delle chiavi. E del telefono. Ogni volta che mi avvicinavo a casa ero ossessionato da quelle cazzo di fessure, pensavo cazzo, pensa se mi cadessero le chiavi lì dentro, magari in un momento che Raffaella non c’è, magari in un momento in cui il palazzo è vuoto, tipo verso ferragosto. E più ci pensavo più le mie mani tremavano, si facevano di burro. E stasera mi tremavano talmente forte che è successo. Non so neanche perché ti ho telefonato. Forse solo per sentire la tua voce. Per avere un po’ di conforto. Mi capisci?
-La mia pazienza e la mia comprensione sono esaurite, coglione. Vai a chiedere rifugio alla Caritas o all’Opera di San Francesco. Buonanotte. (click)
-Da una cabina telefonica. Anzi per l’esattezza da un Posto telefonico pubblico, non hai idea di cosa ho dovuto fare per trovarne uno. Ormai sono introvabili. Ti ricordi di quando le cabine del telefono erano a ogni angolo di strada?
-Sì, e di quando c’era la carta carbone, e le video cassette e il Carousel della Kodak, adesso non cominciare ti prego.
-Ok, ok, non ti scaldare. Ritarda l’accensione delle polveri ancora per un attimo.
-Che vuoi dire? (pausa) Ora che ci penso, perché non mi hai chiamato dal cellulare?
-E’ una storia lunga. Hai tempo e voglia di sentirla?
-Né l’uno né l’altra, veramente. Ma mi sa che mi toccherà ascoltarla comunque la tua storia. Cerca almeno di non tirarla troppo per le lunghe come tuo solito. Dunque? Te l’hanno rubato?
-Magari.
-Perché magari?
-Ne uscirei meglio. Un po’ meglio ai tuoi occhi intendo. Vittima innocente di un sopruso.
-Che palle con questa storia, Marco. Lo sapevo che finiva così. Se ti va di dirmi cosa è successo, dimmelo. Altrimenti facciamola finita subito. Ne ho le palle piene del tuo vittimismo.
-Lo sai quella specie di tombino che c’è proprio davanti al portone di casa? Quel cazzo di tombino di marmo con le fessure che mi ha sempre spaventato dal primo giorno che siamo arrivati lì?
-Non è un tombino. Altrimenti non ci sarebbero le fessure, e ho idea che se fosse un tombino non sarei qui a sentire questa storia. Allora, come ha fatto il tuo cellulare a finire dentro una fessura? L’avevi in mano e ti è scivolato, come ti scivola tutto da quelle mani di burro?
-Capisci perché ho risposto magari quando mi hai chiesto se me l’avevano rubato? Comunque no, era in tasca e mi è scivolato fuori dalla tasca. Che sfiga.
-E adesso dimmi perché non mi hai chiamato da casa, e sei andato a cercare un posto telefonico pubblico, ormai quasi introvabile.
-(silenzio)
-Ci sei ancora Marco? Guarda che non ho tutta la sera. Siamo appena tornati dal mare, quei due devono ancora fare la doccia e io non ho ancora cominciato a preparare la cena.
-Ha a che fare con il motivo per il quale mi è scivolato il telefono dalla tasca.
-Cioè?
-Non avevo il telefono in mano perché avevo le chiavi di casa, in mano. Stavo per aprire il portone. Quelle, mi sono scivolate dalle mani di burro.
-Non ci credo.
Mi sono buttato giù di colpo nel tentativo di prenderle al volo, e nel movimento mi è uscito il telefono dalla tasca. Le chiavi in una fessura, il telefono in un’altra.
-Non ci credo.
-E’ così. Ora puoi cominciare a sparare. Sono pronto.
-Non ci credo. Non puoi essere così coglione. E adesso?
-Dimmelo tu, adesso. Il palazzo è vuoto. Milano è vuota, non c’è un cane che mi possa ospitare, sono partiti tutti. E comunque non è che mi ricordi i numeri di telefono di tutti a memoria. Il biglietto del treno è in casa, la valigia è in casa, e io non ci posso entrare.
-Ok, mi fa veramente schifo buttare i nostri soldi così, ma l’unica cosa che puoi fare è andarti a cercare un albergo e poi domani mattina ricomprare il biglietto direttamente alla stazione. Come se navigassimo nell’oro, in questo momento.
-Non posso.
-Anche a me fa schifo buttare così i soldi che non abbiamo, come ho detto, ma non vedo altra soluzione.
-No, è che non posso proprio… avevo voglia di un gelato, così ho preso solo cinque euro e sono uscito. Senza portafoglio. Quindi senza documenti, senza carte di credito. E meno male che non ho trovato nemmeno una gelateria aperta, così ho risparmiato i soldi del gelato e ti ho potuto telefonare…
-(silenzio)
-Ci sei ancora, Raffaella? Ora non è che possa pensare di chiederti di mollare tutto e partire per venire a soccorrermi, dalla Puglia fino a Milano, con due bambini, il 13 agosto. Lo so perfettamente. E’ solo che mi sembra che stia andando tutto in malora, dentro la mia testa. Mi sembra di non riuscire a fare più niente. Che tutto mi sia precluso. Che tutto sia per me un ostacolo insormontabile. Ho paura di tutto. Come questa storia delle chiavi. E del telefono. Ogni volta che mi avvicinavo a casa ero ossessionato da quelle cazzo di fessure, pensavo cazzo, pensa se mi cadessero le chiavi lì dentro, magari in un momento che Raffaella non c’è, magari in un momento in cui il palazzo è vuoto, tipo verso ferragosto. E più ci pensavo più le mie mani tremavano, si facevano di burro. E stasera mi tremavano talmente forte che è successo. Non so neanche perché ti ho telefonato. Forse solo per sentire la tua voce. Per avere un po’ di conforto. Mi capisci?
-La mia pazienza e la mia comprensione sono esaurite, coglione. Vai a chiedere rifugio alla Caritas o all’Opera di San Francesco. Buonanotte. (click)
domenica 16 gennaio 2011
Il primo del 2011 (Caldo e freddo)
C'è un po' di sudore sotto il tuo piede, e mi piace. Sì, mi piace, perché mi dice, mi ricorda che questo calduccio ci protegge. Mi sveglio piano piano con una grande sensazione di beatitudine. Il mondo è fuori e noi siamo qui. Niente ci può toccare, niente ci può ferire. Siamo al sicuro, io e te. Ma tu chi sei? Così al buio, così all'improvviso, non saprei rispondere. Per quanti sforzi faccia non riesco a ricordarmi chi sei. Non ricordo dove ti ho incontrata né quando, non ricordo di averti parlato, né di averti scopata, ma evidentemente tutto questo è successo, visto che siamo insieme in questo letto. Che mal di testa, devo aver bevuto troppo anche se non ricordo nemmeno questo. Ho ancora sonno, e vorrei tanto girarmi dall'altra parte per godermi ancora un po' di riposo. Tocco di nuovo il tuo piede con il mio, e sento che è leggermente meno caldo di prima, anzi direi quasi freddo. Cerco di non rendermene conto, mentre il dolore alla bocca dello stomaco riprende a farsi sentire. Giocherello con il tuo piede inerte ancora per qualche minuto. Poi mi decido ad accendere la luce, e devo trattenermi per non vomitare. Ora ricordo tutto.
giovedì 30 dicembre 2010
Eventi
Siamo in macchina, Leandro ed io, ad aspettare che Serena e Gorka escano di casa, per cercare insieme di lenire questa noia che ci prende ogni anno, in questo periodo.
- Sai che oggi stavo per mettermi a lavorare? - mi dice Leandro - Ma sì, mi sono detto, tanto non c'è niente da fare. Aspetto sempre di trovare un po' di tempo libero per rilassarmi, poi quando sono in ferie non resisto. Inutile, mi rompo i coglioni.
Leandro piega il ginocchio sul cruscotto e con lo sguardo attraversa i vetri appannati dal freddo, poi dice:
- Minchia il giorno di Natale è peggio della Domenica, Cristo.
Non vediamo Serena e Gorka da più di un anno, il lavoro ci ha sparsi tutti in città diverse. E il Natale finisce per essere uno dei pochi momenti dell'anno per ritrovarci.
- Auguri! - sorridono venendoci incontro Gorka e Serena - Che si fa?
- Mah, un giro in macchina e una birra all' Anfora? - propongo. Illuso che possa bastare a far passare la serata. Serena sorride a Gorka che alza un sopracciglio, poi mi dice:
- Passiamo a prendere le sigarette.
Usciamo dal complesso di palazzine tutte rosa e ci dirigiamo verso il centro.
- Allora? Che ci raccontate? - domanda Serena.
- Gossip, nessuno. - rispondo io - Ma da quando sono arrivato, tutti mi parlano di un vulcano sommerso tornato in attività, a largo di Salina o Panarea, non ho ben capito. I pescatori delle Eolie hanno ritrovato centinaia di pesci morti, a galla, lungo un tratto di mare dove l'acqua bolle. Inoltre - dicono - che il 28 dicembre è previsto un mare moto, con onde alte 20, 30 metri. Tanto che - dicono - la protezione civile ha già acquistato migliaia di sacchi neri per imballare i morti del disastro.
- E anche i vivi. - si dice Leandro.
Gorka mima i movimenti di un surfista e dice: - Il mare moto, il mare moto.
- Ma tu ci credi? - mi domanda Serena.
- Ma quale mare moto, sono tutte minchiate. - mi anticipa Leandro.
- Io dico che una cosa del genere, oggi, si può prevedere. Poi, se non ci avvertono in tempo per evacuare, allora proprio non c'è speranza. Comunque, una mia amica laureata in scienze ambientali dice che il peggio può accadere solo se erutta l'isola di Vulcano. Perché non è in attività da tempo ed ha la bocca tappata. Se salta Vulcano, noi non esistiamo più.
- Un po' come con la Raffineria di Milazzo. - incalza Leandro, dopo aver acceso una sigaretta - O la Centrale Enel, che dicono produca solo vapore acqueo, ma qui la gente continua a morire di malattie polmonari, come se nulla fosse.
E sbuffa una nuvola di fumo, seguita da un leggero fremito alle palpebre, diventato cronico almeno quanto la mia tosse.
Accostiamo all'altezza di un distributore automatico di sigarette.
- Tu cosa vuoi? - domanda Serena a Leandro che con due dita rovista il fondo di un portamonete e dice:
- Diana, morbide. Eh, senti paga tu che poi ti offro la birra.
Poi si volta verso di me e un lampione gli illumina la fronte madida: - Guarda qua, ho un pugno di monetine di resto che se arriva un colpo di vento se ne volano via. Hanno più peso che valore.
- Puoi farci un cuscino. - gli rispondo io - Almeno ci dormi su.
Il tempo che Serena rientri in macchina, distribuisca i pacchetti, e ripartiamo, tutti sulla stessa barca. - Centro? - dico io.
- No dai, - si scazza Leandro - fumiamoci quest'altra sigaretta e poi andiamo a berci una birra.
Serena si aggrappa ai due sedili anteriori ed emerge fra me e Leandro:
- Avete sentito al telegiornale di quella pioggia di pesci?
- Dove? - la guardo nello specchietto retrovisore.
- Non ricordo. - poi si volta: - Gorka dov'è successo?
- Credo in un paesino del nord Italia.
Continua Serena: - Praticamente c'è stato un temporale, e una tromba d'aria ha risucchiato i pesci dal mare, o da un fiume, o forse da un lago. Vabbè, sta il fatto che dopo questa tromba d'aria si è riversata sul paese una pioggia di pesci. Al telegiornale facevano vedere le casalinghe che riempivano le ceste con i pesci piovuti dal cielo.
Svoltiamo sulla strada panoramica, lungo il mar di ponente, dove di giorno si vedono le Eolie che dormono sul filo dell'orizzonte. Adesso è notte e in fondo al buio le piccole luci delle case di Lipari si confondono con le stelle.
- A proposito di trombe d'aria, riprendo io, avete mai visto delle code di ratto?
- Che schifo. - fa Serena con una smorfia.
- Sono delle piccole trombe d'aria che a distanza sembrano delle vere e proprie code di topo che piroettano. Spesso d'inverno se ne vedono lungo la costa. Dicono che i pescatori di queste parti conoscono delle filastrocche per tagliare in due le code di ratto. Saranno rimasti in pochi, ma ci sono. Immaginatevi delle code di ratto lungo la spiaggia di ponente e i vecchi pescatori che vanno in spiaggia a cantargli contro. E il bello è che funziona. Vi giuro, una volta ero a correre in spiaggia, a un certo punto alzo gli occhi e vedo a distanza una, due, tre code di ratto. Una paura. Mi sono detto: minchia e adesso? Se mi risucchiano chissà dove cazzo vado a finire. A un certo punto vedo che una coda di ratto si strozza in due e piano piano si ritira verso l'alto. Vi dico una di quelle cose che nel mentre dici: vaffanculo tutto. Poi mi hanno raccontato dei pescatori e delle filastrocche. Io non è che ci credo, ma ho molta più fiducia e speranza in un vecchio pescatore di novant'anni che non nelle previsioni del tempo.
Parcheggiamo, ed entriamo all'Anfora per berci una birra. Uno di quei posti dove c'è sempre la stessa atmosfera. Dove puoi stare sicuro che il tempo non passerà mai a cambiare le cose. Ma ci rompiamo subito, decidiamo di tornare in macchina e farci un ultimo giro, prima di salutarci.
Lentamente, vaghiamo, lungo un rettilineo d'asfalto che per chilometri costeggia la spiaggia di ponente, in silenzio, a respirare nicotina a pieni polmoni.
- Sapete, - dice Leandro - una decina di anni fa una specie di mare moto ha spazzato via proprio questa strada. Era in corso una gara di pesca con canna da riva. Minchia, quell'anno si sono pescate le aiole più grosse che io abbia mai visto.
Poi più niente, nessuna parola. Fino a quando arriva il momento di salutarci. Dopodomani, il 27, Serena e Gorka tornano a Milano.
Ci abbracciamo. Poi, con l'alba di un sorriso in volto, Gorka mi dice:
- Mi raccomando, attento al mare moto.
E se mi trovassi davanti una di quelle onde di 20 metri?
Chissà se mi basterebbe una tavola da surf?
Quell'onda potrei cavalcarla. E rimanere a galla il più a lungo possibile.
- Sai che oggi stavo per mettermi a lavorare? - mi dice Leandro - Ma sì, mi sono detto, tanto non c'è niente da fare. Aspetto sempre di trovare un po' di tempo libero per rilassarmi, poi quando sono in ferie non resisto. Inutile, mi rompo i coglioni.
Leandro piega il ginocchio sul cruscotto e con lo sguardo attraversa i vetri appannati dal freddo, poi dice:
- Minchia il giorno di Natale è peggio della Domenica, Cristo.
Non vediamo Serena e Gorka da più di un anno, il lavoro ci ha sparsi tutti in città diverse. E il Natale finisce per essere uno dei pochi momenti dell'anno per ritrovarci.
- Auguri! - sorridono venendoci incontro Gorka e Serena - Che si fa?
- Mah, un giro in macchina e una birra all' Anfora? - propongo. Illuso che possa bastare a far passare la serata. Serena sorride a Gorka che alza un sopracciglio, poi mi dice:
- Passiamo a prendere le sigarette.
Usciamo dal complesso di palazzine tutte rosa e ci dirigiamo verso il centro.
- Allora? Che ci raccontate? - domanda Serena.
- Gossip, nessuno. - rispondo io - Ma da quando sono arrivato, tutti mi parlano di un vulcano sommerso tornato in attività, a largo di Salina o Panarea, non ho ben capito. I pescatori delle Eolie hanno ritrovato centinaia di pesci morti, a galla, lungo un tratto di mare dove l'acqua bolle. Inoltre - dicono - che il 28 dicembre è previsto un mare moto, con onde alte 20, 30 metri. Tanto che - dicono - la protezione civile ha già acquistato migliaia di sacchi neri per imballare i morti del disastro.
- E anche i vivi. - si dice Leandro.
Gorka mima i movimenti di un surfista e dice: - Il mare moto, il mare moto.
- Ma tu ci credi? - mi domanda Serena.
- Ma quale mare moto, sono tutte minchiate. - mi anticipa Leandro.
- Io dico che una cosa del genere, oggi, si può prevedere. Poi, se non ci avvertono in tempo per evacuare, allora proprio non c'è speranza. Comunque, una mia amica laureata in scienze ambientali dice che il peggio può accadere solo se erutta l'isola di Vulcano. Perché non è in attività da tempo ed ha la bocca tappata. Se salta Vulcano, noi non esistiamo più.
- Un po' come con la Raffineria di Milazzo. - incalza Leandro, dopo aver acceso una sigaretta - O la Centrale Enel, che dicono produca solo vapore acqueo, ma qui la gente continua a morire di malattie polmonari, come se nulla fosse.
E sbuffa una nuvola di fumo, seguita da un leggero fremito alle palpebre, diventato cronico almeno quanto la mia tosse.
Accostiamo all'altezza di un distributore automatico di sigarette.
- Tu cosa vuoi? - domanda Serena a Leandro che con due dita rovista il fondo di un portamonete e dice:
- Diana, morbide. Eh, senti paga tu che poi ti offro la birra.
Poi si volta verso di me e un lampione gli illumina la fronte madida: - Guarda qua, ho un pugno di monetine di resto che se arriva un colpo di vento se ne volano via. Hanno più peso che valore.
- Puoi farci un cuscino. - gli rispondo io - Almeno ci dormi su.
Il tempo che Serena rientri in macchina, distribuisca i pacchetti, e ripartiamo, tutti sulla stessa barca. - Centro? - dico io.
- No dai, - si scazza Leandro - fumiamoci quest'altra sigaretta e poi andiamo a berci una birra.
Serena si aggrappa ai due sedili anteriori ed emerge fra me e Leandro:
- Avete sentito al telegiornale di quella pioggia di pesci?
- Dove? - la guardo nello specchietto retrovisore.
- Non ricordo. - poi si volta: - Gorka dov'è successo?
- Credo in un paesino del nord Italia.
Continua Serena: - Praticamente c'è stato un temporale, e una tromba d'aria ha risucchiato i pesci dal mare, o da un fiume, o forse da un lago. Vabbè, sta il fatto che dopo questa tromba d'aria si è riversata sul paese una pioggia di pesci. Al telegiornale facevano vedere le casalinghe che riempivano le ceste con i pesci piovuti dal cielo.
Svoltiamo sulla strada panoramica, lungo il mar di ponente, dove di giorno si vedono le Eolie che dormono sul filo dell'orizzonte. Adesso è notte e in fondo al buio le piccole luci delle case di Lipari si confondono con le stelle.
- A proposito di trombe d'aria, riprendo io, avete mai visto delle code di ratto?
- Che schifo. - fa Serena con una smorfia.
- Sono delle piccole trombe d'aria che a distanza sembrano delle vere e proprie code di topo che piroettano. Spesso d'inverno se ne vedono lungo la costa. Dicono che i pescatori di queste parti conoscono delle filastrocche per tagliare in due le code di ratto. Saranno rimasti in pochi, ma ci sono. Immaginatevi delle code di ratto lungo la spiaggia di ponente e i vecchi pescatori che vanno in spiaggia a cantargli contro. E il bello è che funziona. Vi giuro, una volta ero a correre in spiaggia, a un certo punto alzo gli occhi e vedo a distanza una, due, tre code di ratto. Una paura. Mi sono detto: minchia e adesso? Se mi risucchiano chissà dove cazzo vado a finire. A un certo punto vedo che una coda di ratto si strozza in due e piano piano si ritira verso l'alto. Vi dico una di quelle cose che nel mentre dici: vaffanculo tutto. Poi mi hanno raccontato dei pescatori e delle filastrocche. Io non è che ci credo, ma ho molta più fiducia e speranza in un vecchio pescatore di novant'anni che non nelle previsioni del tempo.
Parcheggiamo, ed entriamo all'Anfora per berci una birra. Uno di quei posti dove c'è sempre la stessa atmosfera. Dove puoi stare sicuro che il tempo non passerà mai a cambiare le cose. Ma ci rompiamo subito, decidiamo di tornare in macchina e farci un ultimo giro, prima di salutarci.
Lentamente, vaghiamo, lungo un rettilineo d'asfalto che per chilometri costeggia la spiaggia di ponente, in silenzio, a respirare nicotina a pieni polmoni.
- Sapete, - dice Leandro - una decina di anni fa una specie di mare moto ha spazzato via proprio questa strada. Era in corso una gara di pesca con canna da riva. Minchia, quell'anno si sono pescate le aiole più grosse che io abbia mai visto.
Poi più niente, nessuna parola. Fino a quando arriva il momento di salutarci. Dopodomani, il 27, Serena e Gorka tornano a Milano.
Ci abbracciamo. Poi, con l'alba di un sorriso in volto, Gorka mi dice:
- Mi raccomando, attento al mare moto.
E se mi trovassi davanti una di quelle onde di 20 metri?
Chissà se mi basterebbe una tavola da surf?
Quell'onda potrei cavalcarla. E rimanere a galla il più a lungo possibile.
martedì 30 novembre 2010
Romanzo completo
(Si può trovare anche su Facebook in Romanzi Brevi di Luca Lorenzini)
Questo è un romanzo completo. Ha un inizio, una parte centrale e una fine. L'inizio presenta la struttura del romanzo: inizio, parte centrale e fine. La parte centrale chiarisce il ruolo introduttivo svolto dall'inizio e il ruolo esplicativo svolto dalla parte centrale.
La fine arriva improvvisa.
Questo è un romanzo completo. Ha un inizio, una parte centrale e una fine. L'inizio presenta la struttura del romanzo: inizio, parte centrale e fine. La parte centrale chiarisce il ruolo introduttivo svolto dall'inizio e il ruolo esplicativo svolto dalla parte centrale.
La fine arriva improvvisa.
mercoledì 3 novembre 2010
Riportami indietro
Bar Molina di via Canonica. Caffè, brioche, e Corriere della Sera.
Entra nel bar un uomo sulla cinquantina, è Gino il tassista. Si tampona la fronte con un fazzoletto da naso. Sosta alla cassa e paga un caffè. Prende lo scontrino e il resto. Attraversa il vuoto che c'è tra la cassa e il bancone. Mette il resto in tasca e passa lo scontrino al barista.
- Potevi pagare dopo. - Gli dice il barista.
- Sta zitto che oggi non è giornata. - Gino continua a tamponarsi la fronte.
- Che è? Qualcuno t'ha puntato la pistola al culo? - Gli dice il barista mentre poggia la tazzina sul piattino.
- Ridi te. Tutto il giorno col grembiule sulle palle. Invece di andare a vedere la vita fuori. Alla mia età ti ritroverai ancora in questo bar. Poi entrerà qualcuno che ti sparerà un colpo e non saprai nemmeno perché. Bella vita di merda.
- Oh, senti, vedi di non portarmi male che c'ho ancora un paio di piaceri da passarmi.
Gino beve il caffè in due sorsate, da un'occhiata al fondo, poi poggia la tazzina sul piattino e continua a parlare con il barista.
Io da che ero seduto al tavolino, di fianco al poker elettronico, mi alzo per andare verso il bancone e chiedere un bicchiere d'acqua.
- Nella vita bisogna pur rinunciare a qualcosa,... ehi Manlio! - e schiocca le dita nella mia direzione.
- Ciao Gino, come va?
- Diciamo bene. Ti va di venire a fare un giro in taxi? Offre lo 02-4040.
Saliamo in macchina e ci dirigiamo verso la stazione dei taxi più vicina.
- Posso? - Faccio per accendere la radio e sentire qualche notizia. Giusto per sapere dove va il mondo.
Gino annuisce, poi con un dito sfiora un punto imprecisato del cruscotto e all'improvviso tutto si illumina.
All'altezza di un panificio un tipo ci fa segno di fermarci, poi sale a bordo e ci chiede di portarlo sui navigli. Gino inizia a far girare il tassametro e parte.
Poco dopo il tipo inizia ad agitarsi, non abbiamo ancora raggiunto la via che ci ha indicato. Il tassametro continua a girare.
Il tipo guarda fuori dal finestrino. Probabilmente per vedere da che parte stiamo.
Intanto alla radio finiscono per parlare di Silvio Berlusconi, e Gino sbotta:
- Ma non ci rompete i coglioni. E lasciatelo governare. Poi, se non combina niente se ne torna a casa. Arrivederci e grazie.
Il tipo fa qualche considerazione ma Gino non lo ascolta, continua per la sua strada. Il tassametro ha raggiunto una cifra considerevole.
Al che il tipo si sporge in avanti. Mostra una foto a Gino, e dice:
- Mio padre ha fatto il tassista per quindici anni. Guadagnava dieci milioni al mese e ne dichiarava appena tre.
E Gino: - Se gli andava così bene perché ha smesso?
- L'ultimo passeggero che ha preso su, gli ha chiesto di essere accompagnato fuori città, in campagna. Poi arrivati in una via secondaria l'uomo gli ha sparato un colpo in testa e gli ha lasciato il resto.
- Ah. - Gino guarda oltre lo specchietto retrovisore. Fuori dal taxi.
- Vedi, io adesso potrei spettinarti questo bel riporto. E' solo che non voglio fottermi la vita perché a uno stronzo piace farsi i giretti in macchina, facendosi pagare la benzina da quelli a cui da un passaggio. Quindi vedi di riportarmi dove mi hai caricato e la cosa finisce qua. Altrimenti in ricordo della buona guida di mio padre, ci facciamo un pellegrinaggio alla strada di fango dove l'hanno impallinato, gli recitiamo una preghiera, e poi ti dico amen.
Gino si volta verso il tipo: - Ma io non...
- Senti, probabilmente anche a mio padre piaceva allungare un po' la strada ma sono sicuro che almeno alla fine il conto lo arrontondava per difetto. Invece tu appartieni a quelli che il culo lo prendi senza far godere neanche un po'. Sei avaro. Quanto hai rubato all'ultimo coglione che si è seduto quì dietro, eh? Solo che adesso la posizione varia. Un po' di fantasia anima la coppia, non credi?
- E' solo che...
- Te lo ripeto. Riportami dove mi hai incontrato. Azzeri il tassametro ed io ti sarò sempre grato per il giro panoramico.
Gino non sa cosa fare.
- Riportami indietro. - Gli dice il tipo. - Non ne sei capace, vero? Nessuno lo è.
A questo punto accostiamo. Il tipo apre lo sportello e buonanotte ai suonatori.
Per un attimo rimaniamo a fissarci, io e Gino, così: con lo sportello posteriore sinistro aperto come il portellone di un aereo in volo, dal quale si è appena lanciato un uomo senza paracadute.
E soffia. Il vuoto che occupava il sedile posteriore, soffia via. Risucchiato dalla forza di gravità che lo riporta a terra. E una volta a terra riprende peso.
Torniamo dalle parti del bar Molina. Poco prima vediamo che stanno sostituendo l'insegna del panificio con quella di una nuova gastronomia cinese. Appena ieri c'ero entrato per comprare della focaccia calda.
Rientriamo al bar. Gino mi dice di aspettarlo al bancone. Si ferma alla cassa e mi offre un caffè. Con una mano prende lo scontrino e con l'altra mette il resto in tasca. Si avvicina al bancone. Passa lo scontrino al barista. Poi riprende il resto dalla tasca, lo deposita nel piattino delle mance e dice:
- Arrivederci, e grazie.
Entra nel bar un uomo sulla cinquantina, è Gino il tassista. Si tampona la fronte con un fazzoletto da naso. Sosta alla cassa e paga un caffè. Prende lo scontrino e il resto. Attraversa il vuoto che c'è tra la cassa e il bancone. Mette il resto in tasca e passa lo scontrino al barista.
- Potevi pagare dopo. - Gli dice il barista.
- Sta zitto che oggi non è giornata. - Gino continua a tamponarsi la fronte.
- Che è? Qualcuno t'ha puntato la pistola al culo? - Gli dice il barista mentre poggia la tazzina sul piattino.
- Ridi te. Tutto il giorno col grembiule sulle palle. Invece di andare a vedere la vita fuori. Alla mia età ti ritroverai ancora in questo bar. Poi entrerà qualcuno che ti sparerà un colpo e non saprai nemmeno perché. Bella vita di merda.
- Oh, senti, vedi di non portarmi male che c'ho ancora un paio di piaceri da passarmi.
Gino beve il caffè in due sorsate, da un'occhiata al fondo, poi poggia la tazzina sul piattino e continua a parlare con il barista.
Io da che ero seduto al tavolino, di fianco al poker elettronico, mi alzo per andare verso il bancone e chiedere un bicchiere d'acqua.
- Nella vita bisogna pur rinunciare a qualcosa,... ehi Manlio! - e schiocca le dita nella mia direzione.
- Ciao Gino, come va?
- Diciamo bene. Ti va di venire a fare un giro in taxi? Offre lo 02-4040.
Saliamo in macchina e ci dirigiamo verso la stazione dei taxi più vicina.
- Posso? - Faccio per accendere la radio e sentire qualche notizia. Giusto per sapere dove va il mondo.
Gino annuisce, poi con un dito sfiora un punto imprecisato del cruscotto e all'improvviso tutto si illumina.
All'altezza di un panificio un tipo ci fa segno di fermarci, poi sale a bordo e ci chiede di portarlo sui navigli. Gino inizia a far girare il tassametro e parte.
Poco dopo il tipo inizia ad agitarsi, non abbiamo ancora raggiunto la via che ci ha indicato. Il tassametro continua a girare.
Il tipo guarda fuori dal finestrino. Probabilmente per vedere da che parte stiamo.
Intanto alla radio finiscono per parlare di Silvio Berlusconi, e Gino sbotta:
- Ma non ci rompete i coglioni. E lasciatelo governare. Poi, se non combina niente se ne torna a casa. Arrivederci e grazie.
Il tipo fa qualche considerazione ma Gino non lo ascolta, continua per la sua strada. Il tassametro ha raggiunto una cifra considerevole.
Al che il tipo si sporge in avanti. Mostra una foto a Gino, e dice:
- Mio padre ha fatto il tassista per quindici anni. Guadagnava dieci milioni al mese e ne dichiarava appena tre.
E Gino: - Se gli andava così bene perché ha smesso?
- L'ultimo passeggero che ha preso su, gli ha chiesto di essere accompagnato fuori città, in campagna. Poi arrivati in una via secondaria l'uomo gli ha sparato un colpo in testa e gli ha lasciato il resto.
- Ah. - Gino guarda oltre lo specchietto retrovisore. Fuori dal taxi.
- Vedi, io adesso potrei spettinarti questo bel riporto. E' solo che non voglio fottermi la vita perché a uno stronzo piace farsi i giretti in macchina, facendosi pagare la benzina da quelli a cui da un passaggio. Quindi vedi di riportarmi dove mi hai caricato e la cosa finisce qua. Altrimenti in ricordo della buona guida di mio padre, ci facciamo un pellegrinaggio alla strada di fango dove l'hanno impallinato, gli recitiamo una preghiera, e poi ti dico amen.
Gino si volta verso il tipo: - Ma io non...
- Senti, probabilmente anche a mio padre piaceva allungare un po' la strada ma sono sicuro che almeno alla fine il conto lo arrontondava per difetto. Invece tu appartieni a quelli che il culo lo prendi senza far godere neanche un po'. Sei avaro. Quanto hai rubato all'ultimo coglione che si è seduto quì dietro, eh? Solo che adesso la posizione varia. Un po' di fantasia anima la coppia, non credi?
- E' solo che...
- Te lo ripeto. Riportami dove mi hai incontrato. Azzeri il tassametro ed io ti sarò sempre grato per il giro panoramico.
Gino non sa cosa fare.
- Riportami indietro. - Gli dice il tipo. - Non ne sei capace, vero? Nessuno lo è.
A questo punto accostiamo. Il tipo apre lo sportello e buonanotte ai suonatori.
Per un attimo rimaniamo a fissarci, io e Gino, così: con lo sportello posteriore sinistro aperto come il portellone di un aereo in volo, dal quale si è appena lanciato un uomo senza paracadute.
E soffia. Il vuoto che occupava il sedile posteriore, soffia via. Risucchiato dalla forza di gravità che lo riporta a terra. E una volta a terra riprende peso.
Torniamo dalle parti del bar Molina. Poco prima vediamo che stanno sostituendo l'insegna del panificio con quella di una nuova gastronomia cinese. Appena ieri c'ero entrato per comprare della focaccia calda.
Rientriamo al bar. Gino mi dice di aspettarlo al bancone. Si ferma alla cassa e mi offre un caffè. Con una mano prende lo scontrino e con l'altra mette il resto in tasca. Si avvicina al bancone. Passa lo scontrino al barista. Poi riprende il resto dalla tasca, lo deposita nel piattino delle mance e dice:
- Arrivederci, e grazie.
venerdì 8 ottobre 2010
Bisogna saper perdere

Il problema più grosso restava sempre quello della batteria. Era un po' che ci pensavamo, senza riuscire a trovare una soluzione accettabile. E senza batteria, lo sapevamo tutti, non si può fare un complesso. La soluzione arrivò un pomeriggio di giugno, e come spesso accade, arrivò per caso. Erano le cinque e noi stavamo seduti sullo scalone, un po' tristi e indecisi sul da farsi. C'erano varie ipotesi sul tappeto: dalle più innocenti, come una bella partita a campana, che però era un gioco da piccoli e quindi negli ultimi tempi caduto decisamente in disgrazia, alle più ardimentose, come la classica battuta di caccia alla lucertola o il nuovo sport che avevamo appena scoperto, la ripidissima discesa del garage in bicicletta senza toccare i freni. Uno sport da veri uomini, infatti era già costato quattro denti alla povera Cristina, che aveva voluto provare a tutti i costi, e noi la sconsigliavamo, e lei dài che insisteva, e poi si è cacata sotto a metà discesa e ha frenato coi freni davanti e naturalmente è partita tipo catapulta. Quando l'abbiamo portata a casa con la faccia piena di sangue la madre è svenuta e così non sapevamo cosa fare, con Cristina che frignava da una parte e sua madre per terra dall'altra, meno male che è arrivata una vicina.
Franco, che era il più grande del gruppo, lanciò la proposta più allettante, l'unica in grado in quel periodo di distrarci dall'idea fissa del complesso. Si guardò intorno con aria circospetta per essere sicuro che nessuno, all'infuori di noi, lo potesse sentire, poi disse sottovoce:
-Pippe? Si accese una vivacissima discussione condotta però da tutti a voce bassissima, da veri carbonari. Qualcuno disse "Basta, sono due mesi che ci tiriamo le pippe sempre sullo stesso giornaletto, non mi si alza più!", qualcun altro rispose "E' perché sei frocio che non ti si alza più", e si misero a darsela di santa ragione ma sempre in silenzio. Fino a che Franco disse:
-C'è una novità. Guardate un attimo sotto la mia maglietta, ma senza farvene accorgere. Facendo cerchio intorno a Franco, uno alla volta guardammo sotto la sua maglietta, che lui alzava e abbassava velocissimo. Beh, ragazzi, nessuno di noi aveva mai visto niente del genere. Su quel giornaletto c'era la fica più grande che avessimo mai ammirato, e la cosa più incredibile era che non si trattava di disegni, ma di fotografie. Eravamo senza fiato, storditi, e al colmo dell'eccitazione. Stavamo già alzandoci per andare nel nostro posto segreto quando ci fu il colpo di scena. Dall'angolo della strada apparve la signora Farulli che tornava a casa con la spesa. Uno di noi lanciò un urlaccio:
-Cazzo! Ho scoperto come faremo a fare la nostra batteria. Stava fissando quasi in trance il fustino di Dash che la signora Farulli teneva in mano. Allora i fustini erano cilindrici, ed effettivamente con un po' di fantasia potevano essere assimilati a dei tamburi. Da quel momento, rimosso il blocco iniziale, la realizzazione della batteria fu molto agevole e spedita. Applicammo in cima a due fustini due tamburelli di quelli con cui si giocava con le pallette di gomma piene, e per i piatti ci facemmo aiutare dal padre di Franco, che aveva un negozio di alimentari. Ci mise da parte tre coperchi di latta di quelle grandi confezioni di tonno che arrivavano solo nei negozi, poi bastava fargli un buco in mezzo, metterli in cima a un bastone e la batteria era bella che fatta. Eravamo pronti ad andare in scena. Così un pomeriggio, non senza batticuore, salimmo sul Montarozzo. Il Montarozzo era effettivamente un montarozzo di terra situato nel prato di fronte ai palazzi, e l'avevamo eletto a nostro palcoscenico ideale. Preparammo con cura gli strumenti: oltre alla batteria, avevamo tre chitarre, o meglio, io e Stefano avevamo una chitarra giocattolo, e quello sculato di Franco aveva una chitarra elettrica vera, con tanto di amplificatore, che però non ci eravamo portati sul Montarozzo tanto non si poteva attaccare da nessuna parte. Mauretto era alla batteria, e Angelo, suo fratello più piccolo, che non suonava niente, faceva il presentatore. Dai palazzi di fronte non arrivava praticamente alcun segno di vita, a parte una signora che stava sbattendo i tappeti con il ben noto e temuto battipanni. Un brivido percorse la nostra schiena, mentre Angelo, leggendo il foglietto che gli avevamo preparato, urlò a squarciagola:
-Signore e Signori, ho l'onore di presentarvi un complesso che rivole... rivoluziara... rivoluzionerà la musica italiana! Sono stasera con noi, The New Rokes! Un bell'applauso di incoraggiamento! La signora non applaudì, ma smise di battere il tappeto e si affacciò al balcone, e questo per noi fu un incoraggiamento sufficiente. Cominciammo lo spettacolo. Essendo all'inizio, il nostro repertorio era piuttosto limitato: per l'esattezza, sapevamo fare solo "Bisogna saper perdere", ma su quella ci eravamo preparati benissimo. Eravamo mediamente piuttosto stonati, ma quando arrivava il famoso colpo di tacco sul ritornello, lo eseguivamo con perfetto sincronismo. Alla fine della canzone, la signora ci regalò un sorriso e un applauso, e noi le regalammo altre due volte "Bisogna saper perdere", fino a quando lei rientrò in casa.
Considerammo la nostra prima apparizione dal vivo un grosso successo, e da quel giorno per noi si aprì un periodo molto felice e intenso, diviso fra la carriera musicale e la scoperta del sesso, nascosto sotto la maglietta di Franco, tra le pagine di quel giornaletto che per alcuni mesi fu la nostra lettura preferita.
venerdì 1 ottobre 2010
Voglio solo sapere come stanno
Sono appena in tempo per l'appuntamento. Pedalo lungo la corsia riservata ai bus e ai taxi. Ho appena attraversato un incrocio col rosso, guardando a destra e a sinistra, quando sento un tonfo di lamiere seguito da un lungo silenzio. Poi delle urla.
Mi volto e torno subito indietro. Vedo un ragazzo con il casco che giace su un fianco, immobile. Pochi metri dopo, una ragazza, anche lei su un fianco, allunga le braccia per chiedere aiuto. E urla.
Metto la bici sul cavalletto e mi avvicino alla ragazza.
- Non toccatela - dico.
Ma due uomini sono già in suo soccorso. Tutt'intorno, la gente si raccoglie e commenta. Alcuni telefonano col cellulare al pronto intervento.
La ragazza ha una frattura esposta all'altezza del ginocchio. Da li in giù, il resto della gamba giace sull'asfalto, separata dal corpo. Mi avvicino, ancora.
- Chiamate un'ambulanza, presto... - dice la ragazza.
Poi porta una mano alla coscia.
- Non guardatemi...per favore...amore non guardare...non guardare... - dice al ragazzo che si è appena ripreso, e seduto con il casco in mano fissa l'asfalto davanti a se.
Uno dei due soccorritori della ragazza le sfila la cintura dai jeans a vita bassa e gliela stringe all'altezza della frattura. Io non riesco a fare più nemmeno un passo. Non c'è niente che io possa fare.
Risalgo in bici, con uno strano senso di pudore, e mi avvio verso il luogo dell'appuntamento.
Per tutta la notte aspetto. L'indomani, presto, telefono al Fatebenefratelli, l'ospedale più vicino al luogo dell'incidente. Voglio conoscere le condizioni di quei ragazzi, ma la donna del centralino mi fa domande a cui non so rispondere. Mi mette in attesa. Poi mi passa l'interno del pronto soccorso generale.
- Buongiorno. Vorrei conoscere le condizioni di un ragazzo e una ragazza che ieri sera, intorno alle nove, hanno avuto un incidente stradale all'incrocio di Via Senato e Corso di Porta Venezia. Credo che la ragazza sia molto grave. Non so se è li da voi che li hanno portati, ma siete l'ospedale più vicino...
- Mi dica i nomi.
- Non li conosco.
- Scusi, lei è un parente?
- No. Mi chiamo Manlio Greco. Passavo di li, quando c'è stato l'incidente e ho assistito ai primi soccorsi.
- Mah..., io non posso dirle niente. E' una questione di privacy. Per poter avere qualunque tipo di informazioni lei deve essere un parente, o comunque qualcuno autorizzato dalla famiglia. Poi è possibile che siano stati trasportati in un altro ospedale, in un secondo momento.
- Ma io voglio solo sapere come stanno.
- Mi dispiace, ma come le ho spiegato non è possibile.
- Va bene...comunque intanto la ringrazio.
Rialzo la cornetta e telefono ai vigili urbani. Chiedo se...Il centralino mi passa un interno. ...Prego. Attendo.
- Pronto?
- Buongiorno. Mi chiamo Manlio Greco. Vorrei avere delle informazioni riguardo un ragazzo e una ragazza. Hanno avuto un incidente stradale ieri sera, intorno alle nove, nei pressi di Corso di Porta Venezia.
- Lei è un testimone?
- No. L'incidente è avvenuto alle mie spalle. Ho solo assistito ai primi soccorsi. La ragazza era in gravi condizioni. Vorrei sapere se sono stati ricoverati e in quale ospedale.
- Conosce per caso i loro nomi?
- Veramente no. Volevo solo sapere come stavano.
- Senta, capisco. Posso darle un numero di telefono per parlare con l'agente intervenuto sul posto. E' l'unico che può dirle qualcosa. Noi non registriamo il ricovero degli incidentati. E comunque, non potremmo dirle niente. Per motivi di privacy.
- Va bene, mi dia il numero. La ringrazio.
Telefono all'agente. Non risponde nessuno. Quindi telefono al Policlinico.
- Pronto?
- Policlinico di Milano?
- Si, mi dica.
- Vorrei sapere se ieri sera dopo le nove, li da voi, in seguito ad un incidente stradale sono stati ricoverati un ragazzo e una ragazza. La ragazza aveva una frattura esposta.
- Mi faccia un po' vedere... Si, no. Da quell'ora in poi l'unico ricovero che ci risulta riguarda un ragazzo con una commozione cerebrale che è stato dimesso stamattina. A parte questo, nessuna ragazza con una frattura esposta. Probabilmente si trova al Fatebenefratelli. Ma io questo non glielo saprei dire.
- Va bene, grazie. Mi ha già detto quanto basta. Buongiorno.
Ritelefono al Fatebenefratelli. Questa volta direttamente all'interno del pronto soccorso generale.
- Buongiorno. Mi chiamo Manlio Greco. Vorrei sapere se avete ricoverato una ragazza con una frattura esposta... Ha avuto un incidente stradale ieri sera all'incrocio di Via Senato e Corso di Porta Venezia. Al Policlinico mi hanno detto che la ragazza forse è li da voi. Non sono un parente, ne un testimone dell'incidente. Non conosco nemmeno il nome della ragazza. Voglio solo sapere come sta.
- Si, signore. Ha già parlato con me, meno di un'ora fa. Senta. Come le ho detto prima, se non è un parente, ne una persona autorizzata dalla famiglia, lei non può avere da noi alcuna informazione.
Mi scuso per il disturbo e abbasso la cornetta.
Non potrò sapere più niente di quella ragazza.
Mi volto e torno subito indietro. Vedo un ragazzo con il casco che giace su un fianco, immobile. Pochi metri dopo, una ragazza, anche lei su un fianco, allunga le braccia per chiedere aiuto. E urla.
Metto la bici sul cavalletto e mi avvicino alla ragazza.
- Non toccatela - dico.
Ma due uomini sono già in suo soccorso. Tutt'intorno, la gente si raccoglie e commenta. Alcuni telefonano col cellulare al pronto intervento.
La ragazza ha una frattura esposta all'altezza del ginocchio. Da li in giù, il resto della gamba giace sull'asfalto, separata dal corpo. Mi avvicino, ancora.
- Chiamate un'ambulanza, presto... - dice la ragazza.
Poi porta una mano alla coscia.
- Non guardatemi...per favore...amore non guardare...non guardare... - dice al ragazzo che si è appena ripreso, e seduto con il casco in mano fissa l'asfalto davanti a se.
Uno dei due soccorritori della ragazza le sfila la cintura dai jeans a vita bassa e gliela stringe all'altezza della frattura. Io non riesco a fare più nemmeno un passo. Non c'è niente che io possa fare.
Risalgo in bici, con uno strano senso di pudore, e mi avvio verso il luogo dell'appuntamento.
Per tutta la notte aspetto. L'indomani, presto, telefono al Fatebenefratelli, l'ospedale più vicino al luogo dell'incidente. Voglio conoscere le condizioni di quei ragazzi, ma la donna del centralino mi fa domande a cui non so rispondere. Mi mette in attesa. Poi mi passa l'interno del pronto soccorso generale.
- Buongiorno. Vorrei conoscere le condizioni di un ragazzo e una ragazza che ieri sera, intorno alle nove, hanno avuto un incidente stradale all'incrocio di Via Senato e Corso di Porta Venezia. Credo che la ragazza sia molto grave. Non so se è li da voi che li hanno portati, ma siete l'ospedale più vicino...
- Mi dica i nomi.
- Non li conosco.
- Scusi, lei è un parente?
- No. Mi chiamo Manlio Greco. Passavo di li, quando c'è stato l'incidente e ho assistito ai primi soccorsi.
- Mah..., io non posso dirle niente. E' una questione di privacy. Per poter avere qualunque tipo di informazioni lei deve essere un parente, o comunque qualcuno autorizzato dalla famiglia. Poi è possibile che siano stati trasportati in un altro ospedale, in un secondo momento.
- Ma io voglio solo sapere come stanno.
- Mi dispiace, ma come le ho spiegato non è possibile.
- Va bene...comunque intanto la ringrazio.
Rialzo la cornetta e telefono ai vigili urbani. Chiedo se...Il centralino mi passa un interno. ...Prego. Attendo.
- Pronto?
- Buongiorno. Mi chiamo Manlio Greco. Vorrei avere delle informazioni riguardo un ragazzo e una ragazza. Hanno avuto un incidente stradale ieri sera, intorno alle nove, nei pressi di Corso di Porta Venezia.
- Lei è un testimone?
- No. L'incidente è avvenuto alle mie spalle. Ho solo assistito ai primi soccorsi. La ragazza era in gravi condizioni. Vorrei sapere se sono stati ricoverati e in quale ospedale.
- Conosce per caso i loro nomi?
- Veramente no. Volevo solo sapere come stavano.
- Senta, capisco. Posso darle un numero di telefono per parlare con l'agente intervenuto sul posto. E' l'unico che può dirle qualcosa. Noi non registriamo il ricovero degli incidentati. E comunque, non potremmo dirle niente. Per motivi di privacy.
- Va bene, mi dia il numero. La ringrazio.
Telefono all'agente. Non risponde nessuno. Quindi telefono al Policlinico.
- Pronto?
- Policlinico di Milano?
- Si, mi dica.
- Vorrei sapere se ieri sera dopo le nove, li da voi, in seguito ad un incidente stradale sono stati ricoverati un ragazzo e una ragazza. La ragazza aveva una frattura esposta.
- Mi faccia un po' vedere... Si, no. Da quell'ora in poi l'unico ricovero che ci risulta riguarda un ragazzo con una commozione cerebrale che è stato dimesso stamattina. A parte questo, nessuna ragazza con una frattura esposta. Probabilmente si trova al Fatebenefratelli. Ma io questo non glielo saprei dire.
- Va bene, grazie. Mi ha già detto quanto basta. Buongiorno.
Ritelefono al Fatebenefratelli. Questa volta direttamente all'interno del pronto soccorso generale.
- Buongiorno. Mi chiamo Manlio Greco. Vorrei sapere se avete ricoverato una ragazza con una frattura esposta... Ha avuto un incidente stradale ieri sera all'incrocio di Via Senato e Corso di Porta Venezia. Al Policlinico mi hanno detto che la ragazza forse è li da voi. Non sono un parente, ne un testimone dell'incidente. Non conosco nemmeno il nome della ragazza. Voglio solo sapere come sta.
- Si, signore. Ha già parlato con me, meno di un'ora fa. Senta. Come le ho detto prima, se non è un parente, ne una persona autorizzata dalla famiglia, lei non può avere da noi alcuna informazione.
Mi scuso per il disturbo e abbasso la cornetta.
Non potrò sapere più niente di quella ragazza.
giovedì 23 settembre 2010
domenica 25 luglio 2010
Aureole
(Questo racconto è stato scritto da Lilli Guacci. L'ho letto, mi è piaciuto, e ho chiesto all'autrice se potevo metterlo su Stories. Lilli ha acconsentito, e la ringrazio. Quindi, eccolo qui.)
Taci.
Ta-ci-mi l’immagine che vorresti riflettere. Potrei scoprire una ruga, che come una ferita inizierebbe a sanguinare e mi sarebbe fatale.
Sai che non mi posso permettere il lusso che altre donne hanno come optional già compresi nel prezzo, anni come rughe, segni di molli debolezze alimentari, sbavature, errori da allattamento, plissè carnali un po’ qui e un po’ là.
Tutte faccende che le signore chiamano a loro difesa, come essere mature e femminili e che propagandano come segnale di voluttuosità, per difendere il territorio e alzare cortine davanti agli occhi dei loro maschi imprigionati.
Li sento guaire anche da qua in alto, i loro maschi in gabbia.
Perché li conosco.
Perché li sento girarsi e rigirarsi nei letti, i loro maschi, anno dopo anno, inquietudine dopo inquietudine, smascherati oramai a loro stessi, ma non al resto del mondo.
Soffrono, perché temono di aver commesso il grande sbaglio, errore della vita, che veglia e non fa dormire mai.
Si sentono sfuggire i palpiti dalle mani, fluire le opportunità, si fermano per strada, in cimbali, davanti ai ragazzini di 16 anni che passano i quarti d’ora alle fermate del tram, appiccicati, e poi ne passa uno di tram e poi ne passa un altro e quei due sempre li, con le labbra che non si staccano, ansimano e cadono uno nell’altro. E i loro maschi, inchiodati al semaforo, mani sul volante, io li vedo: lo stereo li sta stendendo con la musica anni ’70 che gli parla di quando avevano solo sogni, pupille incollate su quelli della fermata del tram, a morire d’invidia e di desiderio, di nostalgia e di struggimento, e di preoccupazione per gli anni restanti della loro vita.
Hanno la clessidra disegnata sulla faccia e un punto interrogativo sulla testa che le mogli – in un grottesco equivoco - prendono per una aureola.
E invece quell’interrogativo pesa sulla testa e sulla patta. Perché hanno in corpo – come una promessa di cui si aspetta per anni una qualche riscossione – la memoria e la smania e la voglia di provare ancora, in bilico, un violento pugno alla bocca dello stomaco. In bilico, per vedere se si sta ancora in piedi, se si regge.
Si chiedono se a loro succederà mai più – un affare come un bacio alla fermata del tram - , si chiedono se ne sono capaci o se ne hanno il coraggio, se la strada è già tracciata, se le sorprese sono finite, se c’è ancora vita vita o solo giorni, se c’è la possibilità di un respiro più ampio, di muscoli più tesi, di denti tra le labbra, di nuovi solchi da segnare con le unghie, strizzare su una pelle non conosciuta.
Si chiedono se ci sono ancora, se sanno rinnovare o anche solo riconoscere sguardi, il dubbio del ridicolo appuntato sul risvolto delle giacche quando si voltano a sbirciare timidamente una dea che passa, più in là.
Schiene dritte come suppliche, mani sulla carta che lavorano e vengono interrotte da idee così vitali e violente, che si aprono come una finestra di windows, una via l’altra, una via l’altra, che domani vado dal medico, forse un analista, ma non è così grave davvero, che magari sono stressato o magari me l’avevano detto che intorno ai 50…. da uscir di senno per pochi centesimi di secondo, ogni mattina, sotto la doccia.
Questo si agita sotto le aureole che tornano a casa, anche quasi serene.
Ma nella ventiquattrore io so che hanno dentro un pacchettino di energie in più, che non sanno ancora dove parcheggiare. E ogni giorno un granello in più si aggiunge, aumentando il travaglio e il volume delle aspettative.
E le aspettative si trasformano in esigenze e poi in insicurezze e poi in attesa.
In stallo, in compagnia di una pura e semplice attesa.
Attesa paurosa, tremante, pulcino bagnato con cuore di pitone.
Di cosa? Di dove? Di chi?
Non lo sanno ancora, ma di me.
Di me.
Di me, che ho imparato a negare le rughe e a trovare questi scampati e ad accoglierli con cerimonie sottomesse.
Di me, che mi tutelo, per aver poi cura di loro.
Di me, da cui vengono, certi di essere nuovamente potenziati, così tanto sicuri che il mio sia amore da dimenticarsi il prezzo che pagano.
Arrivano con l’arroganza dei potenti, dopo che li ho accettati, ma hanno occhi da riempire nuovamente di vera stima e forza e sicurezza e certezze che tutto andrà un’altra volta bene.
Arrivano fasci di nervi, arrivano con troppe sigarette, arrivano con addosso le bestemmie di un corpo che non ha abbastanza goduto e dormito. Hanno fame e sbranano, sete e trangugiano, fretta e divorano, tutto subito per sempre. Arrivano sicuri del denaro e uccisi nei genitali, con la testa che non stacca mai. Arrivano pensando che l’amore si faccia mezzi vestiti e le prime volte li lascio scopare così, con l’orologio addosso, perché riprendere in mano loro stessi non è così semplice e non si fa in una volta sola.
Sono millefoglie ruvide accumulate nel tempo, ogni giorno un sottilissimo velo grigio plumbeo posto sopra il centro del piacere. Non forzo, non straccio, rimuovo con gentilezza, li scosto con apparente timidezza, sapendo bene che di determinazione ne hanno piene le tasche.
Devono poter pensare di essere dalla parte della forza e della libertà, di non essere dipendenti, mentre il vero territorio vitale scivolando settimana dopo settimana diventano le mie lenzuola e gli aromi che respirano nei vapori dei miei bagni. Pezze umide vapori caldi, non pensare non pensare, respira forte.
Oramai hanno gettato il loro cuore al di là dell’ostacolo. Io sono solo la prima ventata, il grande balzo forse non verrà mai, ma se ne vanno come se avessero trovato una nuova protezione per i loro ansimi.
Certi vanno avanti. Altri aprono una nuova finestra, una sola nuova finestra.
Faccio quel che faccio.
Non comprano rughe.
Cedo attenuanti alle aureole in subbuglio, che sbirciano invidiose le coppie di ragazzini, alle fermate dei tram.
Taci.
Ta-ci-mi l’immagine che vorresti riflettere. Potrei scoprire una ruga, che come una ferita inizierebbe a sanguinare e mi sarebbe fatale.
Sai che non mi posso permettere il lusso che altre donne hanno come optional già compresi nel prezzo, anni come rughe, segni di molli debolezze alimentari, sbavature, errori da allattamento, plissè carnali un po’ qui e un po’ là.
Tutte faccende che le signore chiamano a loro difesa, come essere mature e femminili e che propagandano come segnale di voluttuosità, per difendere il territorio e alzare cortine davanti agli occhi dei loro maschi imprigionati.
Li sento guaire anche da qua in alto, i loro maschi in gabbia.
Perché li conosco.
Perché li sento girarsi e rigirarsi nei letti, i loro maschi, anno dopo anno, inquietudine dopo inquietudine, smascherati oramai a loro stessi, ma non al resto del mondo.
Soffrono, perché temono di aver commesso il grande sbaglio, errore della vita, che veglia e non fa dormire mai.
Si sentono sfuggire i palpiti dalle mani, fluire le opportunità, si fermano per strada, in cimbali, davanti ai ragazzini di 16 anni che passano i quarti d’ora alle fermate del tram, appiccicati, e poi ne passa uno di tram e poi ne passa un altro e quei due sempre li, con le labbra che non si staccano, ansimano e cadono uno nell’altro. E i loro maschi, inchiodati al semaforo, mani sul volante, io li vedo: lo stereo li sta stendendo con la musica anni ’70 che gli parla di quando avevano solo sogni, pupille incollate su quelli della fermata del tram, a morire d’invidia e di desiderio, di nostalgia e di struggimento, e di preoccupazione per gli anni restanti della loro vita.
Hanno la clessidra disegnata sulla faccia e un punto interrogativo sulla testa che le mogli – in un grottesco equivoco - prendono per una aureola.
E invece quell’interrogativo pesa sulla testa e sulla patta. Perché hanno in corpo – come una promessa di cui si aspetta per anni una qualche riscossione – la memoria e la smania e la voglia di provare ancora, in bilico, un violento pugno alla bocca dello stomaco. In bilico, per vedere se si sta ancora in piedi, se si regge.
Si chiedono se a loro succederà mai più – un affare come un bacio alla fermata del tram - , si chiedono se ne sono capaci o se ne hanno il coraggio, se la strada è già tracciata, se le sorprese sono finite, se c’è ancora vita vita o solo giorni, se c’è la possibilità di un respiro più ampio, di muscoli più tesi, di denti tra le labbra, di nuovi solchi da segnare con le unghie, strizzare su una pelle non conosciuta.
Si chiedono se ci sono ancora, se sanno rinnovare o anche solo riconoscere sguardi, il dubbio del ridicolo appuntato sul risvolto delle giacche quando si voltano a sbirciare timidamente una dea che passa, più in là.
Schiene dritte come suppliche, mani sulla carta che lavorano e vengono interrotte da idee così vitali e violente, che si aprono come una finestra di windows, una via l’altra, una via l’altra, che domani vado dal medico, forse un analista, ma non è così grave davvero, che magari sono stressato o magari me l’avevano detto che intorno ai 50…. da uscir di senno per pochi centesimi di secondo, ogni mattina, sotto la doccia.
Questo si agita sotto le aureole che tornano a casa, anche quasi serene.
Ma nella ventiquattrore io so che hanno dentro un pacchettino di energie in più, che non sanno ancora dove parcheggiare. E ogni giorno un granello in più si aggiunge, aumentando il travaglio e il volume delle aspettative.
E le aspettative si trasformano in esigenze e poi in insicurezze e poi in attesa.
In stallo, in compagnia di una pura e semplice attesa.
Attesa paurosa, tremante, pulcino bagnato con cuore di pitone.
Di cosa? Di dove? Di chi?
Non lo sanno ancora, ma di me.
Di me.
Di me, che ho imparato a negare le rughe e a trovare questi scampati e ad accoglierli con cerimonie sottomesse.
Di me, che mi tutelo, per aver poi cura di loro.
Di me, da cui vengono, certi di essere nuovamente potenziati, così tanto sicuri che il mio sia amore da dimenticarsi il prezzo che pagano.
Arrivano con l’arroganza dei potenti, dopo che li ho accettati, ma hanno occhi da riempire nuovamente di vera stima e forza e sicurezza e certezze che tutto andrà un’altra volta bene.
Arrivano fasci di nervi, arrivano con troppe sigarette, arrivano con addosso le bestemmie di un corpo che non ha abbastanza goduto e dormito. Hanno fame e sbranano, sete e trangugiano, fretta e divorano, tutto subito per sempre. Arrivano sicuri del denaro e uccisi nei genitali, con la testa che non stacca mai. Arrivano pensando che l’amore si faccia mezzi vestiti e le prime volte li lascio scopare così, con l’orologio addosso, perché riprendere in mano loro stessi non è così semplice e non si fa in una volta sola.
Sono millefoglie ruvide accumulate nel tempo, ogni giorno un sottilissimo velo grigio plumbeo posto sopra il centro del piacere. Non forzo, non straccio, rimuovo con gentilezza, li scosto con apparente timidezza, sapendo bene che di determinazione ne hanno piene le tasche.
Devono poter pensare di essere dalla parte della forza e della libertà, di non essere dipendenti, mentre il vero territorio vitale scivolando settimana dopo settimana diventano le mie lenzuola e gli aromi che respirano nei vapori dei miei bagni. Pezze umide vapori caldi, non pensare non pensare, respira forte.
Oramai hanno gettato il loro cuore al di là dell’ostacolo. Io sono solo la prima ventata, il grande balzo forse non verrà mai, ma se ne vanno come se avessero trovato una nuova protezione per i loro ansimi.
Certi vanno avanti. Altri aprono una nuova finestra, una sola nuova finestra.
Faccio quel che faccio.
Non comprano rughe.
Cedo attenuanti alle aureole in subbuglio, che sbirciano invidiose le coppie di ragazzini, alle fermate dei tram.
martedì 20 luglio 2010
Barbieri al tempo delle Lire
Sabato mattina, è quasi mezzogiorno. Dalla radio accesa esce monotona la voce del lettore della Rai. Io mi guardo allo specchio e vedo una persona che non mi sta simpatica e non mi piace neanche un po'. Distolgo lo sguardo e mi fisso su una di quelle confezioni di sapone da barba che si possono trovare solo dal barbiere, quelle confezioni senza marca e senza tempo, incuranti delle mode e del marketing. Sembra stupido, ma così mi sento a mio agio. La voce alla radio continua a parlare, nel silenzio della bottega rotto soltanto dal tenue zic zic delle forbici all'opera:
"Tokyo. All'età di 88 anni è morto ieri Taikichiro Mori, che con il suo patrimonio valutato in circa 18mila miliardi di lire è stato considerato negli ultimi due anni, dall'autorevole rivista americana Forbes, l'uomo più ricco del mondo. Dopo la tragica morte del figlio primogenito, Taikichiro Mori lascia in eredità al suo secondogenito un immenso patrimonio immobiliare, per un totale di un milione e 250 mila metri quadrati di uffici e appartamenti nel centro di Tokyo."
Il barbiere che mi sta tagliando i capelli dà una tirata alla sua sigaretta, poi l'appoggia sul bordo della mensola dopo aver fatto cadere la cenere a terra con un colpetto della lunghissima unghia del mignolo, e si rivolge al suo collega, in questo momento alla cassa.
- A Frà, hai sentito?
- Che?
- Ho detto hai sentito?
- Stavo dando il resto al cliente, non ho sentito niente.
- E quando mai, nemmeno le cannonate senti, tu. (Mi sorride complice allo specchio. In quel momento scoccano le dodici, e il cannone del Gianicolo spara il suo colpo a salve. Billy Wilder non avrebbe potuto fare di meglio, penso io).
- Che dovevo sentire?
-Alla radio, Caciro Comori, l'uomo più ricco del mondo...
- Embè?
- Se n'è andato anche lui. (Guardandomi con aria solenne).
- Caciro Camori, e da dove veniva, dalla Cina?
- E chennesò, Cina Giappone India, tanto quelli sò tutti uguali, so solo che era l'uomo più ricco del mondo, e che se n'è andato anche lui come tutti gli altri.
- Ma ricco de che?
Il mio barbiere ha finito il suo lavoro. Con uno specchio mi mostra la mia nuca e impietosamente la chierica sempre più vistosa. Mentre con la spazzola mi toglie via gli ultimi pelucchi dalla giacca, si rivolge ancora al collega:
- De ‘sto ca… mmm, nun me fa parlà…a Frà, certo che non capisci proprio un cazzo, te...
- Ha parlato il filosofo.
Ridono, mentre il cliente successivo si accomoda sulla sedia davanti allo specchio.
"Tokyo. All'età di 88 anni è morto ieri Taikichiro Mori, che con il suo patrimonio valutato in circa 18mila miliardi di lire è stato considerato negli ultimi due anni, dall'autorevole rivista americana Forbes, l'uomo più ricco del mondo. Dopo la tragica morte del figlio primogenito, Taikichiro Mori lascia in eredità al suo secondogenito un immenso patrimonio immobiliare, per un totale di un milione e 250 mila metri quadrati di uffici e appartamenti nel centro di Tokyo."
Il barbiere che mi sta tagliando i capelli dà una tirata alla sua sigaretta, poi l'appoggia sul bordo della mensola dopo aver fatto cadere la cenere a terra con un colpetto della lunghissima unghia del mignolo, e si rivolge al suo collega, in questo momento alla cassa.
- A Frà, hai sentito?
- Che?
- Ho detto hai sentito?
- Stavo dando il resto al cliente, non ho sentito niente.
- E quando mai, nemmeno le cannonate senti, tu. (Mi sorride complice allo specchio. In quel momento scoccano le dodici, e il cannone del Gianicolo spara il suo colpo a salve. Billy Wilder non avrebbe potuto fare di meglio, penso io).
- Che dovevo sentire?
-Alla radio, Caciro Comori, l'uomo più ricco del mondo...
- Embè?
- Se n'è andato anche lui. (Guardandomi con aria solenne).
- Caciro Camori, e da dove veniva, dalla Cina?
- E chennesò, Cina Giappone India, tanto quelli sò tutti uguali, so solo che era l'uomo più ricco del mondo, e che se n'è andato anche lui come tutti gli altri.
- Ma ricco de che?
Il mio barbiere ha finito il suo lavoro. Con uno specchio mi mostra la mia nuca e impietosamente la chierica sempre più vistosa. Mentre con la spazzola mi toglie via gli ultimi pelucchi dalla giacca, si rivolge ancora al collega:
- De ‘sto ca… mmm, nun me fa parlà…a Frà, certo che non capisci proprio un cazzo, te...
- Ha parlato il filosofo.
Ridono, mentre il cliente successivo si accomoda sulla sedia davanti allo specchio.
venerdì 16 luglio 2010
Volevo andare in viaggio
- Barba?
- Sì.
- Le basette le togliamo?
- Le sfoltiamo un po', ma non a punta.
In vetrina, i poster di acconciature maschili anni settanta limitano la vista sulla circonvallazione del 29 e del 30. E una vecchia radiolina, sintonizzata su una stazione commerciale, sconta il ritmo del pettine e delle forbici.
Oggi il barbiere di Coni Zugna è in camicia frescolino verde acqua, baffo e pelata. L'amico, seduto ad aspettare il suo turno, indossa una parure d'oro (anello, catena e crocifisso) e un pantalone nero, con la riga, raccolto sopra le ginocchia a mostrare il calzino. Il barbiere si rivolge all'amico riflesso nello specchio:
- La seconda non mangia niente. La porto fuori, in pizzeria, e mezza della sua pizza me la fa mangiare a me. L'altra volta siamo usciti a cena con una sua amica che alla fine ha pagato pure. Volevo offrire io ma non ha voluto. Tutti i soldi che ho speso con la prima, li ho recuperati con questa.
- La prima sì che mangiava: antipasto, primo, secondo. Gli piaceva.
“Questa invece. Ogni tanto si fa sentire, scopiamo e scompare. Poi mi telefona e mi dice che senza di me non riesce a stare.
“La prima mi faceva rincoglionire, facevo tutto quello che voleva. Non so quello che m'ha fatto.
“Con queste che facciamo?” mi dice.
- Le accorciamo un po', ma non a punta. Questi li tagliamo con la forbicina, ma solo i peli più grossi, - gli rispondo io con la mia solita mania delle basette.
- Eh ma stasera vado a ballare a Melzo, - dice il barbiere all'amico. - Tu ci sei andato a Melzo? Ne ho visto una. Stasera la vado a conoscere. E tu ci vieni a Melzo? Con tua moglie.
- No, - risponde l'amico. Io a ballare vado solo. Non mi piace andare in compagnia. Io a ballare devo andarci solo.
Riprende il barbiere:
- Alla prima gli piaceva ballare. A questa invece no. Ogni tanto scompare.
“Poi mi telefona e piangendo mi dice che gli manco. Trombiamo e basta.”
***
Intanto alla radio danno Il triangolo no di Renato Zero.
- Dopobarba? Crema? - Il barbiere fa una pausa, poi mi ripete - Crema? Dopobarba?
- Crema, - gli dico.
- E in vacanza dove vai? - gli domanda l'amico, disinteressato.
- Dovevo andare in viaggio con la prima, poi è saltato tutto.
“La seconda mi chiede sempre: Mi porti in Sicilia? Mi porti in Sicilia?”
- Poi c'è una mia nuova amica. Io gli ho detto: Vedi che a casa dei miei, in Sicilia, dobbiamo dormire assieme.
“E che faccio?, prima vado con l'amica e credono che è la mia fidanzata.
“Poi, dopo venti giorni vado con la seconda, e in paese tutti accuminciano.
“I miei parenti. Adesso vediamo.”
Squilla il telefono. Il barbiere porta la mano con le forbici e il pettine dietro il fondo schiena. Con l'altra alza la cornetta.
- Pronto? Cià. Vieni a ballare stasera?
“Forse viene anche mio cognato con mia sorella.
“A Melzo.
“Qui ne ho ancora per un'oretta, un'oretta e mezza.
“Ti passo a prendere verso le nove. Cià.”
L'amico si è appena seduto davanti allo specchio. Io con il palmo della mano mi liscio il viso.
- Quant'è che le devo? - domando al barbiere.
- 7 euro, - mi dice, e ammette:
- Non lo so quello che m'ha fatto. Mi sento uno scimunito. Manco un bambino.
“La prima. Mi sono fatto fregare e non ci capisco più niente. Cià.”
- Sì.
- Le basette le togliamo?
- Le sfoltiamo un po', ma non a punta.
In vetrina, i poster di acconciature maschili anni settanta limitano la vista sulla circonvallazione del 29 e del 30. E una vecchia radiolina, sintonizzata su una stazione commerciale, sconta il ritmo del pettine e delle forbici.
Oggi il barbiere di Coni Zugna è in camicia frescolino verde acqua, baffo e pelata. L'amico, seduto ad aspettare il suo turno, indossa una parure d'oro (anello, catena e crocifisso) e un pantalone nero, con la riga, raccolto sopra le ginocchia a mostrare il calzino. Il barbiere si rivolge all'amico riflesso nello specchio:
- La seconda non mangia niente. La porto fuori, in pizzeria, e mezza della sua pizza me la fa mangiare a me. L'altra volta siamo usciti a cena con una sua amica che alla fine ha pagato pure. Volevo offrire io ma non ha voluto. Tutti i soldi che ho speso con la prima, li ho recuperati con questa.
- La prima sì che mangiava: antipasto, primo, secondo. Gli piaceva.
“Questa invece. Ogni tanto si fa sentire, scopiamo e scompare. Poi mi telefona e mi dice che senza di me non riesce a stare.
“La prima mi faceva rincoglionire, facevo tutto quello che voleva. Non so quello che m'ha fatto.
“Con queste che facciamo?” mi dice.
- Le accorciamo un po', ma non a punta. Questi li tagliamo con la forbicina, ma solo i peli più grossi, - gli rispondo io con la mia solita mania delle basette.
- Eh ma stasera vado a ballare a Melzo, - dice il barbiere all'amico. - Tu ci sei andato a Melzo? Ne ho visto una. Stasera la vado a conoscere. E tu ci vieni a Melzo? Con tua moglie.
- No, - risponde l'amico. Io a ballare vado solo. Non mi piace andare in compagnia. Io a ballare devo andarci solo.
Riprende il barbiere:
- Alla prima gli piaceva ballare. A questa invece no. Ogni tanto scompare.
“Poi mi telefona e piangendo mi dice che gli manco. Trombiamo e basta.”
***
Intanto alla radio danno Il triangolo no di Renato Zero.
- Dopobarba? Crema? - Il barbiere fa una pausa, poi mi ripete - Crema? Dopobarba?
- Crema, - gli dico.
- E in vacanza dove vai? - gli domanda l'amico, disinteressato.
- Dovevo andare in viaggio con la prima, poi è saltato tutto.
“La seconda mi chiede sempre: Mi porti in Sicilia? Mi porti in Sicilia?”
- Poi c'è una mia nuova amica. Io gli ho detto: Vedi che a casa dei miei, in Sicilia, dobbiamo dormire assieme.
“E che faccio?, prima vado con l'amica e credono che è la mia fidanzata.
“Poi, dopo venti giorni vado con la seconda, e in paese tutti accuminciano.
“I miei parenti. Adesso vediamo.”
Squilla il telefono. Il barbiere porta la mano con le forbici e il pettine dietro il fondo schiena. Con l'altra alza la cornetta.
- Pronto? Cià. Vieni a ballare stasera?
“Forse viene anche mio cognato con mia sorella.
“A Melzo.
“Qui ne ho ancora per un'oretta, un'oretta e mezza.
“Ti passo a prendere verso le nove. Cià.”
L'amico si è appena seduto davanti allo specchio. Io con il palmo della mano mi liscio il viso.
- Quant'è che le devo? - domando al barbiere.
- 7 euro, - mi dice, e ammette:
- Non lo so quello che m'ha fatto. Mi sento uno scimunito. Manco un bambino.
“La prima. Mi sono fatto fregare e non ci capisco più niente. Cià.”
martedì 25 maggio 2010
ll Povero Gondoliere
Questo racconto l'ha scritto Pietro
Marco Leoni nacque nel 1653 d.c. da Piero Leoni (ricco mercante di Venezia) con l’ambizione di diventare gondoliere, contro il volere del padre, che voleva che Marco diventasse mercante. Ma egli si opponeva anche quando il padre lo minacciava di negargli l’eredità ma Marco rispondeva sempre in un modo: “ Voglio diventare gondoliere, mettere su famiglia e guadagnarmi da vivere: non ho bisogno dei tuoi soldi “.
Quando ebbe vent’anni non aveva i soldi per comprarsi la gondola, li chiese al padre ma lui non glieli diede.
Un giorno la madre di Marco però, diede segretamente i soldi del padre a Marco. Quando Piero lo venne a sapere strangolò sua moglie per poi pentirsi e suicidarsi senza lasciare un soldo al figlio.
Marco era ora un orfano con i soldi appena sufficienti per comprare una casa e una gondola.
All’età di 21 anni però già lavorava e guadagnava abbastanza bene e conobbe una bellissima ragazza, già corteggiata da un ricco nobile: si chiamava Rosanna, detta Rosa.
Fra i due nacque un grande amore ma Rosa doveva fare una scelta: seguire il suo cuore e andare da Marco, o la ragione e andare da Giordano, il ricco nobile che la corteggiava. In seguito, vi fu una gara fra gondolieri nella quale Marco vinse. Ebbe quindi molta fama in breve e, molto spesso, era scelto come gondoliere dai ricchi e dai nobili, a volte anche su prenotazione.
Rosa così scelse di vivere con Marco ed ebbero una vita felice finché in un triste pomeriggio autunnale di ottobre, dopo che Marco compì venticinque anni, Giordano, il ricco nobile ingaggiò un brigante affinché derubasse la famiglia Leoni di tutti i possibili.
Il brigante riuscì a rubargli quasi tutto e ora la famiglia Leoni era in crisi; vendettero tutto ciò che per loro era superfluo anche se a loro caro, si mangiava cinque giorni la settimana e Marco aiutava in casa, oltre che lavorare come gondoliere.
Purtroppo con il passare dei giorni , non fu più tanto richiesto per il suo mestiere perché perse la gara successiva fra gondolieri; così il salario si abbassava mentre i prezzi del cibo salivano.
Arrivò poi un giorno, triste e bello, tragico ma meraviglioso: Rosa era incinta.
Dal punto di vista economico era una situazione insostenibile, però erano molto felice di diventare genitori.
Rosa e Marco decisero insieme che Rosa e il loro futuro figlio, Carlo, sarebbero andati a vivere da Giordano, per motivi economici, e fecero credere al ricco nobile che il figlio fosse suo.
Giordano poi chiese a Marco, per pura cattiveria di lavorare come servo a casa. Per vedere la sua ancora amata ed ex moglie (ora sposata con Giordano), ma disse di no, perché questa proposta andava contro i sui principi morali: andare fino in fondo nel bene e nel male con la scelta che aveva da giovane, fare il gondoliere, anche se avrebbe comportato questo sacrificio. Così Marco visse sino alla morte solo e povero; vedeva ogni giorno suo figlio andare scuola e piangeva ma andava avanti fino in fondo e così morì, solo e povero, questo fu il suo sacrificio per aver realizzato il suo sogno.
“Salve” disse Carlo “ Salve” rispose Marco, “Mi porta a San Marco?”, “Certo”.
Queste furono le uniche parole che si scambiarono i due.
Marco Leoni nacque nel 1653 d.c. da Piero Leoni (ricco mercante di Venezia) con l’ambizione di diventare gondoliere, contro il volere del padre, che voleva che Marco diventasse mercante. Ma egli si opponeva anche quando il padre lo minacciava di negargli l’eredità ma Marco rispondeva sempre in un modo: “ Voglio diventare gondoliere, mettere su famiglia e guadagnarmi da vivere: non ho bisogno dei tuoi soldi “.
Quando ebbe vent’anni non aveva i soldi per comprarsi la gondola, li chiese al padre ma lui non glieli diede.
Un giorno la madre di Marco però, diede segretamente i soldi del padre a Marco. Quando Piero lo venne a sapere strangolò sua moglie per poi pentirsi e suicidarsi senza lasciare un soldo al figlio.
Marco era ora un orfano con i soldi appena sufficienti per comprare una casa e una gondola.
All’età di 21 anni però già lavorava e guadagnava abbastanza bene e conobbe una bellissima ragazza, già corteggiata da un ricco nobile: si chiamava Rosanna, detta Rosa.
Fra i due nacque un grande amore ma Rosa doveva fare una scelta: seguire il suo cuore e andare da Marco, o la ragione e andare da Giordano, il ricco nobile che la corteggiava. In seguito, vi fu una gara fra gondolieri nella quale Marco vinse. Ebbe quindi molta fama in breve e, molto spesso, era scelto come gondoliere dai ricchi e dai nobili, a volte anche su prenotazione.
Rosa così scelse di vivere con Marco ed ebbero una vita felice finché in un triste pomeriggio autunnale di ottobre, dopo che Marco compì venticinque anni, Giordano, il ricco nobile ingaggiò un brigante affinché derubasse la famiglia Leoni di tutti i possibili.
Il brigante riuscì a rubargli quasi tutto e ora la famiglia Leoni era in crisi; vendettero tutto ciò che per loro era superfluo anche se a loro caro, si mangiava cinque giorni la settimana e Marco aiutava in casa, oltre che lavorare come gondoliere.
Purtroppo con il passare dei giorni , non fu più tanto richiesto per il suo mestiere perché perse la gara successiva fra gondolieri; così il salario si abbassava mentre i prezzi del cibo salivano.
Arrivò poi un giorno, triste e bello, tragico ma meraviglioso: Rosa era incinta.
Dal punto di vista economico era una situazione insostenibile, però erano molto felice di diventare genitori.
Rosa e Marco decisero insieme che Rosa e il loro futuro figlio, Carlo, sarebbero andati a vivere da Giordano, per motivi economici, e fecero credere al ricco nobile che il figlio fosse suo.
Giordano poi chiese a Marco, per pura cattiveria di lavorare come servo a casa. Per vedere la sua ancora amata ed ex moglie (ora sposata con Giordano), ma disse di no, perché questa proposta andava contro i sui principi morali: andare fino in fondo nel bene e nel male con la scelta che aveva da giovane, fare il gondoliere, anche se avrebbe comportato questo sacrificio. Così Marco visse sino alla morte solo e povero; vedeva ogni giorno suo figlio andare scuola e piangeva ma andava avanti fino in fondo e così morì, solo e povero, questo fu il suo sacrificio per aver realizzato il suo sogno.
“Salve” disse Carlo “ Salve” rispose Marco, “Mi porta a San Marco?”, “Certo”.
Queste furono le uniche parole che si scambiarono i due.
sabato 22 maggio 2010
@lberi
Questo piccolissimo racconto ha partecipato all'omonimo progetto di scrittura a più mani, organizzato dal laboratorio letterario Post42
Non so niente di alberi. Come di fiori. Non so quando si mangiano le arance, né quando è il momento delle pesche. Il regno vegetale per me è in gran parte inesplorato. Ad esempio, il fico sembra solido, con quei grossi rami nodosi. Invece è insospettabilmente fragile.
La quercia è solida, questo lo so. Infatti si dice: "Solido come una quercia." Il problema è che io non sarei mai in grado di riconoscerla, una quercia. Neanche se ci andassi a sbattere contro. Capace che penso sia un salice, un pioppo, una betulla, invece è proprio una quercia.
Per questo, buon uomo, lei che è sicuramente più pratico di me, saprebbe dirmi se è una quercia questo grande albero dall'apparenza così solida? Affermativo. E quindi posso fidarmi del fatto che la sostanza, in questo caso, corrisponda in toto all'apparenza, non è vero? Suvvia, non mi guardi così. Ora la ringrazio, può proseguire la sua passeggiata.
Andato. Non ho bisogno d'altro. Non so distinguere un cipresso da un banano, ma una corda bella resistente la so riconoscere, eccome.
Non so niente di alberi. Come di fiori. Non so quando si mangiano le arance, né quando è il momento delle pesche. Il regno vegetale per me è in gran parte inesplorato. Ad esempio, il fico sembra solido, con quei grossi rami nodosi. Invece è insospettabilmente fragile.
La quercia è solida, questo lo so. Infatti si dice: "Solido come una quercia." Il problema è che io non sarei mai in grado di riconoscerla, una quercia. Neanche se ci andassi a sbattere contro. Capace che penso sia un salice, un pioppo, una betulla, invece è proprio una quercia.
Per questo, buon uomo, lei che è sicuramente più pratico di me, saprebbe dirmi se è una quercia questo grande albero dall'apparenza così solida? Affermativo. E quindi posso fidarmi del fatto che la sostanza, in questo caso, corrisponda in toto all'apparenza, non è vero? Suvvia, non mi guardi così. Ora la ringrazio, può proseguire la sua passeggiata.
Andato. Non ho bisogno d'altro. Non so distinguere un cipresso da un banano, ma una corda bella resistente la so riconoscere, eccome.
giovedì 13 maggio 2010
Un nuovo Socrate
Recenti studi sul giovane Socrate ce lo ripresentano in una luce tutt’affatto diversa da quella tramandataci dalla storiografia tradizionale.
Il suo buon amico Cherefonte, noto soprattutto per la famosa interrogazione della Pizia, conosceva il brillante filosofo ateniese fin dall’epoca della di lui fanciullezza e prima adolescenza.
In un testo recentemente ritrovato e attribuito senza ambiguità per l’appunto a Cherefonte,
costui racconta di prima mano il momento in cui ebbe per la prima volta a manifestarsi la sentenza dai più ritenuta fondamento e architrave dell’intero pensiero Socratico.
Narra Cherefonte che Socrate, poco più che bambino, si trovava allora a scuola, nell’aula di downtown Atene che entrambi frequentavano.
La maestra quel giorno decise di fare un’interrogazione di geometria non programmata e quindi completamente inattesa, scatenando il panico tra i giovani discepoli. Per giunta l’argomento era una nuova, arditissima quanto astrusa teoria nota come il Teorema di Pitagora.
Procedendo in ordine alfabetico l’implacabile maestra interrogò Alceo, Anassagora, Anassimandro, Anassimene, Aristotele, e poi Cherefonte, Democrito, Demostene, Eraclito, Parmenide, Saffo, Seneca. E tutti, uno dopo l’altro, balbettarono scuse inverosimili per giustificare la loro impreparazione.
Le solite giustificazioni da che mondo è mondo: mia nonna è caduta dal letto e ho dovuto accompagnarla all’ospedale, le cavallette e altre pestilenze, la periodica invasione degli Spartani o dei Troiani, lo tsunami sollevato dal rovinoso crollo del Colosso di Rodi.
La maestra non si fece intenerire, e il suo registro si riempì di zeri spaccati.
Arrivò il momento di Socrate, che osservava la carneficina compiersi con assoluta imperturbabilità.
“E tu cos’hai da dire, Socrate? Sentiamo un po’.” Lo apostrofò la maestra.
Nel silenzio più assoluto Socrate si alzò, e guardando la maestra fissa negli occhi proferì con voce ferma:
“So di non sapere.”
La maestra rimase in silenzio alcuni interminabili secondi, soppesando la risposta del giovane discepolo, poi disse:
“Ok, c’hai provato, ma ti becchi uno zero spaccato anche tu. Siediti, va là.”
Il suo buon amico Cherefonte, noto soprattutto per la famosa interrogazione della Pizia, conosceva il brillante filosofo ateniese fin dall’epoca della di lui fanciullezza e prima adolescenza.
In un testo recentemente ritrovato e attribuito senza ambiguità per l’appunto a Cherefonte,
costui racconta di prima mano il momento in cui ebbe per la prima volta a manifestarsi la sentenza dai più ritenuta fondamento e architrave dell’intero pensiero Socratico.
Narra Cherefonte che Socrate, poco più che bambino, si trovava allora a scuola, nell’aula di downtown Atene che entrambi frequentavano.
La maestra quel giorno decise di fare un’interrogazione di geometria non programmata e quindi completamente inattesa, scatenando il panico tra i giovani discepoli. Per giunta l’argomento era una nuova, arditissima quanto astrusa teoria nota come il Teorema di Pitagora.
Procedendo in ordine alfabetico l’implacabile maestra interrogò Alceo, Anassagora, Anassimandro, Anassimene, Aristotele, e poi Cherefonte, Democrito, Demostene, Eraclito, Parmenide, Saffo, Seneca. E tutti, uno dopo l’altro, balbettarono scuse inverosimili per giustificare la loro impreparazione.
Le solite giustificazioni da che mondo è mondo: mia nonna è caduta dal letto e ho dovuto accompagnarla all’ospedale, le cavallette e altre pestilenze, la periodica invasione degli Spartani o dei Troiani, lo tsunami sollevato dal rovinoso crollo del Colosso di Rodi.
La maestra non si fece intenerire, e il suo registro si riempì di zeri spaccati.
Arrivò il momento di Socrate, che osservava la carneficina compiersi con assoluta imperturbabilità.
“E tu cos’hai da dire, Socrate? Sentiamo un po’.” Lo apostrofò la maestra.
Nel silenzio più assoluto Socrate si alzò, e guardando la maestra fissa negli occhi proferì con voce ferma:
“So di non sapere.”
La maestra rimase in silenzio alcuni interminabili secondi, soppesando la risposta del giovane discepolo, poi disse:
“Ok, c’hai provato, ma ti becchi uno zero spaccato anche tu. Siediti, va là.”
martedì 24 novembre 2009
Riassunto delle puntate precedenti (Quello che so)
Il direttore creativo di una grossa agenzia pubblicitaria milanese, tal Francesco M., viene trovato morto nel suo ufficio, ucciso con svariate coltellate e una ferocia degna di miglior causa. Delle indagini sull'omicidio viene incaricato il Dott. Calogero Moiano, il quale si imbatte subito nell'evidenza che la vittima non godeva di grande popolarità nell'ambiente. Tutti, infatti, sono felici nel saperlo morto. E tutti, più o meno apertamente, parteggiano per l'assassino (o gli assassini). Nel prosieguo dell'inchiesta il dott. Moiano rinviene un quadernetto scritto a mano dal defunto, il cui titolo: Quello che so, solleva legittimamente un certo entusiasmo nel cuore del funzionario. Il manoscritto promette di rivelarsi molto importante per la risoluzione del caso, e il dott. Moiano si immerge seduta stante nella lettura e decodifica del suddetto. Viene così a sapere che nulla è ciò che sembra. Ma soprattutto apprende dell'esistenza del Pesce Pulitore, metafora sotto la cui coltre si nasconde un obliquo personaggio di sesso femminile che si aggira di notte per il reparto creativo deserto cercando di carpire segreti, occhieggiando campagne pubblicitarie ancora in gestazione, violando computer. Il pesce pulitore agisce in nome e per conto di altri personaggi i quali sono ovviamente troppo furbi per esporsi, e lasciano svolgere il lavoro sporco a chi se ne intende. Il pesce pulitore è anche responsabile della sottrazione e occultamento dell'ultima pagina del manoscritto del defunto. Pur avendo sciaguratamente promesso lealtà alle forze del male, cionondimeno bisogna ammettere che il pesce pulitore spinge la propria devozione fino alle estreme conseguenze, in ciò guadagnandosi una qualche grandezza. Infatti, fedele alla consegna del silenzio, affronta il carcere ed un'accusa di concorso in omicidio, ma non tradisce i suoi mandanti e burattinai. Il segreto contenuto nell'ultima pagina di Quello che so è salvo. E tutto ciò che il manoscritto prometteva non è stato mantenuto. Finora.
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